Il brano ragiona su cosa ci rende dipendenti gli uni dagli altri da sempre, e cosa invece ci differenzia, al di là delle epoche, delle culture e dei costumi che cambiano nei secoli
IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELL'ARTISTA
Le formiche è nata in pieno delirio, dopo quattro giorni chiusa in casa. È il tentativo di
rispondere a una domanda semplice e allo stesso tempo impossibile: che cosa ci unisce? Cosa ci rende dipendenti gli uni dagli altri da sempre, e cosa invece ci differenzia, al di là delle epoche, delle culture e dei costumi che cambiano nei secoli?
Per cercare una risposta ho iniziato a vagare tra letture e riferimenti molto diversi: da L’Emilio di Rousseau a Storia di un impiegato di Fabrizio De André, passando per Poesia e civiltà di Giovanni Truppi, fino persino al libretto di istruzioni di un telecomando che avverte di non metterlo in lavatrice. Tutto è diventato materiale per riflettere su cosa significhi essere umani.
Il brano racconta una piccola storia dell’uomo: parte da quando ancora non avevamo un nome né un linguaggio, attraversa la nascita della società e arriva fino alla globalizzazione e al presente, un’epoca in cui deleghiamo la memoria ai nostri telefoni. Conosciamo tutto e, allo stesso tempo, niente davvero. Siamo una massa iperconnessa ma spesso disinformata, "gobbi perché ripiegati come calzini su noi stessi e sui telefonini". Nel suo percorso mi ha accompagnato anche Rousseau, che scrive come sia proprio la nostra debolezza a renderci socievoli: sono le comuni fragilità a spingerci verso gli altri. Se non avessimo bisogno gli uni degli altri, probabilmente non sentiremmo il desiderio di unirci. È proprio dalla nostra natura fragile che nasce la possibilità della felicità condivisa. Questa riflessione ha preso forma anche nel videoclip. Per rappresentare il viaggio antropologico dell’uomo, dalle origini fino alla contemporaneità, ho scelto di attraversare il Messico insieme al
videomaker Giulio, partendo da piccoli villaggi fino ad arrivare a Città del Messico, simbolo della densità urbana e della globalizzazione.
La prima tappa è stata El Azufre, un piccolo paese afro-messicano di poche centinaia di abitanti che vivono di pesca, solidarietà e comunità. Qui, io e Giulio Catalucci, il videomaker, siamo stati accolti come ospiti, invitati a un battesimo locale e coinvolti in momenti di condivisione che sembravano appartenere a un tempo diverso. Da lì il viaggio è proseguito attraverso Oaxaca, Puerto Escondido, Xochimilco e infine Città del Messico. Le tappe erano solo indicative: è stato un vero road trip costruito sull'incontro con chi aveva voglia di ospitarci, raccontarsi e condividere un pezzo della propria vita.
Il video prova a rispondere alla domanda "Cosa ci unisce?" mostrando proprio questi incontri, i gesti di ospitalità, i momenti di convivialità e le risposte raccolte lungo il cammino. È stato sorprendente scoprire come, in un Paese considerato povero, sia ancora fortissimo il senso della comunità e della solidarietà. Se il brano nasce come una riflessione sulla condizione umana, il viaggio mi ha lasciato una risposta personale: ciò che continua a unirci è la capacità di prenderci cura gli uni degli altri. E in Messico questa risposta l'ho trovata nell'incomparabile fratellanza della gente del Sud e nella straordinaria, affettuosa ospitalità del popolo messicano.