Claudio Baglioni: "Il palcoscenico è un bisogno autentico". L'intervista

Musica

Bruno Ployer

Un lungo tour nei teatri di tradizione per il cantautore, con sessanta date in altrettante città italiane. Con lui sul palcoscenico ci sono tre tastiere che rappresentano i momenti della sua esistenza.

Claudio Baglioni sembra davvero emozionato nel giorno del suo ritorno sul palcoscenico. Lo incontriamo in una sala dell’Opera di Roma, dove il debutto del suo nuovo tour nei teatri di tradizione è tutto esaurito.  Saranno 60 concerti da Nord a Sud, fino ad arrivare al 23 aprile.  Anche per lui, così abituato ai successi e all’affetto del pubblico, ricominciare ad esibirsi è qualcosa di speciale. Ce lo racconta in questa intervista.

 

“Innanzitutto è una emozione diversa dal solito perché è una ripresa - ci dice Baglioni-. Inoltre è la ripresa di un concerto che faccio ogni dozzina di anni: una esibizione da solo, quella che si chiama assolo, one man band, recital solitario. Da una parte c’è da vincere una lunga inattività, dall’altra riappropriarmi della manualità, della concentrazione che occorrono per un concerto di questo tipo.”

 

E’ un concerto per voce, pianoforte e altri strumenti. Quali?

 

“Ho preso un pianoforte e l’ho diviso in tre. Sono tre tastiere, una delle quali è un piano digitale, ma acustico. Le altre due tastiere si avvalgono di una effettistica. Cerco di portare da solo una orchestrazione fatta quasi di stati d’animo, riverberazioni, echi, aggiunte lontane e presenti. Questo format di ‘Dodici note solo’ precederà ‘Dodici note tutti’, con una grande orchestra, un coro lirico, la mia band e altri solisti. Sono due estremi: tutti e solo.”

 

Hai parlato di lontano e presente: fra tutte le tue canzoni ce n’è qualcuna che oggi non senti più nelle tue corde, anche se è stato un grande successo all’epoca? E invece qualcuna che non fu abbastanza apprezzata e oggi trovi presentissima?

 

“Il palco di questo tour ha una dimensione spazio-temporale. I tre pianoforti oltre a rappresentare tre sonorità differenti sono i momenti di un’esistenza: il presente, il passato e l’ipotetico futuro. Ci sono dei pezzi che rimangono in un calendario ormai distante e altri che hanno avuto il passaporto del tempo e sono di nuovo attuali. Altri ancora, diversi in questa performance,  sono molto meno usuali nel mio repertorio dal vivo. Ci saranno sorprese per gli spettatori di questo concerto.”

 

Qualche titolo?

 

“Ci sono canzoni che amo in maniera particolare e sono piuttosto complesse: in questo senso c’è un senso di sfida. Per esempio ‘Fammi andar via’, ‘Un po’ di più’. Ci sono anche le canzoni fondamentali, quelle popolari, però c’è un repertorio che pesca in tempi vicini e lontani, come ‘Amori in corso’ e ben cinque titoli dall’ultimo album ‘In questa storia che è la mia’.”

 

Da quando è cominciato il Covid questa è la terza intervista che realizziamo su diversi tuoi progetti. Come ti senti cambiato dall’inizio della pandemia?

 

“Da una parte continuo a essere un po’ confuso, per la verità. Sto cercando di trovare delle soluzioni di presenza, di attività. La musica non era una mia passione, quando ho cominciato; era soltanto un modo per non passare inosservato, per cercare un riscatto nella vita, per cercare l’attenzione di ragazzi e ragazze miei coetanei. Oggi invece mi manca tanto. Mi è mancato il palcoscenico, anche se ho fatto diverse cose, anche qui al Teatro dell’Opera. Ora arriva questo tour di sessanta concerti. Saranno tutti debutti, senza repliche. Questo contatto materiale, solido e intimo con la musica è un bisogno autentico.”

 

La tua generazione è quella che ha buttato giù il muro, conquistando anche i teatri d’Opera, che prima erano preclusi al Pop. Che cosa significa questo per te?

 

“Significa rompere un sistema che è fatto troppo spesso di compartimenti stagni. Il titolo di questo tour e del prossimo, che ci sarà quest’estate all’aperto, è ‘Dodici note’. Con dodici note, diverse ottave e diverse timbriche, si fa tutta la musica. Dalla composizione di questi mattoncini, come se fosse una scatola di costruzioni, riusciamo a fare qualsiasi tipo di musica, che sia classica, sinfonica, operistica, folk, leggera, popolare, jazz. Ogni tipo di musica è fatta con gli stessi ingredienti. Già ventuno anni fa ho fatto un tour nei teatri italiani di tradizione. Per me significa abbracciare quei luoghi che sono stati creati proprio per la musica, quindi a volte mi sento meno estraneo di quando mi esibisco in un palasport o in uno stadio, che non sono stati costruiti a questo scopo.”

 

Cosa pensavi da ragazzo, o magari ai primi successi, quando passavi davanti al Teatro dell’Opera di Roma, che è la tua città?

 

‘Pensavo: chissà se un giorno potrò esibirmi li dentro. Noi musicisti moderni subiamo enormemente il fascino di questi luoghi, con queste poltrone, i palchi…Questo sogno si è già realizzato e per fortuna sono ancora qui.’

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