Arriva su Sky Jojo Rabbit, favola da Oscar sul male e sul nazismo

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Giuseppe Pastore

Premiato per la miglior sceneggiatura non originale nel 2019, il film del neozelandese Taika Waititi è una commedia poetica e intelligente ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con Scarlett Johansson e Sam Rockwell

Jojo Rabbit, in onda da venerdì 25 settembre su Sky, è un prodotto del genio del neozelandese Taika Waititi, padre maori e madre di origini russe e religione ebraica (di cognome faceva Cohen): la sceneggiatura non originale, premiata con l'Oscar nel 2019, si basa sul libro Come semi d'autunno (2004) della scrittrice Christine Leunens. Ma quello era un romanzo drammatico, che invece Waititi ha stravolto inserendo elementi comici, farseschi e anche demenziali.

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La presa in giro anche feroce del nazismo non è certo una novità nella storia del cinema: splendidi esempi li troviamo per esempio nel cinema di Mel Brooks (The Producers, noto in Italia con il titolo Per favore non toccate le vecchiette) o in quello del grande Ernst Lubitsch (Vogliamo vivere!, poi rifatto nel 1983 dallo stesso Mel Brooks). Così come non è una novità la parodia dello stesso Hitler che ritroviamo in decine di film, dal Grande Dittatore di Chaplin a Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino che “rivisita” la storia dell'occupazione nazista nella Francia degli anni Quaranta. Ma, per quanto tra i due film vi siano profonde differenze, noi italiani ci ritroviamo molti punti in comune con La Vita è Bella di Roberto Benigni, citato esplicitamente almeno in una scena da Scarlett Johansson, che nel film interpreta la madre del piccolo Jojo e, quando viene sorpresa da suo figlio che la sente rientrare a casa di nascosto, imita le movenze di una marionetta proprio come faceva l'attore toscano nell'indimenticabile finale del film premiato con tre Oscar.

L'abbigliamento di Adolf Hitler

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Jojo Rabbit, la trama del film

Di interpretare Adolf Hitler si è incaricato lo stesso Waititi, e questo vuol dire che in Jojo Rabbit la faccia del Fuhrer è quella di un attore ebreo. Dipinto come una specie di “amico immaginario”, Hitler cambia lentamente stato d'animo: all'inizio scherza e incoraggia Jojo, alla fine lo offende e lo insulta, probabilmente ubriaco (si notano anche i postumi di una ferita da arma da fuoco alla tempia: il riferimento è evidente). Ma cambia anche abbigliamento e il susseguirsi delle varie uniformi scandiscono la “carriera” del Fuhrer, fino alla divisa grigia con cui lo vediamo comparire alla fine, identica a quella della sua ultima apparizione in pubblico.

La trama del film

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Basata sull'acclamato romanzo di Christine Leunens, “Il Cielo in Gabbia”, pubblicato per la prima volta nel 2004, la storia prende il via nell'immaginaria Falkenheim. In questa pittoresca cittadina dominata dai nazisti, la fine della guerra si sta rapidamente avvicinando. Eppure, nella cameretta di Jojo Betzler, che ha dieci anni, sta montando l'attesa. Oggi per lui si presenterà finalmente l’occasione che aspettava da sempre: quella di unirsi al Jungvolk, la Gioventù Hitleriana. A Jojo, credulone e sensibile com’è alla pervasiva propaganda che lo circonda, questa sembra la sua prima occasione per fare qualcosa di grande e importante, per proteggere la madre single che ama più di ogni altra cosa, e forse anche per

provare un senso di appartenenza. Per lenire le sue insicurezze, Jojo si fa accompagnare da uno sproporzionato amico immaginario: una versione clownesca e strampalata di Hitler, che, con il contorno di tutte le emozioni tipiche di un bambino, dispensa i consigli che Jojo avrebbe desiderato ricevere dal padre assente. Con Adolf in testa, Jojo si sente invincibile. Ma in realtà, per Jojo questo è solo l’inizio dei suoi problemi. Umiliato (e quasi decapitato) nel campo del Jungvolk, la sua frustrazione non fa altro che aumentare. Poi, a un certo punto, Jojo fa una scoperta che lentamente, ma radicalmente, sarà destinata a trasformare la sua visione del mondo. Inseguendo quello che crede essere una specie di fantasma, scopre invece che sua madre tiene nascosta una ragazza ebrea, con enormi rischi per tutti quanti. Lo

shock quasi lo annulla: ecco il "pericolo" di cui era stato avvertito, qui in casa sua, sotto il suo naso, a pochi metri da dove ha l’abitudine di confidarsi con Hitler, il suo amico immaginario. Ma mentre Jojo cerca di tenere d'occhio la misteriosa Elsa, la sua paura e la sua attenzione si trasformano in qualcosa che nemmeno Adolf riesce a capire. Infatti, più conosce Elsa e più lei diventa una persona a cui Jojo non può immaginare che qualcuno, compresi i suoi idoli nazisti, possa fare del

male. Se per un verso Jojo Rabbit è un'allegoria comica sul prezzo del predominio del fanatismo, non importa se in camera da letto o in una nazione, quello di Jojo è anche il viaggio molto realistico di un bambino che diventa grande. Perché trovando il coraggio di aprire la mente, scopre come l'amore abbia il potere di cambiare il suo percorso.

La musica

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Sui titoli di testa e di coda scorrono le note di due canzoni inconfondibili: I Want To Hold Your Hand dei Beatles e Heroes di David Bowie. Ascoltandole con attenzione, però, si nota che sono esattamente le loro versioni in tedesco, rispettivamente Komm, gib mir deine Hand e Heroes (che in tedesco rimane uguale). Com'è noto, quest'ultima canzone fu composta da David Bowie (insieme a Brian Eno) nel 1977 durante il suo soggiorno berlinese, ispirandosi a due amanti che si baciavano accanto al Muro: per questo, anche se nel film non si fa alcuna menzione a una città particolare, Jojo Rabbit potrebbe essere ambientato nella capitale tedesca.

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Uno dei tanti sottintesi della trama riguarda la possibile omosessualità del personaggio del capitano Klenzendorf, interpretato da Sam Rockwell, che nel finale salva la vita al piccolo Jojo e nella sua ultima scena – dopo altri momenti in cui la sua estetica da nazista va in corto circuito con scene e situazioni decisamente camp - compare con un inequivocabile triangolo rosa sull'uniforme.

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