Scontri Minneapolis, rimpallo di accuse tra funzionari statali e federali

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A Minneapolis decine di persone hanno sfilato fino allo spazio davanti al municipio per chiedere agli agenti federali impegnati nell’anti-immigrazione di lasciare la città. Da settimane, sostengono i manifestanti, la loro presenza ha portato solo morte e distruzione. Nell’ultimo mese, per la seconda volta, un cittadino americano è stato ucciso a Minneapolis da agenti federali.

L’amministrazione statunitense difende l’operato degli agenti coinvolti nelle sparatorie, pur decidendo successivamente di riassegnarli lontano dalla città. Secondo il governo federale avrebbero agito per legittima difesa, una versione però smentita da diversi video realizzati da testimoni oculari.

 

Il governatore del Minnesota, Tim Walz, accusa i funzionari federali di aver infangato la reputazione di Alex Peretti e si rivolge direttamente al presidente degli Stati Uniti, denunciando che «l’uomo più potente del mondo sta trascinando nel fango il loro figlio senza alcuna prova, cercando di mentire all’intero Paese».

 

In conferenza stampa, il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, afferma che agli investigatori statali è stato inizialmente impedito l’accesso alla scena del crimine in cui Peretti è stato colpito, nonostante fosse stato ottenuto un mandato. «Dovremmo avere la sovranità statale, ma il governo federale ce la sta negando», afferma, parlando di una situazione ormai fuori controllo.

 

Intanto oltre 60 amministratori delegati di grandi aziende con sede in Minnesota hanno firmato una lettera per chiedere alle autorità statali, locali e federali di collaborare e individuare soluzioni concrete.