Lo speciale sulla Festa del Cinema di Roma
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L’assurda storia della Gialappa’s Band, la recensione del documentario di Walter Veltroni

Spettacolo
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 22 ottobre arriva al cinema con Medusa L’assurda storia della Gialappa’s Band, il documentario di Walter Veltroni presentato come Special Screening alla Festa del Cinema di Roma. A quarant’anni dagli esordi a Radio Popolare, Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto ripercorrono l’odissea televisiva che, da Mai dire Banzai a Mai dire Gol, ha rivoluzionato la comicità italiana, fino a dissacrare il rito del calcio. Con loro Teo Teocoli, Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Claudio Bisio, Paola Cortellesi, Fabio De Luigi, Luciana Littizzetto, il Mago Forest, Simona Ventura, Alessia Marcuzzi, Ellen Hidding, Paolo Hendel, Gioele Dix, Neri Marcorè, Maccio Capatonda, Francesco Paolantoni, Max Giusti, Ubaldo Pantani, Brenda Lodigiani, Marcello Cesena, Walter Fontana, Sergio Ferrentino, Mauro Suma, Giorgio Gori, Elio, Faso e Cesareo. Niente agiografia: un film esilarante e struggente, che affronta senza reticenze anche gli addii più dolorosi

Quello che devi sapere

L’assurda storia della Gialappa’s Band:, recensione

«Nessuno è il mio nome». Nel nono libro dell’Odissea, Ulisse si presenta così al Ciclope Polifemo. E proprio grazie a quel nome che è un’assenza riesce a scampare all’antro del gigante: quando il mostro accecato invoca soccorso, urlando che Nessuno lo sta uccidendo, gli altri Ciclopi se ne tornano a dormire. In fondo, una delle beffe più celebri della letteratura occidentale si regge su un fuori campo. Vince chi non si vede

Non stupisce allora che L’assurda storia della Gialappa’s Band, il documentario di Walter Veltroni presentato come Special Screening alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale da giovedì 22 ottobre con Medusa, somigli a una piccola odissea nello spazio televisivo. Un viaggio lungo quarant’anni, dalle frequenze di Radio Popolare agli studi di Cologno Monzese, compiuto da tre uomini che hanno fatto ridere l’Italia senza quasi mai mostrare la faccia: Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto.

L’incipit è un piccolo trattato di poetica gialappesca. Si comincia con una maledizione scagliata dal piccolo schermo dal mitologico Mago Gabriel all’indirizzo della Band, rea di averlo sbertucciato con eccessivo zelo. Segue un cartello nero dalle lettere bianche, solenne come un cinegiornale dell’Istituto Luce: «Un film che indaga quarant’anni di Storia nazionale. Un film che racconta come sono cambiati gli italiani».

Poi, come un fulmine a ciel sereno, si materializza Nico dei Sardi (ovvero Giovanni Storti) con un’imprecazione che porta il nome di una città bramata dagli Achei, cantata da Omero nell’Iliade e sovente associata a un cavallo. Il lettore avrà inteso di quale città si tratti. Del resto la retorica, quella dei telecronisti, dei cartelli e dei cinegiornali, alla Gialappa’s è sempre servita soltanto per essere smontata a colpi di pernacchie.

Forse per questo, dopo i titoli di testa (vergati con un carattere che ammicca al circo e al luna park), compare il Mago Forest in una sala buia. E domanda: «C’è nessuno?». Non siamo nell’antro di Polifemo, certo. Eppure la risposta è proprio quella: c’è Nessuno. Anzi, ce ne sono tre.

Walter Veltroni e la Gialappa’s Band: da Radio Popolare a Mai dire Gol

Tutto comincia nel 1985 a Bar Sport, il programma di Radio Popolare ideato da Sergio Ferrentino che dopo le 22 commentava la giornata calcistica con il contributo, spesso decisivo, degli ascoltatori. Carlo, Marco e Giorgio non si conoscevano: arrivano uno alla volta, da fan diventano collaboratori, da collaboratori conduttori.

Il nome lo devono ai Mondiali messicani del 1986, quando parecchi calciatori finirono vittime di disturbi intestinali: la gialappa è una pianta messicana dal cui tubero si ricava un lassativo per cavalli. Non esattamente un battesimo aristocratico. Ma un marchio indelebile, questo sì.

Poi, accanto alle radiocronache, arriva la televisione: Mai dire Banzai nel 1989, Mai dire Gol dal 1990, e ancora Mai dire Grande Fratello, Le Iene, il passaggio in Rai, il ritorno a Mediaset, il GialappaShow su TV8 e Sky Uno. Veltroni, che con Gli occhi cambiano aveva già raccontato la storia dei programmi televisivi e con Quando c’era Berlinguer ed È stato tutto bello ha fatto del documentario una forma di memoria collettiva, sceglie una strategia coerente con i suoi protagonisti.

Il regista resta fuori campo: lo si sente, non lo si vede. Parimenti a Marco, Giorgio e Carlo nei loro programmi, dove per quattro decenni sono stati voci senza volto. Qui, per una volta, i tre si concedono alla cinepresa e rispondono alle domande: è Veltroni a farsi Nessuno. Nelle note di regia lo scrive senza giri di parole: da decenni i Gialappi «commentano immagini, imprese, talento degli altri senza mai mostrarsi. Una scelta radicale, nel tempo in cui apparire è progressivamente diventata una ragion di vita». Nell’epoca dei selfie, tre voci senza volto sono quasi un manifesto. O, se preferite, un’eresia.

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Mai dire Banzai e Takeshi Kitano: così nacque il marchio Mai dire

Prima del calcio, però, c’è il Giappone. Mai dire Banzai debutta su Italia 1 il primo luglio 1989, al sabato in seconda serata, e resta in onda fino al 27 settembre 1991. Doveva intitolarsi Di imbecilli è pieno il mondo: titolo onesto, forse fin troppo. A battezzarlo come lo conosciamo fu Giorgio Gherarducci. Il programma era interamente costruito montando le immagini di due giochi televisivi nipponici, Takeshi’s Castle, condotto da Takeshi Kitano per TBS, e The Gaman di Fuji TV, con sopra il commento del trio.

Santin e Gherarducci fingevano di essere esperti in collegamento dal Giappone, il secondo impegnato in traduzioni dal giapponese a dir poco inarrivabili; Taranto faceva la controparte italiana, puntualmente sbigottita. I dirigenti avevano acquistato quei diritti immaginando una conduzione classica affidata a Claudio Lippi, volto di Giochi senza frontiere. Ironia della sorte: anni dopo Lippi sarebbe approdato davvero alla corte della Gialappa’s, chiamato in corsa a sostituire Teo Teocoli a Mai dire Gol.

Così Takeshi Kitano, futuro Leone d’oro a Venezia con Hana-bi, diventò per milioni di italiani Gennaro Olivieri, come lo storico arbitro di Giochi senza frontiere, in compagnia di Guido Pancaldi, Cippa Lippa, il Generale Putzerstofen e Sakamoto Iwao, vincitore di tutte le gare e del relativo assegno da un milione di sberle. La sigla di chiusura scorreva sulle note di Madama Butterfly: Puccini non poteva immaginarlo, ma Cio-Cio-San aveva trovato nipoti assai improbabili. Nasceva il marchio Mai dire..., dal quale non saremmo più guariti.

Trapattoni e Luther Blissett: Mai dire Gol e il calcio dissacrato

Come sottolinea Giorgio Gori, oggi scherzare sul calcio sembra scontato. All’epoca fu una rivoluzione. D’altronde Pier Paolo Pasolini lo aveva detto chiaro e tondo: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». E il docufilm svela che l’idea era stata proposta alla Rai, dove un dirigente la bocciò con parole degne di un concilio ecumenico: «Il calcio è una religione, non si bestemmia sul sagrato».

Ci pensò allora Italia 1 a sdoganare la bestemmia sul sagrato. Tra i «vai col liscio», i gol clamorosamente sbagliati da Luther Blissett e le interviste a Giovanni Trapattoni e a Edmeo Lugaresi, presidente del Cesena, il rito venne dissacrato una domenica sera dopo l’altra. Con buona pace dei sacerdoti della telecronaca, il pallone scoprì di avere un lato comico. E i tifosi di poterne ridere senza sentirsi apostati.

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Felice Caccamo, Frengo e Medioman: i personaggi di Mai dire Gol

leggendari di Mai dire Gol

La forza del film, la sua autentica potenza di fuoco, sta nell’essere un’epifania di humour ancora deflagrante e non un polveroso album di ricordi. Una roba triste e desueta, tipo quando gli amici ti invitano a cena e, al momento del caffè, spengono la luce per proiettare le diapositive delle vacanze. Qui, invece, si ride. E parecchio.

Scopriamo la genesi di Felice Caccamo, nato da una giacca azzurra che Teo Teocoli adocchiò in sartoria: talvolta un personaggio non si scrive, si indossa. E poi sfilano Frengo e stop di Antonio Albanese con il Foggia di Zeman, l’ingegner Cane di Fabio De Luigi con il suo Ponte sullo Stretto, l’imprenditore Carcarlo Pravettoni di Paolo Hendel e la lira che s’impenna, il procuratore Micio di Claudio Bisio con il suo «Siete vecchi, vecchi, vecchi!», il Robertino di Francesco Paolantoni e l’eterno quesito «Ho vinto qualche cosa?», il supereroe Medioman, anch’egli figlio di De Luigi.

Una parata di creature sovente lontane anni luce dalla realtà e forse, proprio per questo, capaci di raccontarla con tanta minuzia e divertimento. Il Ponte sullo Stretto, decennio dopo decennio, continua ad animare il dibattito pubblico: l’ingegner Cane aveva soltanto qualche anno di anticipo sui telegiornali.

Last but not least, Tafazzi: l’omino in calzamaglia nera di Giacomo Poretti che, con espressione beata, si percuote le parti basse con una bottiglia di plastica. Un’icona del masochismo applicato, degna di un trattato di Sacher-Masoch rivisto da Jacovitti. E qui la storia della Gialappa’s incrocia quella del suo regista. Fu proprio Walter Veltroni, allora direttore de l’Unità, lo storico quotidiano della sinistra italiana, ad avere l’intuizione politica di fare del personaggio il simbolo ironico del tafazzismo: la tendenza autolesionista della classe dirigente e dell’elettorato progressista a farsi male da soli, a colpi di divisioni e polemiche interne. L’articolo, però, lo affidò alla penna di Sandro Veronesi

Accanto a loro, tra i testimoni del docufilm, si ritrovano Aldo, Giovanni e Giacomo, Paola Cortellesi, Luciana Littizzetto, Gioele Dix, Neri Marcorè, Maccio Capatonda, Max Giusti, Ubaldo Pantani, Brenda Lodigiani, fino a Elio, Faso e Cesareo. Un who’s who della comicità italiana che, senza la Gialappa’s, avrebbe forse trovato altre strade. Ma non quella strada.

Teo Teocoli, Carlo Taranto e le domande scomode:

L’agiografia, il compitino ben fatto ma insapore, non abita qui. Veltroni affronta senza timore le pagine più spinose, a cominciare dall’abbandono traumatico di Teo Teocoli, che nel dicembre del 1995 lasciò Mai dire Gol e non tornò più a lavorare con i tre. Il film dà spazio a diverse versioni della vicenda, come in un Rashomon in salsa meneghina: ognuno custodisce la propria verità e nessuno ha intenzione di cederla.

Si chiede alle conduttrici, da Simona Ventura a Ellen Hidding, sino ad Alessia Marcuzzi, se si siano mai sentite imbarazzate da certe battute. Una domanda che oggi assume un peso diverso.. Si spiega, senza reticenze, perché ad alcuni artisti non venne rinnovato il contratto: si cercavano nuovi talenti emergenti.

E si affronta senza censure l’addio di Carlo Taranto, che nel 2023 scelse di non partecipare al GialappaShow. Veltroni, nelle note di regia, scrive di aver raccontato «le ragioni per le quali a un certo punto da tre sono rimasti due, ma sono sempre restati uguali». Una formula che vale più di un trattato sull’amicizia virile.

Non si ha paura nemmeno di rivelare quanto il programma potesse scherzare pesantemente su Mediaset, pur andando in onda su Italia 1. Basti pensare alla Iena Bum Bum Picozza, nata nei primi anni Duemila a Mai dire Domenica dall’estro di Fabio De Luigi, che citofonava a Cesare Previti. «Nessuna censura», commenta Giorgio Gori. Sicché, talvolta, la libertà più grande si trova proprio in casa del padrone. Basta avere il coraggio di riderne a voce alta.

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Chaplin, Totò e i Beatles: il circo immaginario della Gialappa’s Band

Veltroni racconta che indagando sulla loro storia ha scoperto come, nel corso del tempo, i Gialappi abbiano dato vita a «un circo immaginario, formato da personaggi immaginari, sganciati dalla realtà». Tant’è che il film si concede divagazioni preziose: una scena di Charlot nel Circo (1928) di Charles Chaplin, una sequenza di Totò in Il più comico spettacolo del mondo (1953). Il tendone, i clown, i trapezisti senza rete. E tre imbonitori che, invece di scendere in pista, commentano dal loggione.

Poi il regista azzarda il paragone più impegnativo: i Gialappi come i Beatles. Giorgio è John Lennon, Marco è Paul McCartney, Carlo è Ringo Starr. E giacché i Fab Four hanno salutato il pubblico per l’ultima volta su una terrazza, il celebre concerto sul tetto di Savile Row del 30 gennaio 1969, sarebbe bello che i tre tornassero, almeno per una sera, insieme ai microfoni di Radio Popolare. Dove tutto è cominciato.

Intanto godiamoci Olmo, ovvero Fabio De Luigi, che ha persino incontrato Sting, intonare C’è simpatia. Perché qui si ride senza che la risata ci seppellisca. Il celebre slogan prometteva che una risata vi avrebbe sepolti; i Gialappi, più modestamente, si sono accontentati di dissotterrare l’assurdo che si nascondeva in bella vista nella televisione italiana. E di mostrarci quanto fosse spaventosamente esilarante quel folle incontro di fucinatori d’ilarità.

L’assurda storia della Gialappa’s Band: scheda tecnica

cast e durata del film

Titolo: L’assurda storia della Gialappa’s Band

Regia: Walter Veltroni

Soggetto e sceneggiatura: Gianluca Belardi, Martino Migli, Herbert Simone Paragnani, Walter Veltroni

Con: Giorgio Gherarducci, Marco Santin, Carlo Taranto

E con: Antonio Albanese, Aldo Baglio, Claudio Bisio, Marcello Cesena, Paola Cortellesi, Fabio De Luigi, Gioele Dix, Sergio Ferrentino, Walter Fontana, Michele Foresta, Max Giusti, Giorgio Gori, Paolo Hendel, Ellen Hidding, Luciana Littizzetto, Brenda Lodigiani, Maccio Capatonda, Neri Marcorè, Alessia Marcuzzi, Ubaldo Pantani, Francesco Paolantoni, Giacomo Poretti, Giovanni Storti, Mauro Suma, Teo Teocoli, Simona Ventura, Cesareo, Elio e Faso

Fotografia: Davide Manca

Montaggio: Giogiò Franchini, Riccardo Giannetti

Musiche: Vittorio Cosma

Produzione: Attilio De Razza e Nicola Picone per Tramp Limited, in associazione con Medusa Film e Sky, in collaborazione con Blu One Lab

Distribuzione: Medusa Film

Durata: 105 minuti (1 ora e 45)

Festival: Festa del Cinema di Roma 2026, Special Screening

Al cinema: da giovedì 22 ottobre 2026

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Se L’assurda storia della Gialappa’s Band fosse un cocktail

Se L’assurda storia della Gialappa’s Band fosse un cocktail sarebbe il Mai Dire Gin: gin distillato a Milano, perché tutto nasce sotto la Madonnina, tra i corridoi di Radio Popolare; uno spruzzo di mezcal, omaggio al Mundial messicano del 1986 che diede il nome alla Band (dell’estratto di gialappa, per ragioni facilmente intuibili, faremo volentieri a meno); bitter Campari, milanese d’adozione, rosso e amaro come le battute più perfide; succo di pompelmo rosa e un colmo di acqua tonica, per le bollicine della diretta.

Una mistura frizzante, amarognola, irriverente. Dolce al primo sorso, perfida al secondo, come una telecronaca di Mai dire Gol. Il tutto servito in un tumbler basso, guarnito con tre scorze d’arancia intrecciate: da un certo punto in poi diventano due, ma il profumo resta uguale.

Da bere rigorosamente in compagnia, ad alta voce, commentando ogni sorso con perfidia. Avvertenza: chi cambia bicchiere è...

Il giudizio: L’assurda storia della Gialappa’s Band è un’odissea

Veltroni definisce quella dei suoi protagonisti «una storia certamente assurda, ma tanto divertente. E persino struggente». Ha ragione su tutta la linea. Per 105 minuti si ride di gusto, poi ci si accorge che dietro ogni sketch affiora il ritratto di un Paese cambiato insieme alla propria televisione. E non sempre in meglio.

Il film non pretende di chiudere il cerchio né di pronunciare sentenze. Preferisce lasciare le porte socchiuse, come si fa con gli amici che litigano ma prima o poi tornano a sedersi allo stesso tavolo. Magari al bancone di un bar sport.

E chissà che un giorno la sceneggiatura di Mr Forest – Una storia di riscatto italiana non diventi davvero un biopic di successo, con Ryan Gosling nei panni di Michele Foresta. D’altronde Hollywood ha messo in scena storie assai più improbabili.

Intanto, alla domanda del Mago Forest nella sala buia, possiamo finalmente rispondere. «C’è nessuno?». Sì, c’è Nessuno: tre voci, poi due, che da quarant’anni ci accompagnano senza farsi vedere. Ulisse, appena salpato, non resistette alla vanità e gridò a Polifemo il suo vero nome, attirandosi l’ira di Poseidone. I Gialappi, più saggi di lui, hanno sempre preferito restare Nessuno. Ed è per questo che li riconosciamo ovunque.

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