Saitta, il Sud che non si arrende: "Con Romantici Terroni canto i sogni vs i pregiudizi"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Immagine: ufficio stampa di Saitta

Il cantautore siciliano pubblica “Romantici Terroni”, un singolo che racconta la forza dei sogni nel Sud Italia e il confronto quotidiano con pregiudizi e aspettative sociali. L'INTERVISTA

Nel panorama emergente della musica d’autore italiana, Saitta si inserisce con una narrazione che intreccia identità personale e dimensione collettiva. Il nuovo singolo Romantici Terroni (di cui potete guardare il videoclip in fondo a questo articolo) rappresenta un tassello significativo del suo percorso artistico: un racconto che parte dalla Sicilia ma si estende a una condizione generazionale più ampia, quella di chi cresce nel Sud Italia e si trova spesso a dover difendere la legittimità dei propri sogni.

 

Il brano, pubblicato su etichetta Digital Noises e distribuito da ADA Music Italy (Warner Music Group), si configura come un inno alla dignità delle aspirazioni individuali. Attraverso immagini quotidiane e fortemente radicate nel contesto meridionale, la canzone mette in scena un conflitto ricorrente: da un lato il richiamo alla concretezza e al “posto fisso”, dall’altro la necessità di inseguire una vocazione artistica o personale spesso giudicata instabile.

Il racconto di una generazione tra radici e distanza

Romantici Terroni nasce da una serie di frasi e giudizi che accompagnano la crescita di molti giovani del Sud: inviti a rinunciare alla musica, alla scrittura, alle ambizioni creative in favore di percorsi considerati più sicuri. Saitta trasforma queste voci in materia narrativa, costruendo un brano che dà forma al vissuto di chi si sente sospeso tra appartenenza e fuga, tra amore per la propria terra e necessità di cercare altrove opportunità di realizzazione.

Il risultato è un racconto che, pur partendo dalla Sicilia, assume una valenza universale: il lavoro dei genitori, i sacrifici familiari, le partenze e le nostalgie diventano elementi di una storia condivisa. Il singolo si presenta così come una dichiarazione d’intenti: resistere alla marginalizzazione culturale e rivendicare il diritto di coltivare i propri sogni senza doverli giustificare.

Un percorso tra musica e cinema

Il percorso artistico di Saitta si arricchisce anche attraverso esperienze fuori dalla musica. L’artista ha infatti partecipato al Taormina Film Festival con il cortometraggio Spalla a Spada, diretto da Louis Nabil Djalili, opera premiata come Miglior Cortometraggio. Un riconoscimento che conferma la versatilità di un autore capace di muoversi tra linguaggi diversi.

Il suo percorso discografico, iniziato precocemente con le prime pubblicazioni adolescenziali, si è sviluppato negli anni tra sperimentazioni pop e richiami alla tradizione mediterranea, fino alle esperienze internazionali come la partecipazione a X Factor Malta. Una traiettoria che riflette una ricerca continua di equilibrio tra radici e innovazione, tra appartenenza e apertura al mondo.

 

Abbiamo incontrato Saitta per chiedergli come è nato Romantici Terroni. Ecco cosa ci ha raccontato. 

L'intervista a Saitta

 

Romantici Terroni affronta il tema dei pregiudizi verso chi nasce al Sud: qual è il ricordo personale o collettivo che ha acceso questa scrittura?

Credo che chi nasce al Sud quel pregiudizio lo percepisca fin da piccolo. Non sempre in modo esplicito, ma lo sente. Lo sente nei racconti, nei luoghi comuni, nel modo in cui certe realtà vengono rappresentate. È qualcosa che spesso si porta addosso senza neanche accorgersene.

La scintilla che ha acceso questa canzone non è stato un episodio preciso, ma la somma di tante sensazioni vissute negli anni. Crescendo, ti rendi conto che esistono ancora etichette e stereotipi che vengono associati a chi nasce nel Mezzogiorno. E allora ho sentito il bisogno di raccontare un'altra prospettiva: quella di chi è orgoglioso delle proprie radici e non vuole più sentirsi definito da un pregiudizio.

 

Nel brano emergono frasi che molti giovani si sentono dire fin da piccoli. Quanto queste parole hanno inciso anche sul tuo percorso artistico?

Hanno inciso tantissimo. Quando hai un sogno, spesso non devi combattere soltanto contro le difficoltà necessarie per realizzarlo. Molte volte devi confrontarti anche con chi ti sta intorno e non riesce a prenderlo sul serio.

Mi è capitato di sentirmi dire che sarebbe stato meglio fare qualcosa di più sicuro, qualcosa di più concreto. Esiste ancora l'idea che credere in un sogno significhi essere immaturi, come se maturità e ambizione fossero due concetti incompatibili.

Questa canzone nasce anche da lì: dalla volontà di ricordare che si può essere responsabili, seri e determinati senza rinunciare a ciò che si ama.

 

In che modo hai trasformato la rabbia o la frustrazione legata a certi stereotipi in energia creativa per la musica?

Nel modo più naturale possibile: scrivendo.

Ricordo una giornata in particolare. Avevo appena avuto una conversazione che mi aveva lasciato addosso molta frustrazione. Avevo percepito, ancora una volta, quella mancanza di fiducia verso ciò che stavo costruendo. Il solito discorso: "forse dovresti trovarti un lavoro vero", "forse dovresti pensare a qualcosa di più sicuro".

Sono entrato in studio e ho trasformato tutto quello che sentivo in musica. Ho riversato nel microfono rabbia, delusione e voglia di rivalsa. Molte delle parole di Romantici Terroni sono nate esattamente così: senza filtri.

 

Romantici Terroni viene definito un inno ai sogni e alle origini: cosa rappresenta oggi per te la parola "origine"?

Per me origine significa radici. Significa ricordarsi chi si è davvero.

Nella musica si parla continuamente di originalità, ma io credo che l'originalità nasca proprio dalle proprie origini. Più sei sincero nel raccontare ciò che hai vissuto, più riesci a essere unico.

Le mie origini sono la mia famiglia, la mia infanzia, le strade in cui sono cresciuto, la mia città, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. Sono molto legato a tutto questo e credo che custodire le proprie radici sia una forma di ricchezza enorme.

Le origini non sono qualcosa che ti trattiene: sono ciò che ti permette di sapere chi sei, ovunque tu vada.

 

C'è un passaggio del brano che consideri più autobiografico o emotivamente decisivo rispetto agli altri?

In realtà quasi tutto il brano è autobiografico. È probabilmente una delle canzoni più personali che abbia mai scritto.

Molte delle frasi presenti nel testo sono parole che mi sono sentito dire davvero nel corso degli anni. L'inizio del brano, ad esempio, nasce proprio da questo: da tutti quei consigli non richiesti che spesso vengono mascherati da buon senso. "Smetti di cantare in siciliano", "canta in inglese", "fai qualcosa di più commerciale". La verità è che spesso le persone hanno sempre un'opinione su quello che dovresti fare.

Con questa canzone ho deciso di smettere di inseguire le aspettative degli altri e di raccontare semplicemente la mia verità. Per questo ogni strofa, ogni ritornello e ogni parola hanno un forte valore autobiografico.

 

La tua musica spesso racconta il Sud in modo identitario ma universale: quanto è importante per te trovare questo equilibrio?

È fondamentale.

Il mio obiettivo non è raccontare un Sud da cartolina, né fare una narrazione nostalgica fine a sé stessa. Voglio raccontarlo nella sua complessità, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Credo che il problema più grande sia che spesso il Sud venga raccontato da chi non lo conosce davvero, e a volte nemmeno chi ci vive riesce a coglierne tutte le sfumature.

Per questo lavoro molto sui dettagli, sulle parole e sulle immagini. Cerco di raccontare storie profondamente legate alla mia terra, ma che possano essere comprese da chiunque. Perché il desiderio di appartenenza, la famiglia, i sogni e la nostalgia non appartengono solo al Sud: appartengono a tutti.

 

Hai vissuto esperienze importanti tra cui X Factor Malta e il Deejay On Stage: quanto queste tappe hanno cambiato la tua visione artistica?

Sono state esperienze fondamentali.

Io sono sempre stato un ragazzo che ama stare in studio. Potrei passare giornate intere a scrivere, registrare e produrre musica. Esperienze come X Factor Malta e Deejay On Stage mi hanno invece permesso di confrontarmi con il pubblico e di capire davvero come le mie canzoni arrivassero alle persone.

Mi hanno insegnato molto, sia artisticamente che umanamente. Mi hanno fatto capire quali aspetti della mia musica funzionavano meglio e soprattutto mi hanno dato la conferma che la sincerità arriva sempre.

Sono esperienze che porterò con me per tutta la vita perché hanno contribuito a formare l'artista che sono oggi.

 

Il tuo percorso include anche il cinema, con il riconoscimento al Taormina Film Festival: ti senti più musicista, attore o artista "ibrido"?

Mi sento prima di tutto un musicista e un cantautore. È la musica il linguaggio attraverso cui riesco a raccontarmi meglio.

Detto questo, credo profondamente nell'arte come forma di espressione e non amo metterle dei confini. Mi piace scrivere, recitare, raccontare storie e sperimentare linguaggi diversi.

L'esperienza cinematografica è nata grazie al regista Louis Djalili, che mi ha coinvolto nel cortometraggio Spalla Spadda. È stato curioso perché il personaggio che interpretavo aveva molte affinità con il mondo che racconto nelle mie canzoni: un artista che viene giudicato e criticato perché sceglie una strada diversa da quella che gli altri considerano "normale".

È stata un'esperienza bellissima che mi ha confermato quanto musica e cinema possano dialogare tra loro.

 

In un'industria musicale molto competitiva, quanto è difficile restare fedeli alla propria identità artistica?

Per me non è difficile, perché è proprio il motivo per cui faccio musica.

Se dovessi rinunciare alla mia identità per inseguire qualcosa che non mi rappresenta, probabilmente smetterei di fare questo mestiere.

Non ho iniziato a scrivere canzoni per diventare famoso. Ho iniziato perché sentivo il bisogno di raccontare quello che provavo. La musica è sempre stata una forma di sfogo, quasi una terapia.

Poi naturalmente mi rende felice sapere che qualcuno possa ritrovarsi nelle mie parole. Ma tutto parte sempre da una necessità personale: essere sincero con me stesso.

 

Nel tuo percorso hai iniziato giovanissimo: cosa diresti oggi al Saitta quattordicenne che pubblicava il suo primo singolo?

Gli direi di divertirsi di più e di preoccuparsi di meno.

Gli direi di non vivere i rifiuti come sconfitte, perché spesso sono semplicemente tappe necessarie del percorso. Gli direi di non credere a tutte le opinioni che riceverà e di continuare a scrivere senza paura di essere diverso.

Ma soprattutto gli direi di godersi il tempo con le persone che ama. Crescendo si capisce che le cose più preziose non sono i numeri o i risultati, ma certi momenti che sembrano normali quando li vivi e diventano enormi quando non puoi più riviverli.

I posti pieni attorno a una tavola di famiglia sono una di quelle cose.

 

Romantici Terroni parla anche di chi lascia la propria terra per inseguire un sogno: tu hai mai vissuto il conflitto tra partire e restare?

Assolutamente sì.

A ventun anni sono partito per Milano perché ero convinto che per crescere artisticamente dovessi andare via. E probabilmente, sotto alcuni aspetti, era vero.

Poi però la vita ti mette davanti a esperienze che cambiano la prospettiva. Poco tempo dopo il trasferimento ho perso mia nonna e quel momento ha cambiato profondamente il mio rapporto con la parola "casa".

Ho vissuto anni intensi, tra nostalgia, crescita personale e ricerca di equilibrio. Ho raccontato tutto questo nel brano "Malavogghia", che parla proprio del conflitto tra il desiderio di partire e il bisogno di appartenere a un luogo.

Oggi vivo di nuovo in Sicilia e sono felice di questa scelta. Ho capito che per me la serenità personale è una parte fondamentale del processo creativo.

 

Qual è il messaggio principale che vuoi arrivi a chi ascolta Romantici Terroni per la prima volta?

Vorrei che arrivasse un messaggio molto semplice: non smettete di sognare.

Vale per i ragazzi che stanno costruendo il loro futuro, ma vale anche per i genitori, per i nonni, per tutti coloro che hanno la responsabilità di accompagnare qualcuno nella crescita.

Quando un giovane racconta un sogno, la cosa più facile è spiegargli perché non funzionerà. La cosa più importante, invece, è insegnargli come provarci.

I sogni richiedono studio, sacrificio, disciplina e la capacità di rialzarsi dopo i fallimenti. Ma sono anche ciò che dà significato al percorso.

Io credo che sognare migliori la vita. E se oggi sono la persona che sono, è perché non ho mai smesso di credere ai miei sogni, anche quando qualcuno mi suggeriva di fare il contrario.

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