A Sky TG24 l’imprenditore piemontese liberato il 12 gennaio dal carcere di Caracas ha raccontato i lunghi momenti della detenzione, durata oltre un anno. A El Rodeo, ha raccontato Burlò, “non si poteva comunicare né con l’ambasciata, né con un avvocato, i propri cari: direttamente sequestrati e portati via dalla vita”
“Adesso sto meglio. Sono finalmente tornato a casa e ho riabbracciato i miei figli”. Mario Burlò è tornato in Italia il 13 gennaio dopo la liberazione dal carcere venezuelano avvenuta il giorno precedente. L’imprenditore piemontese era trattenuto, senza chiari motivi, nel penitenziario di Caracas dal novembre 2024: nello stesso mese Burlò era partito per il Venezuela alla ricerca di nuove opportunità imprenditoriali e non aveva più fatto ritorno. “Mi fermarono a un posto di blocco e io diedi i documenti - ha raccontato Burlò a Sky TG24 - Loro misero il mio nome su internet e uscì un video di quando sono stato relatore alla Camera dei deputati in qualità di presidente dell'UNI, l'Unione nazionale imprenditori, a parlare appunto dal lavoro degli imprenditori. Mi dissero che ero un politico italiano, spia del governo mandato in Venezuela per cospirare e far cadere il governo di Maduro”.
La vita a El Rodeo
Di Burlò, così come di molti altri italiani arrestati in Venezuela, per mesi non si è saputo nulla. “La cosa molto triste è che non si poteva comunicare né con l’ambasciata, né con un avvocato, i propri cari: direttamente sequestrati e portati via dalla vita”. Un carcere, quello di El Rodeo, che Burlò definisce un campo di concentramento. "Passavano la mattina presto per la colazione, tipo verso le 5 del mattino. Prima c’era il famoso ‘passa al numero’ dove ti dovevi alzare, dire nome e cognome, dare il documento e poi ritornavi a dormire. Negli ultimi mesi capitava che andavamo in un patio, un passeggio, nei primi giorni neanche quello. Il resto della giornata lo passavo in cella, io facevo molto esercizio fisico ad esempio”. Giravano pochi libri, tranne uno “filo chavista che avevano comprato per tutti”, ha spiegato l’imprenditore.
Il rapporto con gli altri detenuti
Mario Burlò ha raccontato delle amicizie costruite nel carcere. “Tra detenuti parlavamo, certo che sì. Mi sono creato molti amici e tra l’altro ora abbiamo creato il gruppo dei liberati”, ha detto l’imprenditore ricordando i pensieri e i discorsi tra compagni di carcere: dai pensieri alla famiglia, alle mogli, ai figli, alla paura di non uscire più dal carcere. In carcere Burlò ha incontrato anche Alberto Trentini, liberato e tornato in Italia nello stesso giorno: “Mi ha raccontato la sua storia, abbiamo parlato delle nostre famiglie, sua mamma che saluto. Io parlavo dei miei ragazzi, mia figlia Gianna che è diventata ormai una donna”. “Non impazzire è molto difficile”, ha confessato l’imprenditore. “Ho pensato tanto anche agli altri ragazzi perché io fisicamente non ho subito nessuna violenza fisica ma solo psicologica. Pensavamo addirittura che ci avrebbero ammazzato. Non sapevo se potevo rivedere i miei figli. È stato difficile, ma io per loro ce l'ho fatta”.
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