La pellicola di Alina Marazzi è liberamente ispirato al romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega 2018. Girato in Super8 e 16mm e intrecciato a immagini di repertorio, ha il suo perno nell’ultimo giorno parigino di Gerda Taro, prima fotoreporter donna caduta sul campo di battaglia, ma si muove tra flashback e un presente immaginato
Presentando il film a Venezia, Alina Marazzi ha illustrato un metodo di lavoro tanto rigoroso quanto inconsueto: la ricerca d’archivio non è arrivata a riprese concluse, ma ha preceduto e attraversato la scrittura. Materiali di ogni tipo (immagini ufficiali e filmati privati) sono entrati nella sceneggiatura fin dall’inizio, contribuendo a costruire l’immaginario del film e il rapporto con la quotidianità di quei momenti, in una relazione con la Storia dinamica e non passiva.
Sul perché Gerda Taro sia stata così a lungo dimenticata, Marazzi ha ricostruito la catena degli eventi: la morte giovanissima nel 1937, la dispersione delle sue tracce negli anni bui che seguirono, poi la riemersione a distanza di decenni, quando il ritrovamento dei negativi e il lavoro di studiosi e storici ne riportarono alla luce la figura. Due, per la regista, i riferimenti decisivi: il romanzo di Helena Janeczek e, a monte, la prima biografia della fotografa, firmata nel 1994 dalla storica tedesca Irme Schaber, che vive e lavora a Stoccarda, la stessa città in cui Gerda era nata. Ed è qui che affonda la poetica del film, in quella riemersione fantasmatica di una figura che torna in un tempo sospeso tra passato e presente, a restituire voce e visibilità a chi, del mondo, aveva avuto una visione.
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