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Un grande romanziere, non un “Ciarlatano”: quella di I. B. Singer è una grande riscoperta

3' di lettura

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Adelphi prosegue la pubblicazione del Premio Nobel portando in Italia una commedia con una incredibile varietà di registri narrativi

A scrivere incipit affilati sono bravi in tanti, il problema poi come sempre è mantenere le attese. Vale la pena chiarirlo subito, quindi: qui le attese sono mantenute tutte. E allora partiamo dall’incipit: “Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia”. È un attacco secco, e soprattutto è un attacco trasversale e sempreverde: è stato scritto mezzo secolo fa, ma è perfetto per scatenare l’empatia di qualunque migrante diretto in una qualsiasi grande città continentale contemporanea. Si può leggere la New York della fine degli anni Trenta, dove questo romanzo è ambientato, ma si può applicare anche nella Milano di questi anni, o nella Berlino degli anni Novanta. Il punto però è che “Il ciarlatano” di Isaac Bashevis Singer, arrivato da Adelphi in libreria per le cure di Elisabetta Zevi (trad. di E. Lowenthal, pp. 268, euro 20) non si esaurisce in questo incisivo attacco.

Due personaggi complementari

Singer racconta la storia di una coppia di amici. I due si chiamano Morris Kalisher ed Hertz Misker, sono ebrei immigrati persino fisicamente complementari: il primo basso, con le spalle larghe e un testone sproporzionato; il secondo (Il ciarlatano, appunto) alto, magro, di carnagione chiara. L’uno ricco e a suo modo affermato, l’altro colto e buono a “mettersi nei pasticci dappertutto”. La storia di quest’amicizia si metterà presto male per il più antico dei motivi (la relazione con una donna), trascinando il secondo dei due in una spirale esistenziale dal sapore amaro.

Per raccontarla, Singer squaderna al lettore il suo consolidato impianto narrativo: come nei suoi più riusciti romanzi (da “La Famiglia Moskat” a “Keyla la Rossa”) non si sofferma solo sui due protagonisti ma non allarga nemmeno il tiro con un romanzo affollato. Piuttosto, si concentra nella descrizione di una mezza dozzina di personaggi, facendoli volteggiare nella storia con la solita maestria. Il risultato è una  commedia densa dove la tragedia viene più volte sfiorata e che anche per questo ricorda un altro classico del premio Nobel, “Il mago di Lublino”.

Una grande varietà di toni

Chi conosce gli stilemi e le attitudini dei personaggi del maestro yiddish troverà nel “Ciarlatano” tutto il suo consueto campionario. Il bello però è che anche chi non lo conosce ne resterà probabilmente estasiato: intanto per lo scavo psicologico di protagonisti e scomparse, e poi per la naturalezza del suo autore nell'oscillare da registri comici a drammatici in un fiat. Ma chi amerà questo Singer lo amerà soprattutto per il solito motivo per cui si ama un grande romanzo: la tenuta narrativa di una storia raccontata con proverbiale grazia.

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