Martedì 3 novembre gli elettori americani sono chiamati alle urne per rinnovare i 435 membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. I sondaggi sulla possibile distribuzione dei seggi tra Repubblicani e Democratici, i favoriti e gli Stati in bilico.
Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di midterm, un appuntamento che rappresenta un passaggio cruciale per gli equilibri politici di Washington. A differenza delle presidenziali, che si tengono ogni quattro anni, le elezioni di metà mandato si svolgono ogni due e coinvolgono l’intero Congresso: tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e una parte di quelli del Senato. Il loro esito è tradizionalmente considerato un indicatore del consenso nei confronti del Presidente in carica e delle sue politiche.
Il calendario elettorale statunitense fissa il voto al primo martedì successivo al primo lunedì di novembre, una regola che nel 2026 porta appunto alle urne il 3 novembre. Accanto al voto in presenza, negli Stati Uniti è ampiamente diffuso il ricorso al voto anticipato e per corrispondenza. Le modalità di partecipazione, tuttavia, variano da Stato a Stato, poiché l’organizzazione delle elezioni rientra principalmente nelle competenze delle amministrazioni statali e locali.
Oltre al rinnovo della Camera e di una parte del Senato, le elezioni del 2026 interesseranno anche le cariche di governatore in 36 Stati, confermando la portata di una consultazione che va ben oltre il Congresso federale. In un sistema fortemente decentrato come quello americano, infatti, i governatori esercitano poteri rilevanti e possono incidere direttamente sulle politiche pubbliche e sugli equilibri politici interni al Paese.
Per Trump, il voto rappresenta soprattutto una verifica del consenso a metà del mandato. La storia delle midterm mostra come il partito del Presidente tenda spesso a perdere terreno, pagando il malcontento degli elettori o le difficoltà incontrate dall’amministrazione. Quando la stessa formazione politica controlla sia la Camera sia il Senato, il rischio di perdere almeno una delle due maggioranze diventa particolarmente significativo. Le elezioni si trasformano così in un’occasione per esprimere un giudizio sull’operato della Casa Bianca e, potenzialmente, per imprimere una svolta all’agenda politica del Presidente.
Uno dei fronti decisivi sarà il Senato, dove il mandato dura sei anni e i seggi vengono rinnovati per gruppi ogni due anni. Nel 2026 saranno sottoposti al voto 35 seggi su 100, oltre a due consultazioni suppletive. La posta in gioco è rilevante: un eventuale avanzamento dei Democratici potrebbe modificare gli equilibri parlamentari e ridurre lo spazio di manovra dell’amministrazione repubblicana.
L'esito delle midterm, tuttavia, non inciderà direttamente sulla durata della presidenza Trump, che proseguirà fino alla scadenza del mandato nel gennaio 2029, indipendentemente dai risultati elettorali. A cambiare potrebbe essere, piuttosto, la capacità del Presidente di tradurre le proprie promesse in provvedimenti concreti. Un Congresso controllato dai Democratici potrebbe infatti ostacolare le iniziative legislative della Casa Bianca, intensificare il controllo sull'amministrazione e rendere più difficile l'attuazione del programma presidenziale.
È in questo scenario che torna d'attualità l'espressione lame duck, letteralmente «anatra zoppa», utilizzata nella politica americana per descrivere un presidente il cui potere politico risulta indebolito. La definizione si applica spesso ai presidenti al secondo mandato, che non possono essere rieletti, ma assume un peso particolare quando il Congresso passa sotto il controllo dell'opposizione. Per Trump, dunque, le midterm del 2026 non determineranno il destino della presidenza, ma potrebbero segnare una svolta decisiva nei rapporti di forza a Washington.