Una donna si è opposta alla richiesta di archiviazione della denuncia per presunte molestie e maltrattamenti sul lavoro presentata contro un capo reparto di un lanificio. Al centro del dibattito anche un passaggio della proposta di archiviazione che distingue tra un toccamento sul seno e uno sotto il seno. La difesa contesta la decisione della Procura e chiede ulteriori approfondimenti investigativi
Toccata sul seno o appena sotto? È anche attorno a questo distinguo che ruota la richiesta di archiviazione di una denuncia per presunti maltrattamenti e molestie sessuali sul lavoro. Un passaggio che ha acceso il dibattito e sollevato interrogativi che vanno oltre le aule di giustizia. La vicenda è arrivata oggi davanti al tribunale di Biella, dove si è svolta a porte chiuse l’udienza sul ricorso presentato da una donna contro la richiesta di archiviazione della sua denuncia. Nella proposta, la procura ha indicato una serie di ragioni, tra cui la descrizione dei fatti, ritenuta “non sufficientemente precisa”. Tra gli episodi citati c’è un “toccamento” che, come si legge nella proposta, non si capiva se fosse avvenuto "sul seno (zona erogena) ovvero immediatamente sotto", con un evidente distinguo, da parte del magistrato, fra le due aree del corpo. L’avvocata della donna, Cristina Morrone, ha sottolineato che "è difficile comprendere quale sia la rilevanza dell'affermazione, visto che l'atto risulta in ogni caso gravemente lesivo della sfera sessuale".
La posizione della procura
La denuncia riguarda quanto sarebbe avvenuto in un lanificio di Biella, dove la donna ha lavorato per 26 anni prima di licenziarsi nel 2024. Al centro del procedimento c’è un capo reparto. Secondo la procura sono emersi indizi "sulla sussistenza di condotte mobbizzanti e di molestie sessuali”, ma "la genericità del racconto" della parte lesa rende impossibile formulare un capo di imputazione. La querela, inoltre, sarebbe stata presentata in ritardo. C’è poi il nodo del reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo il pm non sarebbe applicabile, perché l’azienda contava una quarantina di dipendenti e mancherebbe quindi il requisito della “para-familiarità”. Per le condotte di mobbing, ha ricordato il pm, si può agire in sede civile.
Le contestazioni della difesa
L’avvocata Cristina Morrone ha contestato la richiesta di archiviazione, sottolineando che la donna (già affetta da una grave patologia) è risultata soffrire di un "disturbo post traumatico da stress”. Proprio questa condizione, per la difesa, può aver inciso sulla capacità di ricostruire con precisione episodi avvenuti nell’arco di diversi anni. La legale, lamentando la mancanza di indagini approfondite, ha proposto di fare interrogare cinque testimoni e ha fatto presente che è possibile procedere per il reato di atti persecutori. Il giudice del tribunale di Biella si è riservato la decisione.
Sulla vicenda è intervenuta anche Cristina Carelli, presidente di D.i.Re - Donne in rete contro la violenza. “Le incongruenze o le lacune nel racconto non sono necessariamente indice di inattendibilità; possono essere, al contrario, una manifestazione della sofferenza subita”, ha commentato Carelli. “Come Rete nazionale dei centri antiviolenza contestiamo inoltre il riferimento al fatto che il presunto toccamento avrebbe riguardato una parte del corpo non ritenuta erogena. Una simile impostazione rischia di ridurre la molestia sessuale a una questione meramente anatomica".