Addio a Gastone Moschin, l’architetto di “Amici Miei”

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L'attore è morto a 88 anni presso l’ospedale Santa Maria di Terni, dove era ricoverato da alcuni giorni. Raggiunse il successo con il film diretto da Mario Monicelli

È morto Gastone Moschin. L'attore, che aveva 88 anni (era nato l'8 giugno 1929), si è spento nell'Ospedale Santa Maria di Terni dove era ricoverato da qualche giorno.

Addio all'architetto Melandri

Nato come attore di teatro aveva raggiunto la notorietà come interprete della commedia all'italiana, diretto da registi come Anton Giulio Majano, Damiano Damiani. Attore poliedrico si impone al grande pubblico con "Amici miei", il film diretto da Mario Monicelli che poi diventò una saga e nel quale interpreta il ruolo del goggo architetto Melandri. Della fantastica compagnia del film, era l'ultimo sopravvissuto ed aveva partecipato nel 2010 alle feste di compleanno per quello che resta uno dei capolavori della commedia all'italiana.

La scuola di recitazione

Moschin è morto a Terni a due passi dalla sua casa vicino Narni dove si era rifugiato già dagli anni '90 dando vita, insieme all'ex moglie Marzia Ubaldi e alla figlia Emanuela una scuola di recitazione che occupava il suo tempo insieme al centro di ippoterapia con i suoi adorati cavalli.

L'esordio in teatro e il cinema

A Roma, dove era arrivato appena ventenne, si era innamorato del teatro ed ebbe le sue prime opportunità grazie allo Stabile di Genova e poi al Piccolo Teatro di Milano, tra Pirandello e Checov. Al cinema approda negli anni Cinquanta, sia come doppiatore che come attore. Il debutto nel 1955 in "La rivale di Anton Giulio Majano", l'esordio nella commedia all'italiana, il genere che decreterà la sua fortuna d'attore, quattro anni dopo, con "L'audace colpo dei soliti ignoti" di Nanni Loy. Ma è del 1962 il ruolo che gli permette di emergere come interprete, quello del fascista Carmine Passante in "Anni Ruggenti", il film diretto da Luigi Zampa, protagonista Nino Manfredi, ispirato all' "Ispettore generale di Gogol". Da quel momento Moschin diventa una presenza costante nel cinema italiano: da "La rimpatriata" di Damiano Damiani (1963) a "La visita" di Antonio Pietrangeli (1965) a "Sette uomini d'oro", commedia "action" che riscuote un grande successo al botteghino. Dalla gavetta teatrale ha imparato l'uso disinvolto degli accenti dialettali con una predilezione per la sua lingua madre, il veneziano di Carlo Goldoni (spesso suo cavallo di battaglia in palcoscenico).

Dal Padrino a Amici miei

Il cinema d'autore degli anni '70 lo considera ormai un'icona come fa Bertolucci con "Il conformista", subito dopo che Sergio Corbucci lo aveva fatto montare a cavallo per un tardo western spaghetti come il sottovalutato "Gli specialisti". Lo ingaggia perfino Francis Coppola per la seconda parte del "Padrino", ma e' nel 1975 con "Amici miei" di Mario Monicelli che compie il capolavoro della sua maturita': eterno bambino, trascinato dal cane e dalla moglie fino alla rovina, disegna un personaggio indimenticabile che riproporra' cinque anni dopo nel secondo capitolo e poi in quello conclusivo a firma di Nanni Loy.

 

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