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Hammamet, Favino si supera nel ritratto di Bettino Craxi al tramonto della sua vita

Hammamet, Favino mostra su Instagram le stanze della vera casa di Craxi

4' di lettura

Il film di Gianni Amelio, nelle sale dal 9 gennaio, ci mostra i sentimenti di un leader in disgrazia, solo e rincorso dal suo passato. “Ma non cercate risposte, troverete solo domande” dice il regista

“Hammamet” è un film molto poetico e poco politico in cui il regista Gianni Amelio rappresenta attraverso la sua sensibilità gli ultimi mesi di vita di uno dei più importanti uomini politici del ‘900 italiano, Bettino Craxi, interpretato da Pierfrancesco Favino. “Dio benedica Favino - ha detto Amelio - Senza di lui il film non si sarebbe fatto”.

Un film non biografico

Il cinema di Gianni Amelio mette in primo piano i sentimenti: “Hammamet” non è un documentario e con difficoltà lo si potrebbe definire un film biografico. E’ ispirato alla vita del leader decaduto e molta documentazione è stata raccolta nella preparazione, ma nella storia entrano anche elementi inventati per scopi drammaturgici e i personaggi non vengono neanche chiamati per nome perché, dice il regista, ”già si conoscono”. Così Craxi è “Il Presidente”, Ciriaco De Mita viene solo nominato come “Il democristiano irpino” e la figlia di Craxi, Stefania nella realtà, diventa “Anita”, come Anita Garibaldi, per ricordare il condottiero risorgimentale di cui Craxi era fervente ammiratore.

La solitudine del protagonista

Proprio il rapporto padre-figlia è uno dei temi portanti del film, insieme alla solitudine senza scampo del protagonista: un politico potente, profondo, orgoglioso, arrogante, un re detronizzato, fuggito, malato che va verso la morte inseguito dal suo passato e condannato dai tribunali per finanziamento illecito dei partiti. Il regista ha aspettato mesi che il protagonista che aveva scelto completasse i suoi impegni precedenti per poter lavorare a questo progetto. Non se ne è pentito, tanto da dire: “Favino ha portato in certi momenti il film a un’altezza insperata”.

Cinque ore quotidiane per il trucco di Favino

Dell’interpretazione la prima cosa che colpisce è la trasformazione: il volto, la voce, gli sguardi, la camminata piena di sicurezza nelle prime scene e via via più zoppicante e malferma. Poi, mentre il film va avanti lo spettatore si accorge che l’attore è entrato nel personaggio ben più che nell’esteriorità, è un interprete totale. Non contano solo le cinque ore quotidiane necessarie al make-up: “il trucco è la chiave per scordarsi del trucco - dice Favino - La maschera ti consente un contatto più intimo con qualcosa che altrimenti non avresti il coraggio di toccare”. Così lo vediamo talvolta cinico, talvolta sofferente, in lacrime, sgomento, rancoroso, assediato dagli incubi.

La solitudine di Craxi

Suggestiva e dolente, sembra felliniana, la scena del sogno del Presidente, che assiste insieme al padre a uno spettacolino in cui la sua figura ormai innocua viene dileggiata con volgarità da due comici. Insomma, questo Craxi è troppo radicato nella realtà della Storia, anche se romanzata, per diventare un astratto personaggio da tragedia classica, ma la forza dei suoi tormenti, che si risolvono solo con la morte, vanno molto oltre la vicenda di un uomo comune che si confronta con la sorte avversa. “Craxi è lasciato solo - dice Favino - dal suo essere despota anche in famiglia.” Mentre gli adulatori per interesse lo hanno già abbandonato, viene raggiunto nel suo eremo tunisino anche da un vecchio avversario politico, un democristiano navigato e insieme a lui, in una sequenza significativa, mangia condividendo lo stesso piatto di pasta.

Amelio: "Su Craxi un silenzio assordante e ingiusto"

“Il film non dà risposte, fa domande”, dice Gianni Amelio, rifiutando le ipotesi di chi aspettava prese di posizione politiche o su tangentopoli. Il pensiero dell’uomo di governo e segretario del PSI sui finanziamenti illeciti al partito è rappresentato quasi all’inizio del film, quando, a chi lo avvisa delle indagini dei magistrati risponde minimizzando: “Bisogna ignorare i peccati veniali in nome di un fine ultimo.” Ma perché un film su Craxi, venti anni dopo la sua morte nel rifugio di Hammamet? Risponde Gianni Amelio: “I produttori mi avevano proposto un progetto su Cavour e il suo rapporto con la figlia e io ho rilanciato con l’idea di un film su Craxi, su cui da decenni c’è un silenzio assordante e ingiusto.”

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