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Carola Carulli racconta "Tutto il bene, tutto il male"

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Sabrina Rappoli

Il romanzo d'esordio della giornalista indaga con intensità i legami famigliari. Una storia piena di empatia e di quell'energia che si crea negli incontri, di vuoti e di pieni

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Ho conosciuto Carola Carulli qualche settimana fa, durante una cena. Di lei, donna intensa, bella, piena di passioni, mi ha subito colpito il sorriso. Un sorriso che è come un intercalare lieve, una carezza per l'interlocutore. Il suo romanzo, Tutto il bene, tutto il male, appena pubblicato per Salani, è frutto più che mai del suo modo di essere, dell’energia con la quale affronta la vita. Ama la musica di Vasco Rossi, i Negramaro, i fiori, Beethoven. Adora sua figlia Peneope, si capisce da come ne parla. E' una donna che conosce sé stessa e conosce le altre donne, che sa raccontarle in modo consistente, profondo.

La storia covava dentro l'autrice come fuoco sotto la cenere

Il romanzo di Carola è nato nei mesi del lockdown, ma in realtà la storia covava da tempo dentro di lei, come fuoco sotto la cenere. I personaggi del libro aspettavano soltanto l’occasione giusta per accendersi, per uscire fuori e farsi conoscere, senza paura, senza pudori; per offrirsi ai lettori con verità, sebbene siano personaggi di finzione.

Tutto il bene, tutto il male delle famiglie

Tutto in una famiglia, Tutto il bene, tutto male. Come sempre accade, per ciascuno di noi, che conosciamo come nessuno le nostre famiglie, perché le abitiamo. Qui ci sono Sveva, che è figlia di Sarah, ma forse, loro due, non si sono mai del tutto intese. Anche per questo Sveva cerca e trova in sua zia Alma – altra fondamentale protagonista di questa vicenda piena di luci e ombre - ciò che le manca. Alma come Anima, appunto, riferimento ed esempio, fonte alla quale attingere esperienze, errori, soluzioni, ardimenti. C'è posto anche per gli uomini, per i padri: ora assenti, ora fondamentali per la crescita, la formazione.

La solidarietà tra donne quando c'è ferma una guerra

Il titolo fa riferimento a “Tutto il bene, tutto il male che si fanno le famiglie”, spiega l’autrice, “tutto il male che ci raccontiamo per proteggere un bene che forse non vediamo. Ci sono degli abbandoni, delle madri che non sono state tali, c’è una grande solidarietà tra donne che spesso manca, ma che quando c’è ferma una guerra”.

Una storia di fragilità svelate, di forze inaspettate, di coraggio. La trama ci colpisce.  Racconta una densa vicenda famigliare, una gravidanza, una bisnonna sensitiva ancora molto presente; padri che hanno sofferto, ma che nonostante ciò crescono con amore i propri figli, legami di sangue che uniscono come l’acciaio, ma che rischiano di sbriciolarsi come macerie. La scrittura ci inchioda. Le parole sondano i personaggi, li sfiorano e li sferzano, poi li perdonano. Come dovrebbe sempre accadere. Perdonare perfino il dolore, il male fatto e ricevuto anche involontariamente, per arrivare a una qualche forma di felicità. O almeno per provarci.