DJ Skizo, Kamikaze è il nuovo album del veterano dell'hip-hop: "Per volare basta crederci"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Credits: ufficio stampa di Dj Skizo (NextPress Media)

Con Kamikaze, il nuovo album appena uscito per Aldebaran Records, lo storico disc jockey italiano firma un progetto radicale e senza compromessi. Un disco che rivendica l'identità più autentica dell'Hip Hop. L'INTERVISTA

Con Kamikaze, il nuovo album appena uscito per Aldebaran Records (che potete ascoltare integralmente in fondo a questo articolo), DJ Skizo firma un progetto radicale e senza compromessi. Un disco che rivendica l'identità più autentica dell'hip hop attraverso produzioni scarne, scratch centrali e una lunga serie di collaborazioni costruite sulla credibilità artistica piuttosto che sulle logiche del mercato.

In un momento storico in cui gran parte della musica urban sembra rincorrere algoritmi, playlist e formule consolidate, lo storico disc jockey italiano sceglie una strada opposta. Kamikaze, il suo nuovo concept album uscito il 29 maggio 2026 su tutte le piattaforme digitali e in una speciale edizione limitata in vinile, nasce infatti come una dichiarazione di intenti prima ancora che come un semplice progetto discografico.

Una missione artistica da kamikaze

Il titolo non è casuale. L'immaginario dei kamikaze viene utilizzato da Skizo come metafora di una missione artistica perseguita senza compromessi, con la consapevolezza che cercare il consenso universale sia un'illusione. Il risultato è un lavoro che mette al centro una visione precisa: produzioni essenziali, atmosfere cinematografiche, batterie incisive e scratch che tornano a occupare un ruolo centrale nella costruzione del suono.

L'album si sviluppa lungo un percorso che recupera alcuni dei principi fondanti della cultura Hip Hop, restituendo al DJ un ruolo da protagonista creativo e non di semplice supporto. In questo senso assumono un peso importante anche i contributi di DJ Ghost, DJ Bront e DJ Douglas, che arricchiscono il disco attraverso scratch e cut capaci di ampliare ulteriormente la dimensione narrativa delle tracce.

Ospiti i grandi protagonisti della scena hip hop

Anche la scelta degli ospiti segue una logica precisa. Da Toni Zeno a L'Elfo, da Pessimo 17 a Lucariello, passando per Esa, Gambino, Galante e molti altri protagonisti della scena, ogni presenza è stata selezionata per la capacità di rappresentare una voce autentica e riconoscibile, lontana dalle dinamiche dell'hype e delle classifiche.

Particolarmente significativi sono inoltre gli omaggi dedicati a Phase 2 e Dre Love, figure che hanno segnato profondamente il percorso umano e artistico di Skizo. Due tributi che aggiungono ulteriore profondità a un lavoro costruito attorno ai concetti di memoria, appartenenza e continuità culturale.

Kamikaze si presenta così come uno statement musicale e visivo coerente, diretto e volutamente controcorrente. Un disco che non cerca scorciatoie, ma che punta a riaffermare il valore dell'identità artistica in una scena sempre più orientata verso la standardizzazione.

 

Abbiamo incontrato DJ Skizo per chiedergli come è nato questo suo nuovo progetto. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come nasce l'idea del concept album Kamikaze?

Io e Maurizio Apollo volevamo partire da un concept preciso e che desse un chiaro e impattante messaggio nel mercato discografico. La premessa era netta: nessuna concessione al gusto di massa, nessuna strategia di posizionamento — solo una missione artistica da portare a termine. Il disco è nato come un gesto totale, un producer album che mette in gioco tutto e non cerca vie di fuga. Il sound e la grafica sono stati elaborati di comune accordo, lavorando musica e immagini in piena sinergia, con un impatto devastante.

 

Perché hai scelto proprio il titolo "Kamikaze"?

Kamikaze è un po' lo stile con il quale ho costruito questo mio ipotetico aereo sonoro che dà il titolo a una missione di rottura nel piatto panorama musicale attuale. Sono sempre stato affascinato da questo periodo storico giapponese e il viaggio del kamikaze è stato interessante da studiare e reinterpretare in musica.

 

Qual è il messaggio principale che vuoi far arrivare con questo disco?

Che non bisogna essere schiavi dei numeri e che i folli sono benedetti. Questo disco è anche una presa di posizione: dimostrare che c'è ancora chi non ha ceduto, chi non ha ammorbidito i propri angoli per risultare più digeribile. Per volare basta crederci e servono solo ali robuste. Il mio è un messaggio che va alle nuove generazioni e anche alle vecchie che si son perse per strada: non calcolate, non aspettate, non esitate.

 

Come hai costruito il suono dell'album in termini pratici?

Ricerca sonora profonda, digging smisurato, tanta analogia e molto coraggio nel mix. Volevo un Hip Hop essenziale, senza orpelli — beat duri e asciutti, capaci di mettere l'ascoltatore di fronte al suono senza nulla che lo attutisse. I brani sono stati concepiti con un grosso occhio di riguardo al corpo ritmico basso e batteria, e si appoggiano su emozioni sonore. Il resto sono segreti.

 

Quanto è stato importante lo "scratch" nella struttura dei brani?

Lo scratch è l'imprint, la firma e la differenza stilistica che caratterizza un prodotto Hip Hop completo e senza compromessi. È qualcosa che torna in tutta la mia storia discografica e in questo album ho voluto dargli ancora più spazio — nei brani, negli interludi strumentali, nei momenti solistici. È un linguaggio che sfugge alle macchine e ai numeri e rimane quel tocco di umanità che il mondo musicale sta perdendo.

 

In che modo hai lavorato sull'idea di imperfezione come elemento creativo?

Lasciando che la casualità e l'errore stesso diventassero peculiarità nel suono finale. Io sono scaramantico nel creare e lascio fluire quello che arriva in termini di emozioni — forse questo è quello che ha dato un'impronta vera e non di plastica nella realizzazione di Kamikaze. Non creo mai se il mood non è settato perfettamente, difficilmente accendo le macchine se non è la giornata o il momento preciso. Compongo solo se ne sento l'esigenza e nel comporre tengo spesso anche le imperfezioni, valorizzo le sbavature, rifiuto il concetto di formule prestabilite. La musica è libera.

 

Come hai scelto i featuring presenti nel progetto?

Non sono featuring ma compagni di viaggio legati da un intento comune. Cercavo persone che avessero qualcosa di urgente da dire — capaci di andare dritti al punto, di raccontare storie vere senza abbellimenti, di stare dentro temi scomodi come l'identità, il fallimento, la sopravvivenza, senza cercare la via più comoda. Nella scelta ho guardato molto all'approccio umano: siamo persone prima che numeri.

 

C'è un artista o una traccia che senti più rappresentativa del disco?

No, sono soddisfatto per la prima volta di tutto nel complesso. Forse posso citare che in registrazione mi sono molto emozionato ascoltando Pessimo 17 e la storia che racconta in Il mondo ha sue regole, ma ogni song che ho registrato, ogni attimo del disco mi ha regalato momenti intensi e imprevedibili che conservo come preziosi. Fare musica è un privilegio.

 

Quanto contano gli omaggi a Phase 2 e Dre Love all'interno del progetto?

Sono stati e rimarranno due amici e due grandi persone da cui ho potuto trarre stile, insegnamento e linfa vitale. Ho voluto che il disco gli dedicasse uno spazio preciso — due brani strumentali costruiti attorno alle loro voci, per riportarli al centro e tenerli vivi dentro questo progetto. Porto la loro eredità alta, non dimentico i grandi momenti passati insieme e soprattutto la visione che mi hanno lasciato.

 

In che modo questo album si differenzia dai tuoi lavori precedenti?

Il grande coraggio e la spinta verso l'ignoto, il non calcolare nulla, il non aspettarsi nulla, il fare per il piacere di fare e creare qualcosa di impattante. Il coraggio sta nel capire le proprie paure e i propri limiti e scegliere comunque di agire.

 

Che rapporto hai voluto costruire tra narrazione e parte strumentale?

I brani sono stati consegnati agli artisti e costruiti ad hoc per ognuno di loro — non c'è stato il classico hard disk tra cui scegliere, ogni persona ha avuto quello che era perfetto per lei e per il suo modo. Questo ha generato incredibilmente una coesione tra i vari pezzi, sia musicale che lirica. Alla base penso ci fosse tra tutti noi la voglia di fare bene e non di fare inutili esercizi di stile.

 

Cosa significa per te oggi fare un album "non mainstream"?

Non penso di aver mai fatto qualcosa che avesse la pretesa di piacere a tutti. Per me non essere mainstream è la normalità — non saprei come entrare in studio per fare qualcosa che numericamente e a tavolino funzioni a prescindere. Quella è la morte della musica.

 

Se dovessi descrivere Kamikaze in una sola frase, quale sarebbe?

Ora e senza rimpianti.

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