Noir in Festival, arriva Joe Lansdale, lo manda Chandler

Cinema
Un' immagine tratta da Cold in July, film del 2014 diretto da Jim Mickle, tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore Joe R. Lansdale.
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Il Noir in Festival di Courmayeur premia Joe Lansdale. Lo abbiamo incontrato e intervistato: aspettando il servizio su Sky Cine News, in programma nella puntata del 16 dicembre, ecco l'intervista integrale

di Michele Sancisi

Giubbetto di jeans, camicia estiva e sorriso aperto sotto agli occhi attentissimi, Joe Lansdale ha il carisma rilassato tipico dello scrittore americano di successo che non ha più nulla da dimostrare. Negli ultimi 15 anni ha conquistato milioni di fan adoranti con più di trenta romanzi e molti racconti gialli, da "Un stagione selvaggia", "Mucho Mojo", "Il mambo degli Orsi" e "Rumble Tumble" degli anni '90 fino a "Capitani oltraggiosi", "Sotto un cielo cremisi" e l'ultimo "Honky Tonk Samurai" del 2015 (quasi tutti pubblicati da Einaudi). Oltre ai romanzi ha firmato racconti, fumetti, sceneggiature per la televisione e il cinema. Ma soprattutto ha inventato un linguaggio, personaggi cult e uno stile in cui suspance e ironia si dividono la scena come sorelle gemelle. E' stato lui il grande protagonista della 25ma edizione del Noir in Festival di Courmayeur che ha voluto festeggiare il primo quarto di secolo conferendogli il suo premio annuale più prestigioso, il Raymond Chandler Award. All'ombra del Bianco, tra baite ancora poco innevate, Lansdale è raggiante perchè non ha mai nascosto la sua discendenza diretta, come scrittore, dall'autore de "Il grande sonno". Lo abbiamo incontrato per Sky Cine News, che trasmetterà una sintesi dell’intervista nella puntata del 16 dicembre 2015. Qui ne pubblichiamo la versione completa.


Mr. Lansdale che importanza ha per lei questo premio?
Enorme. Io adoro Chandler, credo che sia lo scrittore che più mi ha aiutato a diventare non solo uno scrittore ma una persona adulta e matura. Rispetto ad altri scrittori che leggevo da ragazzo lui scriveva di temi più realistici, legati alla vita adulta. Le sue descrizioni sono meravigliose e i dialoghi simili a quelli della gente che io stesso conosco. Perciò ha fatto parte della mia vita influenzandomi molto. Il premio è una riproduzione in argento del famoso doblone Brasher, una preziosa moneta d'oro rubata e recuperata dal detective Philip Marlowe nella sua terza avventura, "La finestra sul vuoto" ("The Hight Window") del 1942. Non vedo l'ora di metterla nella mia bacheca.
Parliamo un po' di cinema, perchè sappiamo che, oltre a Chandler, sono stati i film a formare il suo immaginario...
Assolutamente si, non solo Chandler e il cinema, ma anche Chandler nel cinema. I film tratti da "Il grande sonno" (regia di Howard Hawks), "Addio, mia amata" (inedito in Italia), "Il lungo addio" (regia di Robert Altman), che non mi è piacuto anche se ha molti fans, sono punti di riferimento per la mia scrittura, soprattutto quelli che hanno una trama noir.
Che altro vedeva da ragazzo al cinema?
Mi piacevano molto i western. Werstern e noir sono stati sempre i miei generi preferiti, insieme al mistery, alla crime-fiction. E ho sempre pensato che c'è un punto in cui western e noir si incontrano. Ci sono esempi di questo incontro in film come "Blood on the moon" con Robert Mitchum, basato su un racconto noir di James Ellroy. Ci sono temi profondamente americani nel western che ritroviamo anche in alcuni noir, che è un genere più universale ma ha la stessa capacità di indagare il lato oscuro dell'uomo. Questa possibilità ha fatto di me uno scrittore.
Se analizziamo la sua scrittura in cosa il cinema ha inciso di più, nelle decrizioni o nel dialogo?
Entrambi credo. Il western mi ha dato il senso della descrizione, perchè è un genere fatto di grandi paesaggi e di dettagli, esaltati dal cinemascope, pensiamo ai sontuosi scenari di Howard Hawks e John Ford, così difficili da rendere con la scrittura. Io ci ho provato a lungo, anche perchè sono nato nel Texas, proprio dentro a quei panorami. Mi sono sforzato di descrivere con le parole la mia sensibilità per gli alberi, i fiumi, le montagne, gli odori della natura. Invece il noir è stato più importante per i dialoghi e per quel senso costante di minaccia, che attraversa le mie storie come qualcosa di leggermente sinistro sempre sullo sfondo. A volte capisci che i personaggi stanno per mettersi nei guai e pensi "Oddio no, non farlo!" Ma è proprio quello che faranno.
Dunque mentre scrive visualizza le scene come fossero film.
Si, le descrizioni d'ambiente nascono spesso da un immaginario cinematografico, ma lo stile invece è nutrito dai romanzi, così come la definizione dei personaggi. Dentro di me si crea dunque questo incontro tra cinema e letteratura, soprattutto per quanto riguarda i dialoghi. I dialoghi sono difficili perchè devono comunicare tantissimi dettagli della trama senza essere ridondanti. Nei film degli anni '40 e '50, soprattutto nei noir, nei detective-movies, ci sono questi dialoghi asciutti e incisivi, che mi hanno molto influenzato.
Anche l'ironia è una componente di quei dialoghi, così come dei suoi romanzi.
Si, certo. L'ironia mi deriva da quei film, ma anche da come sono cresciuto, con un senso molto umoristico delle cose. Probabilmente ho messo nel noir più ironia di quanto normalmente si faccia. Perciò non potrei dire che sono proprio uno scrittore noir, o uno scrittore western, anche se sono stato influenzato da questi generi.

Stupisce un po' il fatto che non molti dei suoi romanzi e racconti sono approdati sullo schermo.
E' vero, finora solo 3 film su più di trenta romanzi che ho scritto, ma ci sono molti progetti per il cinema che non sono ancora stati realizzati. Io stesso ho scritto molte sceneggiature, per esempio per Ridley Scott ho adattato il mio romanzo "The big blow" (in italiano "L'anno dell'uragano") ma non è ancora stato girato. Avevo sceneggiato "Cold in July" molti anni fa e solo adesso il film è stato realizzato ("Freddo a luglio" diretto da Jim Mickle nel 2014 con Sam Shepard e Don Johnson), anche "Il mambo degli orsi", "Mucho Mojo"e altri romanzi sono stai già sceneggiati e poi non se ne è fatto nulla. Ma io ho preso parecchi soldi, e anche questo non è male!
Ci sono progetti ancora in corso per il cinema?
Si, continuamente. Molti produttori sono interessati a fare film sui miei romanzi, dunque forse è arrivato il mio momento. D'altra parte io vivo bene anche senza il cinema, è dagli anni '80 che mi mantengo egregiamente come scrittore, non solo coi romanzi, ma con sceneggiature, copioni, fumetti, documentari. Non posso dire che il cinema mi abbia trascurato e poi c'è la televisione che sta lavorando su vari miei testi con progetti seriali che stanno per essere realizzati.
Le sono piaciuti i film già usciti?
Si, sono stato fortunato. "Bubba Ho-Tep" ("Il re è qui", 2002), diretto da Don Coscarelli, è perfetto: contiene il 98% della storia, per l'altro 2% non c'erano i soldi! "Freddo a luglio" è stupendo, con un cast e uno script fantastici. Inoltre mio figlio ha sceneggiato il mio racconto "Christmas with the dead" e ne è venuto fuori un cortometraggio davvero carino, anche se a basso budget, diretto da T.L. Lankford. Io stesso sono attualmente co-executive producer di una serie tv basata sui romanzi di Hap & Leonard che è appena stata girata e sembra molto buona.
Che effetto le fa vedere trasformarsi una sua creatura dalla pagina scrtitta allo schermo?
E' sempre una sorpresa, la riuscita di un film o di una serie dipende da tanti piccoli dettagli che non puoi valutare finchè non è finita. Sono stato a lungo sul set, ma ora sono così coinvolto in ogni singola scena che non posso giudicare il risultato e devo distaccarmene, in un certo senso dovrò anche divorziare da me stesso scrittore e vederla montata con occhio se possibile neutrale. Per esempio il film "Freddo a luglio" mi è piaciuto subito, ma la terza volta che l'ho visto l'ho apprezzato ancora di più.
Non la stimola l'idea di fare lei stesso un film come regista?
Si certamente e credo che lo farò presto. Attualmente mio figlio sta lavorando alla sceneggiatura di una mia storia ancora inedita. Sarà un film low-budget ma dovrò mettermi in cerca di soldi e produttori. Sono fiducioso. Fare questo mestiere non è mai stato un mio bruciante desiderio, diciamo che è più un gioco per me. Però devo ammettere che ci penso fin dagli anni '80, poi ho rimandato e rimandato per tanti anni sempre per chiudere un libro o una sceneggiatura. Ora mi sono detto che so non o faccio ora non lo farò mai, ed eccoci qua a cavallo di questa nuova avventura.
La prego di raccontarci qualche altro dettaglio su questo progetto certamente molto atteso dai suoi affezionati lettori.
Beh, posso dire che io e mio figlio stiamo riscrivendo per lo schermo una storia nata come romanzo, dal titolo "The projectionist", che sarà pubblicato solo nel 2016. In realtà siamo lavorando anche su un'altra sceneggiatura per un film più costoso. Ora cominceremo con il film più economico per poi vedere se possiamo fare anche l'altro. Nel frattempo ho l'opportunità di dirigere un cortometraggio diciamo di prova.  Sono fiducioso, ce la posso fare. Non dico che lo farò bene, ma lo farò. Vedremo come viene.
Ha in mente qualche regista, qualche stile di regia?
No, ci sono così tanti film che mi hanno colpito... anche come scrittore sono stato influenzato da talmente tanti scrittori che non potrei più indicare i singoli riferimenti. Ho sempre cercato di non copiare nessuno, la scrittura è sempre un pastiche di suggestioni diverse. Lo stesso credo sia per il cinema. Certo ci sono registi che io ammiro molto, come John Ford e Howard Howks che non credo potrei mai imitare, ma anche gente come Don Siegel, John Sayles e anche Roger Corman, il modo in cui usano la camera mi piace molto. Ma chissà cosa resterà di tutte queste visioni quando sarò sul set alle prese con mille problemi tecnici. A volte i registi sono condizionati o influenzati da cose che la gente non penserebbe minimamente. Uno dice, caspita come gli sarà venuta l'idea per quella scena? Magari l'ha girata così perchè non aveva la luce giusta o perchè quel giorno pioveva, o perchè l'attore principale faceva i capricci! Io stesso non mi sento l'autore demiurgo, credo che il film sia un'opera collettiva la cui riuscita dipende da tante persone e tanti fattori, anche imprevedibili. E non credo che la sceneggiatura sia un'arte, piuttosto artigianato, perchè crei un progetto che poi dai in mano a tanta altra gente che lo deve realizzare concretamente. L'opera collettiva diventa arte, a volte per caso o per fortuna. Ma le incognite sono molte. Dunque non preoccuparti di quanto sia artistico il tuo script; può esserlo sulla pagina, ma poi va in mano al regista, al produttore, all'attore che lo devono interpretare a loro modo, anche loro come artigiani e non come artisti.
C‘è una scena o una o un’immagine che lei ha in mente che vedremo nel suo primo film?
Penso di si. “The Projectonist” (“Il proiezionista”) è ambientato negli anni ’50 negli Stati Uniti. Se c’è un proiezionista c’è naturalmente un proiettore. All’inizio del film vedremo questo bel proiettore dell’epoca con le sue enormi bobine che girano emettendo i rumori tipici della pellicola cinematografica e vedremo le mani di quest’uomo che lavorano alla macchina e da lì la storia prenderà avvio.
In questi giorni esce in Italia anche il suo ultimo libro “Honky Tonk Samurai”, ce lo presenta?
E’ un nuovo capitolo della serie dedicata a Hap & Leonard. Certo ho scritto libri più seri e importanti, ma amo questi due tizi, sono ormai di famiglia, ma diversi ogni volta, crescono come persone vere. La cosa curiosa è che se li allontano troppo dalle loro radici i lettori non li riconoscono più e non li collegano alla serie; se li mantengo troppo uguali a se stessi qualcuno dice che la formula si ripete. La sfida è mantenerli vivi e attuali, facendo sviluppare i personaggi in maniera armonica e coerente, introducendo sempre il giusto quantitativo di novità, un piccolo incidente, un matrimonio che si rompe, eventi che impattano sul corso della loro vita come in quella di tutti noi, parallelamente all’intreccio narrativo. Loro invecchiano con me e con i lettori, perciò piacciono. In questo ultimo libro molti elementi dei libri precedenti tornano in campo insieme a personaggi provenienti da altri miei libri come “Cold in july” e “Vanilla Ride”, tutti insieme per una grande avventura.
La realtà spesso orrorifica che ci circonda in questi anni le ispira qualche trama narrativa?
Certamente, molto spesso. La crime-fiction si basa spesso sulle armi. Ma io sono per il controllo delle armi, apprezzo la politica di Obama, che ho votato due volte e spero potrà portare a termine le riforme che vuole fare, come quella sulle armi. L’amministrazione Bush ha permesso e favorito una diffusione folle delle armi nelle nostre case. E’ troppo facile per chiunque averne una e ora ne vediamo le conseguenze. Ma ci sono grandi interessi sotto. Anche voi italiani vendete molte armi, le Beretta sono dappertutto. Nel libro i miei due protagonisti hanno opinioni diverse in proposito, Hap è più liberal mentre Leonard più conservatore e discutono tra loro anche di questo argomento, come di molti altri.

di Michele Sancisi

Giubbetto di jeans, camicia estiva e sorriso aperto sotto agli occhi attentissimi, Joe Lansdale ha il carisma rilassato tipico dello scrittore americano di successo che non ha più nulla da dimostrare. Negli ultimi 15 anni ha conquistato milioni di fan adoranti con più di trenta romanzi e molti racconti gialli, da "Un stagione selvaggia", "Mucho Mojo", "Il mambo degli Orsi" e "Rumble Tumble" degli anni '90 fino a "Capitani oltraggiosi", "Sotto un cielo cremisi" e l'ultimo "Honky Tonk Samurai" del 2015 (quasi tutti pubblicati da Einaudi). Oltre ai romanzi ha firmato racconti, fumetti, sceneggiature per la televisione e il cinema. Ma soprattutto ha inventato un linguaggio, personaggi cult e uno stile in cui suspance e ironia si dividono la scena come sorelle gemelle. E' stato lui il grande protagonista della 25ma edizione del Noir in Festival di Courmayeur che ha voluto festeggiare il primo quarto di secolo conferendogli il suo premio annuale più prestigioso, il Raymond Chandler Award. All'ombra del Bianco, tra baite ancora poco innevate, Lansdale è raggiante perchè non ha mai nascosto la sua discendenza diretta, come scrittore, dall'autore de "Il grande sonno". Lo abbiamo incontrato per Sky Cine News, che trasmetterà una sintesi dell’intervista nella puntata del 16 dicembre 2015. Qui ne pubblichiamo la versione completa.


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