Il Commediante On Demand presenta Delitto sull'Autostrada

Cinema sky cinema
Alessio Accardo

Alessio Accardo

delitto-sull-autostrada-web

Terzo appuntamento con la rubrica dedicata alla commedia all'italiana. Questa volta parliamo di un classico del cinema bis con Tomas Milian nei panni del commissario Nico Giraldi

LA FINE DI UN’EPOCA (DELLA COMMEDIA)

La commedia all’italiana classica, quella che si suol far nascere nel 1958 con I soliti ignoti di Monicelli, esaurisce la sua spinta propulsiva e la sua ragion d’essere alla fine degli anni ’70. Molti sono i motivi che determinano il declino di questo peculiare genere cinematografico, per come si è sviluppato nel tempo ed è quindi stato codificato dalla critica.

Anzitutto perché era cambiata la società da cui questa forma di espressione artistica e spettacolare era germogliata: la civiltà del miracolo economico, nata dal palpito collettivistico dei protagonisti del lungo dopoguerra, ansiosi di esorcizzare le ferite di un conflitto mondiale terribile e delle sue macerie materiali e morali nell’euforia effimera del boom. Questo mondo, che la commedia all’italiana aveva un po’ ambiguamente esaltato e al contempo fustigato all’insegna del “castigat ridendo mores”, non esiste più; ucciso dalla stagione delle stragi e della lotta armata, che per quanto le è stato possibile questo cinema ha pure provato a raccontare.

Ma, onestamente, ormai c’era poco da ridere (come riconoscerà grazie a una battuta fulminante uno dei cosiddetti “nuovi comici” di quel periodo: Carlo Verdone in Bianco, rosso e Verdone (1981).

Il secondo motivo della morte della commedia all’italiana propriamente detta risiede nell’età dei suoi artefici: attori, registi e sceneggiatori i quali, quasi tutti nati tra la fine degli anni ’10 e l’inizio degli anni ’20 del secolo scorso, avevano ormai raggiunto un’età più che matura.

E così, quel genere anfibio che era riuscito a narrare la sua epoca, sempre in felice equilibrio tra comico e drammatico, inebriandosi delle bellurie del boom nell’attimo esatto in cui le stigmatizzava, si spense; e dalle sue spoglie nacquero altri fenomeni che anche laddove hanno platealmente rinnegato quell’ingombrante capostipite, non potranno mai trascurarne la pesante eredità.

Anzitutto i già citati “nuovi comici” che emersero tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, per lo più dopo essersi fatti le ossa nei cabaret teatrali e poi televisivi: Carlo Verdone, si diceva, e poi Massimo Troisi, Maurizio Nichetti, Francesco Nuti e persino il può austero e militante Nanni Moretti. Tutti, prima o poi, anche autori dei propri film.

Accanto a loro nacque poi un cinema neo-sofisticato grazie soprattutto a registi come Pasquale Festa Campanile, Castellano e Pipolo, etc. e affidati alla verve di nuovi mattatori come Adriano Celentano, Enrico Montesano e Renato Pozzetto che tuttavia non riuscirono mai a raggiungere lo spessore dei precursori del decennio 60-70.

Discorso a parte meritano i fratelli Vanzina, i quali hanno passato tutta la vita a omaggiare la commedia all’italiana, riuscendo tuttavia di rado a raggiungere le vette artistiche dei loro modelli di riferimento.

IBRIDAZIONI: LA COMMEDIA ALL’ITALIANA INCONTRA IL POLIZIOTTESCO

Vi è poi un cinema genericamente comico, talvolta più sbilanciato sul fronte brillante e più spesso su quello farsesco, che era frutto di un evidente tentativo di ibridazione tra i lasciti della commedia all’italiana ed altri generi e filoni che erano nati contemporaneamente.

Sbocciarono così tutta una serie di contaminazioni stilistiche oppure di autentiche “de-generazioni”

L’esempio più lampante e paradigmatico è quello dello “sganassoni-western”, sorta di versione bonaria e farsesca degli “spaghetti-western” di Sergio Leone e soci, affidati alla presenza scenica, subito iconica, della coppia Bud Spencer e Terence Hill. Questo filone, prosperato negli anni ’70 principalmente grazie al lavoro del regista E.B. Clutcher (ovvero l’ex direttore della fotografia Enzo Barboni), metteva in burletta le truculente vicende western dei suoi omologhi drammatici, di cui divenne una sorta di parodia pensata per i pubblici più giovani e di bocca buona.

Un ruolo importante, nell’affermazione popolare di questo fenomeno cinematografico, fu l’uso dei doppiatori: Spencer e Hill, che in realtà si chiamano Carlo Pedersoli e Mario Girotti, hanno avuto sempre le voci dei bravissimi Glauco Onorato e Pino Locchi. E come vedremo, questo ingrediente tornerà ad essere fondamentale anche in analoghe ibridazioni future, come quella di cui si occupa questo articolo, il “polizottesco” comico.

Nato verso la fine degli anni ’60, grazie a registi impegnati come Carlo Lizzani (Banditi a Milano, 1968) o autori di commedie in libera uscita come Steno, che per dirigere il seminale La polizia ringrazia (1973) si fa chiamare per l’unica volta in carriera col suo vero nome, Stefano Vanzina; il genere prospera soprattutto negli anni ’70 grazie a registi come Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Sergio Corbucci e Stelvio Massi e ad attori come Franco Nero, Luc Merenda e Maurizio Merli.

Ispirato a certi contemporanei film americani come Serpico, Il braccio violento della legge, Il giustiziere della notte e la serie degli Ispettore Callaghan con Clint Eastwood, questi polizieschi all’italiana dovevano la propria fortuna soprattutto alla spettacolarità delle scene d’azione, alla crudeltà dell’uso della violenza (grazie a un continuo rimando di contaminazioni con generi contigui come il “western all’italiana” e l’”horror all’italiana”) e a uno spirito vagamente reazionario, figlio del bisogno di legge e ordine che allignava in un paese ormai stremato dal sangue quotidiano in cui stava annegando (e riassunto icasticamente dal senso di titoli come Milano odia: la polizia non può sparare oppure La polizia incrimina, la legge assolve). Sebbene in seguito, anche grazie a certi omaggi postumi di registi hollywoodiani come Quentin Tarantino ed Eli Roth, questo filone verrà riabilitato dalla critica, sia sotto il profilo politico-ideologico che sotto quello artistico.

Il “poliziottesco” entrò in crisi e si spense con l’avvento degli anni ’80, che saranno un periodo di riflusso e pacificazione, di normalizzazione e conformismo; insomma gli anni della “Milano da bere” e dell’”edonismo reaganiano”. E così, esattamente come era accaduto alla commedia all’italiana, il “poliziottesco” si eclissò, perché era mutata attorno a lui la società che lo aveva reso possibile e che in qualche modo lo aveva generato.

Per lo meno nella sua forma originaria. Sopravvisse invece nella sua derivazione comica di cui Delitto in autostrada è un autorevole esempio.

 

TOMAS MILIAN DETTO ER MONNEZZA: UN CUBANO A TRASTEVERE

Nel 1976, nella pletora di pellicole modulate sui canoni sopra descritti, esce un film intitolato Squadra antiscippo diretto da Bruno Corbucci, fratello minore del succitato Sergio.

A prima vista niente di strano: era infatti interpretato da un attore cubano, Tomas Milian, che pur avendo frequentato il prestigioso “Actors Studio” di New York e pur avendo esordito in Italia con La notte brava (1959) un film d’autore diretto dal serissimo Mauro Bolognini e scritto nientemeno che da Pier Paolo Pasolini, aveva già da alcuni anni militato proprio nel “poliziottesco” duro e puro: è il protagonista assieme a Gian Maria Volonté del film antesignano del genere, il citato e impegnato Banditi a Milano.

E così, pur frequentando i piani alti della cinematografia italiana, Milian prese ben presto a lavorare sempre più spesso per il cinema di genere, dapprima prendendo parte a un pugno di western politici di cui si ricorda principalmente la trilogia terzomondista di Sergio Sollima (il papà di Stefano, regista delle serie-tv Romanzo criminale e Gomorra): La resa dei conti (1966), Faccia a faccia (1967) e Corri uomo corri (1968). Western nei quali, accanto alla violenza efferata che li contraddistingueva, già affiorava tuttavia qua e là qualche venatura comica premonitrice, dovuta proprio al personaggio di “Cuchillo” Sanchez, impersonato da Milian.

Il travaso nel poliziottesco fu automatico, tali e tante erano le analogie tematiche, stilistiche, politiche e merceologiche, e non ci si riferisce soltanto a questo attore ma a tutto un movimento di protagonisti e di storie.

Nel caso di Milian, dopo l’anomalo antesignano “d’autore” di Carlo Lizzani, accadde con un classico del “genere”: Squadra volante (1974), diretto da Stelvio Massi, scritto da Dardano Sacchetti e musicato da Stelvio Cipriani. Tutti nomi che ricorreranno spesso e volentieri nei credits dei film di questo tipo, assieme al produttore Galliano Juso.

Ma la svolta storica della carriera di Tomas, che nel frattempo si era trasferito stabilmente a Roma diventando un perfetto trasteverino, ha una data precisa, il 1976, quando il regista Umberto Lenzi e il citato Dardano Sacchetti gli cucirono addosso il personaggio de “Er Monnezza”: un ladruncolo di borgata riottoso e maleducato, che si prestava a collaborare seppur malvolentieri con la polizia.

La trovata geniale dei due autori fu di affidare il doppiaggio del personaggio al celeberrimo Ferruccio Amendola, che fu di fondamentale importanza per conferirgli i tratti caratteriali che lo renderanno mitico: irriverenza spocchiosa, afflato popolaresco, eloquio turpe e sardonica ironia.

Il parto di questo personaggio talmente popolare da diventare mitico, si deve però anche all’apporto creativo dello stesso Milian, che contribuì spesso alla stesura dei dialoghi, anche quando non accreditato; e che definì il classico look da trucido, ispirandosi alla sua abituale controfigura, il pescivendolo Quinto Gambi, a lui somigliantissimo.

Questa maschera vivrà ancora in altri due titoli contemporanei La banda del gobbo, diretto ancora da Umberto Lenzi e La banda del trucido di Stelvio Massi, entrambi del 1977. E poi, qualche anno dopo, in forma spuria, in altri film decisamente più comici: Il figlio dello sceicco (1977), Il lupo e l'agnello (1980) Uno contro l'altro, praticamente amici (1981) e Manolesta (1981); sebbene con connotati e caratteristiche a volte molto differenti dall’originale.

 

UNO SQUADRONE DI “SERIE B”

A questo punto, sul tavolo ci sono già tutti gli elementi perché possa essere concepito - cucinato, staremmo per dire, data la certosina meticolosità con cui vengono scelti i singoli ingredienti di questa succulenta prelibatezza cinefila - il protagonista del film che vi proponiamo oggi, Delitto sull’autostrada.

Il suo nome è Nico Giraldi ed altri non è che una versione comicarola e se possibile ancora più adusa al turpiloquio del “Monnezza”, da cui si distingue anche per essere una guardia e non più un ladro: si tratta di un ex delinquente passato “al lato buono” della giustizia, divenendo prima maresciallo e poi ispettore.

A dar vita a questo personaggio dalla sorte artistica così fortunata è una coppia di parenti d’arte.

Anzitutto il regista, Bruno Corbucci (fratello del più celebre Sergio) che aveva finora frequentato tutti le cosiddette “pratiche basse”, dai film-parodia come James Tont operazione U.N.O., versione farsesca degli 007, ai “musicarelli” come Riderà (cuore matto), fino alle commedie sexy tipo Messalina Messalina.

L’altro “padre” di Nico Giraldi è il vero zio di Ferruccio: lo sceneggiatore Mario Amendola, che aveva iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo molti anni addietro, scrivendo per l’avanspettacolo e la rivista, ai tempi di Totò, Macario e Wanda Osiris.

I due aggiunsero al ritratto del “Monnezza” alcuni connotati essenziali, a cominciare da un look inconfondibile che sarà fatto di guanti, sciarpe e cappelli sempre più estrosi e variopinti, da un’immancabile salopette da meccanico e da una cascata di boccoloni neri spesso sovrastati da un basco.

Lo resero indisciplinato alle regole e insubordinato nei confronti dei superiori, quasi a richiamarsi ai modelli primigeni d’oltreoceano (i tanti “maverick” di Hollywood), e condirono il tutto con un sarcasmo romanesco di grana grossa, da prendere o lasciare.

A rafforzarne la mitologia contribuirono alcuni personaggi di contorno, che ritornano di episodio in episodio come dei “tipi fissi” da commedia dell’arte.

Sebbene sia un inguaribile dongiovanni, l’ispettore Giraldi ad un certo punto decide di sposarsi, naturalmente con la figlia di un ladro, Angelina, la prima volta interpretata dalla Roberta Manfredi (la figlia di Nino), e poi per sempre (anche nel film che presentiamo oggi) da Olimpia Di Nardo, cantante e attrice vernacolare che si era formata sulle tavole del teatro cabaret romano “Il Puff” di Lando Fiorini. Un’altra presenza fissa, o quasi, è Il commissario Trentini, per lo più interpretato, come in questo film, da Marcello Martana (però in altri episodi cambia sia il nome del commissario che quello del suo interprete). Talvolta accanto all’ispettore Giraldi si muove una nota maschera partenopea, una spalla comica napoletana interpretata dal sempre efficace Enzo Cannavale. Anche se il deuteragonista più iconico di questa saga, tanto da assurgere a fama imperitura (in un film di Paolo Virzì del 2008 – Tutta la vita davanti - si immagina addirittura che gli sia stata intitolata una via di Roma) è il popolarissimo caratterista Franco Lechner (era stato a lungo un venditore ambulante nei pressi di Campo de’ Fiori), meglio noto col soprannome di Bombolo, che interpreta spesso ma non sempre il confidente Venticello.

I film di questo strepitoso franchise all’amatriciana sono stati ben undici, dal citato Squadra antiscippo (1976) fino a Delitto al Blue-Gay (1984), titoli nei quali le trame erano dopotutto quasi indistinguibili se non addirittura irrilevanti. A cambiare era il contesto (la mafia, Milano, la Formula uno, il ristorante cinese, etc.) e i quadri tecnici e artistici.

In questo Delitto sull’autostrada (terz’ultimo film della saga), ad esempio, abbiamo un produttore abituato a frequentare i piani alti della commedia come Mario Cecchi Gori (ha prodotto tra gli altri I mostri, Il sorpasso e L’armata Brancaleone), che qui si disimpegna anche nell’insolito mestiere di soggettista!

A comporre la colonna sonora c’è un mito come Franco Micalizzi, musicista raffinatissimo che aveva già composto leggendari score del filone “poliziottesco” talmente leggendari che Quentin Tarantino ha prima chiesto e poi utilizzato alcuni suoi brani nelle colonne sonore di film recenti come Grindhouse – A prova di morte e Django Unchained.

Oltre a Micalizzi, la parte musicale di Delitto sull’autostrada è assegnata a una signora della canzone italiana degli anni ’80, Viola Valentino. Ex modella e cantante, famosa per aver partecipato ad un paio di Sanremo e per aver condiviso una lunga e turbolenta relazione sentimentale con Riccardo Fogli quando era ancora il leader dei Pooh. Insomma un personaggio più che cult: stra-cult, come direbbe Marco Giusti!

Un ingrediente che non sfigura affatto nel menù di Delitto sull’autostrada, anzi ci sta come la proverbiale ciliegina sulla torta, Viola Valentino. Che oltre a cantare il brano Sola, col suo inconfondibile stile soffiato, tenterà invano di traviare il protagonista, seducendolo. Ma lo farà invano perché Nico Giraldi in fondo non esiste, lo dicevamo; è un “tipo fisso” plautino o della commedia dell’arte. È come Superman o Paperino, non è traviabile. È incorruttibile (per quanto attiene ovviamente ai suoi personalissimi canoni etici), immarcescibile e in qualche modo persino immortale.

Perché la sua maschera, sebbene sia spesso becera e triviale, continua a farci divertire ancora oggi. Come un guilty pleasure al quale non vorremmo rinunciare mai. Un campionato di serie B, in cui retrocederemmo sempre ben volentieri.

Spettacolo: Per te