Patrizia Laquidara, l'album Flòrula: "Vorrei sostituire ti amo con ti vedo"
Musica
Le canzoni, nate dai personaggi e dai racconti presenti nel suo romanzo Ti ho Vista Ieri, si muovono tra fragilità e slancio, intimità e apertura: a volte il canto diventa inno e rito, altre resta nudo, ma sempre vivo. L'INTERVISTA
Dopo il monumentale e affabulante romanzo Ti ho vista ieri e il lavoro teatrale accanto a Marco Paolini, Patrizia Laquidara pubblica l'album Flòrula, un progetto che parla il linguaggio del presente senza rinunciare alla complessità e torna alla musica come a una casa viva: un luogo in cui la storia personale smette di essere biografia e diventa racconto condiviso. Flòrula germoglia dal lessico botanico e indica l’insieme delle specie vegetali che abitano un territorio. Nella poetica di Patrizia Laquidara diventa metafora di un ecosistema umano ed emotivo fatto di presenze minute e resistenti: genealogie, voci femminili, relazioni e comunità che convivono e si trasformano. Ogni canzone è un frammento necessario, niente è ornamentale, tutto è vivo. È un disco fatto di memorie personali e corali, l’infanzia come spazio originario e inesauribile, i viaggi, le storie familiari, un’Italia condivisa, che si aprono a un’idea di comunità più ampia, inclusiva, mai chiusa nell’io, ma soprattutto al desiderio di allargare lo sguardo, di non restare soli, di costruire un’idea di mondo in cui nessuno è escluso.
Patrizia il tuo album Flòrula è prima di tutto un progetto collettivo, un ecosistema fatto di umanità che si frequenta: come è nato questo viaggio e come ci hai lavorato?
Pensavo fosse più facile trasporre un libro di 567 pagine (scritto da lei stessa e dal titolo Ti Ho Vista Ieri, ndr), quindi ho dovuto scegliere personaggi, luoghi e storie che hanno possibilità di uscire da pagine anche autobiografiche e diventare più simbolici. Ho lasciato fossero a raggiungermi.
Di solito un romanzo diventa film il tuo Ti Ho Vista ieri, invece, è diventato il progetto di una cantastorie contemporanea: avevi già in mente il passaggio o ci sei arrivata strada facendo?
Il libro è stato accolto bene, ha vinto premi, è stata una esperienza che mi ha dato soddisfazioni. E’ un inventario che meritava il racconto in modo più famigliare cioè con la musica. Marco Paolini mi ha detto di non abbandonarlo e poi ho capito che il libro doveva avere un suono. Io sono il pretesto per parlare di altro, di fare sì che l’album, nato da un racconto personale, faccia emergere ancora di più e in maniera più universale i personaggi.
Nina, Mimma, Grazie e Agnese popolano Nessuno Deve Restare Fuori: c’è l’immagine romantica del correre scalza in cortile fino a inciampare…è da quelle piccole ferite che filtra il sole della rinascita?
Nel disco si parla di trasformazione, la rinascita viene dalle ferite e certe figure hanno avuto una vita intensa, a tratti tragica. Ho trasformato vite eroiche nella quotidianità. In Nuova Luce è trasformare il dolore in luce e per darle forma mi mancavano le parole dunque mi sono chiusa in casa e in cucina avevo una piantina in un vaso: la foglia prendeva luce e la traduceva in vita e dunque in nuova luce.
Anna la Ciaccaligna è onice e lava, e luce e lutto ma è un giunco che sa adeguarsi al vento e alla corrente: è una forma di Resistenza umana?
Assolutamente sì. Anna è una figura che ha accompagnato la mia infanzia, in questo periodo della mia vita capisco quanto riesco a piegarmi per fare passare la corrente.
La sua lingua che spacca la legna mi fa pensare anche al giudizio, oggi viviamo in una società giudicante: ci convivi, ci hai fatto pace oppure sei una donna infastidita?
Sono infastidita da tantissime cose. Viviamo in una società rancorosa e polarizzata cioè tutto è o bianco o nero, la realtà è più complessa, anche un albero e un tramonto sono pacificatori.
La Bambina, “quella che non ti ha lasciato mai”, come sta oggi? E quando la vedi volare via pur sapendo che tornerà ti mette melanconia?
Nessuna melanconia, so che reagisce male quando non sono aderente a quello che sente, pensa e vuole. Ci sono parti di me che si allontanano, penso agli eteronimi di Pessoa. La bambina è un sismografo come lo è la voce. Non credo in arte e musica come vocazione, io la faccio perché mi piace, poi c’è l’incontro col pubblico…dentro di me ci sono cose che possono cambiare: un libro di poesia, la musica, il teatro.
Cunizza è una canzone di devozione: che rapporto hai con la Fede? Sei credente?
Non sono credente in una religione ma credo nella spiritualità e nella coscienza. C’è il respiro di una processione perché sono attratta da riti e rituali.
C’è anche una citazione del paradiso dantesco, canto IX, che racconta di Cunizza da Romano, donna di grandi passioni e di tanti amori ma anche capace di restituire la libertà ai suoi servi. In cosa ti riconosci di lei?
Mettere vicino lei e la Madonna, nel suo rappresentare la bellezza che è sacra. E’ essenziale seguire il desiderio, qualunque forma abbia.
Flòrula è un disco molto luminoso con punte altissime come in Nuova Luce dove canti “luce che traduce ancora in altra luce all'infinito”. Nonostante questo mondo che alza i muri e accende le guerre bisogna sempre credere nel Fiat Lux?
Credere è un verbo con cui ho difficoltà a rapportarmi. Sono pessimista rispetto all’umanità di adesso. Sono consapevole di essere pessimista verso una umanità che ha dimostrato il peggio ma voglio anche la luce della speranza accesa.
In cosa per te Luce è spiritualità e rivelazione? E quella voglia “di dirti baciami” è la tua idea di romanticismo?
Il romantico non mi piace troppo, poi ci si stufa, il corpo sa di più, la spiritualità passa dal corpo che ricorda tutto. L’amore passa dal sentire altro. Vorre il ti amo sostituito dal ti vedo.
La Ragazza della 127 è in primis memoria, è la fotografia di un Sud che a partire dagli anni Sessanta ha dato all’Italia la manodopera per togliere le macerie della guerra e ricostruire: come si traduce un ricordo in un valore universale?
Quando ho partecipato a un TEDx ho raccontato un episodio di un viaggio della mia famiglia al Sud, c’è stato silenzio durante la narrazione, ho visto gente che si è commossa. Ognuno ha nella sua storia una 127 o una Fiat: ho rivisto la mia famiglia e la storia che mi raccontò un siriano che ogni estate tornava ad Aleppo in auto. Siamo tutti migranti: il Canto dell’Anguana che ha vinto il Tenco è in dialetto alto-vicentino. Tutti i migranti si mescolano.
Ti chiedo un ricordo tuo legato all’Autostrada del Sole e visto che lo citi questo ponte sullo stretto s’ha da fare o non s’ha da fare?
Quello non s’ha da fare. Ne ho tantissimi fatti con l’auto, fermi all’ autogrill a mangiare panini relazionandoci con altre persone in viaggio. Da bambini ci confrontavamo su chi faceva più chilometri. Ho ricordi del treno del sole, ero piccola e mio padre mi aveva affidato per alcuni minuti a una famiglia napoletana: oggi sarebbe impensabile. I visi erano affaticati ma felici.
Dalla trisavola alle nuove generazioni il cerchio si chiude: basta un cenno con la mano, la vista dell’Etna e un bacio da amanti senza togliersi i guanti per essere felice?
Non basta ma aiuta la spensieratezza e credo che esserlo faccia bene avendo una testa tiranna. Volevo parlare anche di popoli, queste figure raccontano i popoli resistenti. Ti Saluto con la Mano mi ha reso felice anche perché la ho cantata con un rapper, El Coco, che mi ha insenato qualcosa nel suo linguaggio. E’ un tentativo di mescolare cantautorato, rap e musica.
Che accadrà nelle prossime settimane?
Ho avuto un inverno e primavera molto intensi, ora sono in fase di riflessione, a ottobre tornerò a teatro con Marco Paolini, poi penserò al mio live. Avevo paura che Flòrula non si amalgamasse col mio passato musicale ma ora so che c’è una armonia, c’è una sonorità diversa con l’ingresso dell’elettronica ma ho mantenuto il filo con quello fatto prima. Il mio sarà un concerto condiviso.