Eleonora Strino: "Se oggi sono realizzata è merito anche di Virginia Woolf"
Musica Credit Luca D’Agostino
La chitarrista napoletana di fama internazionale ha pubblicato un album, Lumithia, che a parte la prima composizione è un ritratto di donne rivoluzionarie, ognuno a suo modo e anche nella sconfitta. L'INTERVISTA
Lumithia è il nuovo progetto della chitarrista napoletana Eleonora Strino. Ospita tredici tracce incise per chitarra sola, un lavoro profondamente intimo, narrativo e letterario, che si muove come un diario emotivo più che come una semplice raccolta di brani. Il filo conduttore è una ricerca sul mondo femminile, attraversata da figure reali e immaginarie: scrittrici, personaggi di romanzi, rivoluzionarie, affetti personali. Ne emerge un universo fatto di fragilità, ribellione, memoria e identità in cui la musica diventa traduzione diretta di esperienze interiori molto forti. Lumithia oscilla tra delicatezza e inquietudine: da un lato la dimensione lirica, quasi contemplativa, dall’altro momenti di tensione emotiva intensa, legati a dolore, alienazione, trasformazione e paura, con una costante sensazione di immersione profonda nelle storie e nelle coscienze da cui l’artista trae ispirazione. L’album ha anche un forte legame con la parola scritta: molti brani nascono da libri e letture che hanno avuto un forte impatto sull’artista. La chitarra funziona quindi come una voce unica che racconta senza mediazioni, mantenendo tutto essenziale, diretto, quasi confessionale
Eleonora iniziamo dalla storia di Lumithia: come hai costruito l’album e come sei arrivata a un titolo così particolare ma anche così identitario?
Il disco nasce con un concetto particolare, non è ispirato dalla musica ma dalle letture. Il titolo è il nome di un romanzo che mia madre ha scritto ma non ha mai pubblicato. Ora non sta bene di salute ma spero comunque di farlo uscire, è un romanzo autobiografico e lei dice che si è ispirata a Gabriele D’Annunzio.
Tu che hai girato il mondo con la tua chitarra, credi che in Italia ci sia la giusta maturità per un disco complesso e unico quale è il tuo?
Non ho una risposta. Essendo già un po’ seguita me lo sono potuto permettere e ho bei riscontri da persone che lo possono comprendere.
Lumithia è costruito più come un diario che come una sequenza di composizioni: da adolescente avevi un diario? E oggi che sei una giovane donna fermi su carta i tuoi pensieri e le tue sensazioni?
Da piccola lo avevo ma mai sono stata costante, ho sempre amato scrivere e leggere. Poi sono stata concentrata sullo studio e sulla musica, ora mi sono concessa questa apertura, ho composto anche brani cantautoriali. C’è pure un romanzo, che si chiama Matilde, mi attrae come nome, è come se mi fossi auto-partorita.
Perché hai scelto, come filo conduttore, il mondo femminile?
La chitarra è considerata uno strumento maschile, nei contesti che ho frequentato sono sempre stata la sola chitarrista donna e all’inizio non puoi non notarla questa situazione. Prima ho cercato di capire cosa volessi essere, che donna volessi essere. Mi sono posta domande sulla maternità e mi sono imbattuta in tutte queste donne che prima di me hanno sdoganato il tema. Kate Chopin, cui dedico un brano, ha scritto Il Risveglio: la protagonista e madre e moglie e si risveglia come artista. Di queste donne ho desiderato capire come sono vissute e assorbirne la forza anche perché fin da piccola ho visto l’arte dal lato maschile, mio padre un pittore. Ho letto i classici, amo Tolstoj, e ho realizzato che leggevo solo scrittori uomini dunque ero la prima ad avere pre-concetti.
Danny Boy, con cui apri l’album, nasce nel 1910 in Irlanda ed è attualissima perché parla di un addio, l’addio di una madre a un figlio che va in guerra o a cercare fortuna in un altro paese. Ti preoccupa la sua attualità e come ti ci si approcciata emotivamente?
Mi preoccupa, sono anni complicati, ma mai c’è stata un’era veramente felice. Danny Boy la hanno fatta tantissimi artisti poiché può essere interpretata in varie maniere e ha quella venatura Folk che mi interessava. Inizio con un uomo e procedo con le donne.
La Campana di Vetro è un omaggio a Sylvia Plath: cosa rappresenta per te la poetessa statunitense che per altro si è suicidata un mese dopo la pubblicazione di questo libro? Un romanzo per altro che parla di crolli nervosi giovanili e ispirato a fatti reali per ammissione della stessa Plath.
Il mio rapporto con lei parte dalle poesie poi ho letto questo romanzo che mi ha scioccato: contiene la dicotomia tra una ragazza che va al college raccontata con parole leggere e poi in modo brusco ti porta nell’abisso della depressione più totale. Ho avuto ansia a leggerlo, volevo smettere ma non ci sono riuscita e la composizione è nata subito. L’animo artistico vive sul filo della pazzia, lei ti porta in una realtà cruda e atroce e fa riflettere e si ricollega al malessere adolescenziale. Ma oggi con i social c’è un isolamento maggiore e c’è la tendenza a rapportarsi a un modello che non raggiungi e ciò aumenta la frustrazione. Si riflette sulle malattie mentali e per la Plath la depressione era una malattia. Ci aggiungo il rapporto malato col suo uomo che era un poeta e amplificava il malessere.
Aleksandra Kollontaj è una figura che hai riesumato: è stata la prima donna ministra e e poi ambasciatrice. E’ considerata una vera rivoluzionaria: cosa significa nel 2026 essere rivoluzionari e come la hai intercettata?
Nel disco e nelle mie letture convivono due tipi di protagoniste: quelle come Sylvia Plath o la Virginia Woolf che non ce l’hanno fatta, che ci hanno provato a essere rivoluzionarie ma sono state bloccate dal contesto sociale: l’idea era non voglio essere solo madre o moglie ma il malessere è stato troppo forte; poi ci sono quelle come Aleksandra Kollontaj e Modesta che ce l’hanno fatta. Della Kollontaj ho letto una biografia bellissima, per l’epoca è stata una rivoluzionaria vera: si è sposata presto, ha generato fatto figli e poi è andata a studiare Comunismo in Svizzera col senso di colpa di avere lasciato la famiglia. E’ riuscita a non soccombere nello spirito anche se ha avuto una vita facile.
Ti chiedo se Monte Nuovo è legata all’ultima eruzione ai Campi Flegrei, nella prima metà del Cinquecento, e se nella tua esecuzione, con la quale pochi giorni fa hai festeggiato il tuo compleanno, diventa simbolo di rinnovamento e rinascita.
I Campi Flegrei sono tornati a essere vivi, ci sono nata. Ho voluto trasmettere il mio spirito vulcanico, ho un carattere così. Pullulo di crisi esistenziali e il Vulcano è la rinascita.
Virginia suppongo sia Lady Woolf: fu tra le prime donne a combattere per la parità di diritto tra i sessi. Pensare a lei e guardare la situazione odierna ti mette tristezza? Ti avvilisce?
Sotto certi punti di vista no, siamo più fortunate, io sono una chitarrista Jazz ed è anche grazie a lei che oggi posso fare quello che faccio. In passato, nel mio genere, ci fu Emily Remler morta a trent’anni di eroina, andò in depressione per essere l’unica donna in quell’ambito e dovere dimostrare la sua forza la ha portata a drogarsi. Mi sento fortunata rispetto a lei anche se in Italia siamo sempre gli ultimi, diciamo che il patriarcato non esiste più ma nell’animo sociale c’è. Vedo però che le ventenni sono molto più libere e i ventenni in gran parte non si rifanno al patriarcato.
Perché Modesta, protagonista de L’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, cinquant’anni esatti dopo la stesura del libro, anche se pubblicato anni dopo e in due parti, resta una eroina moderna?
Goliarda, e di riflesso Modesta, saranno eroine moderne per anni: molte sue idee restano ancora non attuate, penso ai rapporti di coppia, alla politica, ai rapporti tra madre e figlia…lei fu una artista incredibile. Se ci pensi il grosso problema della sua vita è stato il rapporto con la madre.
Bertolt Brecht disse “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”: chi sono gli eroi di questa epoca? Perché abbiamo bisogno di eroi in cui credere più che di persone comuni con cui convivere?
Nel nostro piccolo combattiamo una vita complicata per tutti, una sfida continua e piena di drammi. Servono appigli, è una questione di animo, c’è chi riesce a superare gli ostacoli e chi no. Eroe è chiunque riesce a portare avanti i principi e i valori che pare si stiano perdendo. Non voglio entrare in politica ma mi sento di dire che quello che è accaduto a Bologna (la morte di Fakir, ndr) lo trovo arcaico, è uno scimmiottare il modello americano.
Camille è la protagonista de La Signora delle Camelie di Alexander Dumas figlio o la scultrice francese Camille Claudel. Quest’ultima diventa poi l’amante di Rodin, di 24 anni più anziano. Oggi può verificarsi una simile situazione, un rapporto intenso, intellettuale e carnale tra uno scultore affermato e una giovane donna che lui vede come musa?
E’ in realtà una mia amica. Il fenomeno di cui parli io lo sto vedendo al contrario, ho amiche più grandi che hanno storie con ragazzi più giovani e non subiscono il peso del giudizio. Camille è una mia amica francese di grande spessore culturale, ha partecipato alla lavorazione del disco e quando ha letto delle protagoniste mi ha fatto notare che non c’erano donne di colore; quindi mi ha raccontato la storia di Miriam Makeba morta a Castel Volturno. In studio mi è stata chiesta improvvisazione totale e ho fatto una citazione lieve del suo Pata Pata. Dunque nel brano ci sono entrambe ma Camille mi ispira e non esce da un libro.
Chiudi con La Vegetariana, l’inquietante libro di Han Kang: perché lo hai scelto? Cosa ti ha affascinata della figura di Yeong-hye? La sua scelta può essere legittima ma la porta a isolarsi dalla società.
Hai ragione, è un libro estremamente inquietante, c’è quell’inquietudine tipica dell’arte coreana. Il libro parte dalla vita tradizionale di una donna tranquilla che ti metti a fianco, lei era neutra ma dopo il sogno diventa vegetariana. Mi ha colpito l’immagine della carne morta nei sogni. Lei è finita nel centro psichiatrico, è stata resa folle. Si parte dal modello arcaico di coppia con un marito che a un certo punto non la riconosce.
Infine ti chiedo cosa accadrà nella tua estate artistica.
L’estate artistica è molto bella, ho iniziato una collaborazione con l’America, ci sono già stata due volte in tour, sia nella East che nella West Coast. Ora partecipo ad alcuni Festival italiani, poi torno in America e quindi verrà il momento dell’Europa.