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Superfood, quali i reali benefici? Verità e falsi miti. VIDEO

Salute e Benessere

Chiara Piotto

Curcuma, avocado, alghe o zenzero, frutti e spezie che per molti italiani concorrono con i farmaci per effetti benefici. In un servizio dello speciale di Sky tg24 "Nel nome della scienza" si interrogano gli esperti su quanto c'è di fondato nel successo dei "super cibi"

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Spezie che fanno dimagrire, verdure che combattono l’invecchiamento, frutti esotici che migliorano la circolazione. Etichette e confezioni promuovono i mille vantaggi di avocado, bacche di goji, moringa, curcuma, zenzero, quinoa, fonio, alghe, mirtilli… È facile quindi farsi attrarre dai superfood, cibi le cui proprietà vengono vendute come “miracolose”. Chi non preferirebbe rinforzare il proprio sistema immunitario mangiando olio di cocco invece che con un farmaco?

I super-cibi come equivalenti dei farmaci

Per un italiano su tre i cibi dalle proprietà benefiche “super” possono essere utilizzati come veri e propri sostituti dei farmaci. Dal sondaggio Nielsen “Health/Wellness: food as medicine” è emerso che l’Italia è prima tra i grandi Paesi europei per il consumo di bacche di Goji (16% degli intervistati le acquista, meno del 6% in Germania, Gran Bretagna e Spagna). Sette italiani su dieci (68%) sono convinti che questa bacca possa essere utilizzata a scopo curativo, come multivitaminico naturale, sostegno al sistema immunitario e regolazione della glicemia. Segue nella classifica dei superfood più amati la curcuma, spezia giudicata benefica dal 62% degli italiani.

“Soluzioni poco impegnative a una dieta scorretta”

Che questi frutti e verdure abbiano dei benefici sull’organismo è indubbio. È la sostituzione ai farmaci ad essere contestata e insidiosa, così come la promessa di effetti miracolosi risponde più a esigenze di vendita e marketing che alla realtà. “Cerchiamo soluzioni poco impegnative a una dieta scorretta. È questa la principale ragione (oltre ad attente campagne di marketing) che giustifica il successo dei superfood”, scrive la Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro sul proprio sito.

Il ruolo del marketing

Dal 2007 l’Unione Europea ha regolamentato l’uso della denominazione "superfood" sulle confezioni, per arginare l’utilizzo spropositato a fine di marketing, ma la norma viene applicata in maniera blanda e a volte poco coerente in Italia. Che l’etichettatura “superfood” – così come tutti i claim che rimandano alla salute – influenzi gli acquisti è provato: lo sanno bene al Behavior and Brain Lab dello Iulm di Milano, dove con strumenti tecnologici avanzati viene studiata la reazione emotiva dei consumatori di fronte ai prodotti alimentari. “Siamo convinti di essere razionali, in realtà non lo siamo – ci spiega il direttore del laboratorio, Vincenzo Russo - In questo momento i consumatori sono molto motivati a trovare prodotti di grande qualità che facciano bene alla salute, ma non hanno le competenze per poter scegliere, perché non sono nutrizionisti. Quindi la possibilità di semplificare leggendo l’etichetta superfood ha un impatto importante”, prosegue l’esperto. “Se io sono convinto che il prodotto possa fare bene, sono disponibile a pagare di più. Lo vediamo sempre nelle nostre ricerche, quando un prodotto viene presentato in maniera diversa – anche se all’assaggio è uguale – le persone sono disposte a pagarle il 10, 15, 20% in più”. Non solo, è possibile che quella etichettatura mi faccia percepire di stare realmente meglio: “Si chiama effetto placebo”, conclude Russo.

Non è il super-cibo a fare la differenza, ma la super-dieta

Intorno al settore si è sviluppato un mondo di consumi: i superfood invadono anche gli scaffali dei prodotti cosmetici, quelli del petfood, per non parlare di bar e ristoranti dove centrifughe “super” arrivano a costare il doppio rispetto a quelle normali. Abbiamo chiesto un parere a Renato Bruni, professore di biologia farmaceutica e divulgatore scientifico, autore del libro “Bacche, superfrutti e piante miracolose”: “I superfood non esistono. Non esiste una normativa, una legge, in nessun paese del mondo che dica cos’è un superfood”, ci dice. “Non esiste un alimento, un integratore che sia risolutivo. È sempre la combinazione di tutto ciò che compone il nostro stile di vita a determinare i benefici. Se invece che usare un superfrutto ne usassi uno normale – se invece del mirtillo usassi le arance - che tipo di differenza ci sarebbe in termini di beneficio? Purtroppo questo tipo di studi combinati che sono molto più vicini allo stile di vita delle persone sono molto rari”.

Superfood in pillole, i rischi degli integratori

Quando poi dagli alimenti freschi si passa ai concentrati in pillole, la questione si complica. “A quel punto assumiamo quantità molto maggiori di quelle sostanze rispetto a quelle che troveremmo all’interno della nostra dieta”, ci spiega Bruni, facendo l’esempio della curcuma: “La curcuma non fa dimagrire, sappiamo che può avere una leggera azione antinfiammatoria, ma quasi tutti i consumatori che la usano lo fanno perché in rete c’è stata una ondata di segnalazioni riguardo al suo uso come dimagrante, che invece non ha fondamento. Ma gli integratori contengono quantità molto concentrate di curcuminoidi”.

Il caso della curcuma, assumere con attenzione

Proprio per questo se un cucchiaino di curcuma in polvere al giorno non è dannoso, con gli integratori la questione è diversa. Il ministero della Salute ha segnalato alcuni prodotti che sono stati correlati a casi di intossicazione epatica. Dalle analisi è risultato che a causare le epatiti non sarebbe stata la composizione degli integratori in sé, ma la suscettibilità individuale dei consumatori o l’assunzione di farmaci in contemporanea. “Moltissimi consumatori li impiegano senza informare il medico. Questo determina che alcune tossicità possono non essere riportate e che molti consumatori mescolano farmaci e integratori”, spiega ancora Bruni.