Ferine, la recensione dell'horror di Andrea Corsini con Carolyn Bracken: la bestia in noi
Cinema
Introduzione
Da oggi al cinema con Adler Entertainment, Ferine segna l'esordio nel lungometraggio di Andrea Corsini. Un horror che si apre con Schopenhauer e si nutre della dialettica di William Blake fra l'Agnello e la Tigre. Carolyn Bracken è Irene, ricca collezionista d'arte che dopo un trauma risveglia un istinto primordiale; Caroline Goodall è Dama, trafficante di predatori esotici sulle tracce di un giaguaro nero fuggito dalla cattività. Tra ville brutaliste e centri commerciali, echi del Bacio della pantera e la partitura di Pino Donaggio premiata al Fantasia di Montréal, un'opera prima che osa, spariglia le regole del genere e punta in alto. La recensione
Quello che devi sapere
Tigre, tigre che divampi: Ferine, l'horror che parte da Schopenhauer
Ferine, opera prima di Andrea Corsini, nelle sale italiane dal 5 novembre con Adler Entertainment, è un horror che racconta la bestia addormentata dentro ciascuno di noi e il giorno in cui decide di svegliarsi. Un film che sembra nascere da una poesia: «Tyger Tyger, burning bright, / In the forests of the night». Correva l'anno 1794 quando William Blake dava alle stampe The Tyger, la belva dalla terribile simmetria che nei Songs of Innocence and of Experience fa da contraltare all'Agnello mite e fanciullo dell'innocenza. Da allora la domanda che il poeta visionario rivolge alla fiera («Did he who made the Lamb make thee?», chi creò l'Agnello creò anche te?) non ha mai smesso di ruggire. E in Ferine torna a farlo, con fauci e artigli. Corsini mescola ragione e sentimento, corpo e anima, carne e spirito, in un racconto dove il divino e il primordiale non si escludono affatto: si sbranano a vicenda e, alla fine, si somigliano come due gocce di sangue.
D'altronde Corsini dichiara subito le sue intenzioni, aprendo il film con Arthur Schopenhauer, il filosofo che a ogni essere umano preferiva la compagnia dei suoi barboncini (li chiamava Atma, anima del mondo, e tanto basta a capire l'antifona). Dai Parerga e paralipomena arriva la frase che fa da epigrafe e da sentenza: «L'uomo è, in fondo, una fiera, una bestia selvaggia e feroce. Noi la conosciamo soltanto nello stato di addomesticamento che si chiama civiltà: perciò ci spaventano le rare esplosioni della sua vera natura». Seguono centocinque minuti che frollano le convenzioni del genere, sparigliano le carte e mescolano gli ingredienti con la spavalderia di un bartender che non ha alcuna paura di osare.
Irene, collezionista d'arte tra maternità negata e un giaguaro nero
Irene (Carolyn Bracken) è una ricca e raffinata collezionista d'arte che vive asserragliata in una villa brutalista, monolite di cemento sospeso tra la provincia e il bosco. Dopo troppe gravidanze naufragate ha scelto la via della maternità surrogata, ma quando la giovane madre esita a separarsi dal neonato, Irene lo porta via nella notte, ladra di culle in abito firmato. Nel frattempo un giaguaro nero, merce pregiata di un traffico illegale di predatori esotici, ha forzato la sua gabbia e si aggira negli stessi boschi attraversati dall'auto. L'incidente dura un battito di ciglia. Il trauma, invece, non conosce data di scadenza.
Sicché Irene, unica testimone dell'accaduto, comincia a cambiare pelle. Si chiude nel silenzio persino con l'amica Rosa (Paola Lavini), assistente sociale, e scopre una fame che di metaforico non ha proprio nulla (il coniglio scuoiato e addentato crudo vi resterà nella memoria più a lungo di qualsiasi lepre in salmì). Quando nella sua vita irrompe la piccola Giulia (Elisabetta Caccamo), figlia di una madre tossicodipendente e contesa dal padre Pietro (Fabrizio Odetto), l'istinto di sopravvivenza e quello di protezione materna si fondono in una cosa sola, come nella leonessa che difende i cuccioli. Non per caso: il regista racconta che tutto è nato una sera a Roma, dalle parti di Piramide, quando una giovane senzatetto con un bimbo in braccio gli chiese del cibo, e poco dopo da un manifesto con una leonessa e i suoi piccoli sporchi di sangue. Sulle tracce del felino, intanto, si muove Dama (Caroline Goodall), trafficante dai modi glaciali che nella donna fiuta una preda ben più rara di qualsiasi giaguaro. Non diremo di più, giacché in Ferine il bello sta tutto nel come.
Dal Bacio della pantera a Tropical Malady, la malia ipnotica felina
Corsini non teme i padri nobili. Tant'è che in Ferine si respira tutta la malia ipnotica di un film immortale come Il bacio della pantera di Jacques Tourneur (1942), prodotto da quel Val Lewton che sapeva far paura con un'ombra sul muro e un budget da tinello, dove la protagonista, guarda caso, si chiamava Irena. E se Paul Schrader, nel remake del 1982, aveva affidato a Nastassja Kinski la metamorfosi della donna felino, qui la trasformazione resta tutta interiore, scritta nello sguardo, nella postura, nei denti.
A dare corpo alla belva è un giaguaro nero rifatto magnificamente in digitale da EDI Effetti Digitali Italiani, con la supervisione di Gaia Bussolati (già premiata con l'Emmy per gli effetti visivi di Ripley). In origine Corsini immaginava un puma, poi la scelta è caduta su questa rara variante melanica, più elegante e insieme più minacciosa. Il faccia a faccia tra la donna e l'animale, un duello costruito soltanto con occhi, posture e micromovimenti, è il cuore pulsante del film. E viene in mente, come sempre quando il cinema prova a guardare negli occhi una fiera, Tropical Malady di Apichatpong Weerasethakul, Premio della Giuria a Cannes nel 2004: nella sua seconda metà un soldato si perde nella giungla thailandese sulle tracce di uno sciamano capace di farsi tigre, finché cacciatore e preda non diventano la stessa cosa. Lo stesso, terribile abbraccio che Blake chiamava simmetria.
Giungle di cemento tra centri commerciali, videopoker e siringhe
Ma la giungla più perniciosa, in Ferine, non è quella fatta di piante e di terra. È quella di cemento. Corsini, cresciuto in una provincia dove convivono la colata e il bosco, sostituisce l'esotismo tribale dei cannibal movie degli anni settanta e ottanta con la solitudine dei non luoghi, copyright Marc Augé: centri commerciali dominati dalle insegne dei grandi marchi in franchising, parcheggi arroventati, no man's land di dolore attraversate da esseri umani con le sporte della spesa. Umanità perdute nelle proprie dipendenze, dalla ludopatia delle macchinette del videopoker alle siringhe di eroina.
Persino il lusso è una prigione. La villa brutalista di Irene, che il regista per anni aveva creduto in Europa dell'Est per poi scoprirla proprio in Piemonte, è una gabbia di cemento che sfida la gravità, il punto più lontano possibile dal selvatico: Irene nasce in una gabbia e finisce in un'altra, prima di trovare la propria libertà. Parimenti, Corsini toglie il buio e mette l'estate. Il suo è un horror diurno, fatto di pomeriggi di canicola e di luce che acceca anziché nascondere, che guarda più a La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, alla provincia vera e senza infingimenti, che ai modelli d'Oltreoceano. Con un'eco, persino, di Canicola di Ulrich Seidl, dove dietro le porte delle villette si consumano tragedie silenziose.
Da Hermann Nitsch a Robert Bresson, la saggezza che è nel sangue
Corsini non teme nemmeno di giocare con il mondo dell'arte. Mette in scena una performance di carne, sangue e carcasse eviscerate che rimanda alle azioni di Hermann Nitsch e del suo Orgien Mysterien Theater, quando l'Azionismo viennese trasformava il sacrificio in liturgia. Una sequenza potente e visionaria, che ci rammenta come la saggezza, al pari della follia, sia nel sangue.
Ma è nella grammatica dello sguardo che il regista rivela la sua sagacia, alternando campi lunghissimi, girati in un anamorfico fuori scala da 2,55:1, a dettagli di chirurgica precisione. Corsini conosce la lezione di Robert Bresson, che nelle sue Note sul cinematografo invitava a rendere visibile ciò che senza di noi non sarebbe forse mai stato visto e indicava nella frammentazione l'antidoto alla rappresentazione. Si veda la scena dell'incidente all'origine del trauma di Irene: porzioni isolate di spazio, una mano che tenta di afferrare, un gesto spezzato, uno schizzo di sangue. Frammenti che si trasfigurano in qualcosa di più terrificante di qualsiasi corrivo jump scare. Il ragazzino cresciuto con le notti horror del mercoledì su Italia 1 ha imparato che l'orrore vero dipende dalla distanza da cui lo si osserva.
Elogio del non detto: Ferine e la bistecca della Mosca di Cronenberg
E poi c'è quello che Corsini non spiega. Le ellissi, i vuoti, i personaggi di cui intuiamo il passato senza mai conoscerlo, i legami che restano sospesi come un fiato trattenuto. Qualcuno lo chiamerà ermetismo. Ed è proprio questo il punto di forza di Ferine. Perché è bello restare attoniti, cercare di unire i puntini da soli, come nei giochi della Settimana Enigmistica, in un mondo pieno di spiegoni, di cruciverba facilitati, di film pensati per essere visti mentre si fa altro, lo sguardo incollato allo smartphone. Pellicole simili alla filodiffusione dei supermercati: ci sono, ma nessuno le ascolta.
In fondo, per citare La mosca di David Cronenberg (1986), il problema era tutto in una bistecca. Il povero Seth Brundle (Jeff Goldblum) la teletrasporta da una cabina all'altra, la assaggia insieme a Veronica (Geena Davis) e scopre che sa di sintetico: la macchina ha riprodotto la carne senza capirla, senza impazzire per essa. Ecco, Corsini quella bistecca riesce a riprodurla alla perfezione, togliendole il sapore meccanico e artificiale del teletrasporto. La sua è carne viva, sanguinante, che non ha bisogno di didascalie. E che, in un film su una donna che impara a nutrirsene, suona come una dichiarazione di poetica.
Carolyn Bracken e Caroline Goodall, due predatrici faccia a faccia
Gran parte della riuscita di Ferine si deve a chi lo abita. Carolyn Bracken, già doppia protagonista di Oddity di Damian McCarthy, che Corsini aveva appena visto in You Are Not My Mother di Kate Dolan prima che il casting gliela proponesse, è il cuore spezzato e l'anima dannata del film: lavora per sottrazione, senza mai cedere all'overacting che il regista temeva, e lascia che la belva affiori dal corpo prima ancora che dal volto. Di fronte a lei, Caroline Goodall (l'avevamo vista in Hook e in Schindler's List di Steven Spielberg) costruisce una Dama di algida, coloniale nonchalance, che tratta gli esseri viventi come pezzi da collezione. Due donne, due predatrici, una partita a scacchi in cui la vittima cambia a ogni mossa.
Attorno a loro, Paola Lavini regala a Rosa la concretezza di un family drama che soltanto nel terzo atto deflagra nel genere, mentre la piccola Elisabetta Caccamo ha la grazia di chi non sa ancora di recitare. A tessere la tela ci pensa Pino Donaggio, il compositore di Brian De Palma e di A Venezia... un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, con una partitura orchestrale lussureggiante e dolente. Al Fantasia International Film Festival di Montréal la sua musica ha vinto il Cheval Noir per la miglior colonna sonora, insieme alla fotografia di Fabrizio La Palombara, che rende omaggio ai maestri dell'horror italiano senza mai scimmiottarli.
Una strada non asfaltata per il nuovo horror italiano che verrà
Corsini, che arriva dalla fonderia e non da un percorso accademico, ha impiegato quasi un decennio per portare sullo schermo questo film: una prima sceneggiatura già nel 2017, poi il cortometraggio omonimo alla Settimana della Critica di Venezia nel 2019, infine le riprese in Piemonte nel 2024, in quattro settimane e con un budget di tre milioni e mezzo di euro. Un autentico atto di resistenza, per dirla con le sue parole. Non so se ci sarà una nuova ondata di cinema horror made in Italy. Però è un segnale prezioso che un'opera prima come questa punti in alto, rivendichi un'identità italiana pur parlando inglese e cerchi sentieri meno battuti.
Circola un aforisma che il web attribuisce a Vincent van Gogh: «La normalità è una strada asfaltata: è comoda per camminare, ma non vi crescono fiori». Lungo la strada di Ferine i fiori crescono eccome. E sono carnivori.
Se Ferine fosse un cocktail: il Terribile Simmetria
Se Ferine fosse un cocktail sarebbe un Terribile Simmetria, omaggio alla fearful symmetry della tigre di Blake. Una base di mezcal, perché il giaguaro è il signore delle foreste delle Americhe e il fumo dell'agave cotta sottoterra sa di brace e di selva. Vermouth di Torino rosso, a ricordare il Piemonte dove il film è stato girato e la civiltà addomesticata da cui Irene prende congedo. Un liquore di more selvatiche per il bosco e per quel rosso che macchia le mani, qualche goccia di bitter al cacao per l'ombra, un pizzico di sale per le lacrime e il sangue, che hanno lo stesso sapore. Si mescola a lungo, con pazienza da predatore, e si serve in un tumbler basso su un unico, massiccio cubo di ghiaccio, monolite brutalista che si scioglie piano. Scorza d'arancia bruciata sopra il bicchiere, come un occhio giallo che si accende nel buio. Si beve in silenzio, lentamente, tenendo d'occhio l'ombra che si muove nel bosco
il giudizio
Ferine è un horror d'autore che non chiede il permesso e non porge il bugiardino. Visivamente sontuoso, ambizioso, sorretto da due interpreti magnifiche e dalla musica di un maestro, ha il coraggio di lasciarci al buio proprio quando la luce è più accecante. Un'opera prima che, come la tigre di Blake, arde nelle foreste della notte e ci costringe a chiederci quale mano abbia forgiato la belva. Corsini una risposta ce la suggerisce, con quell'urlo finale che somiglia a un vagito: la fiera non è là fuori. Siamo noi, appena nati
Scheda tecnica
Titolo: Ferine
Regia: Andrea Corsini
Soggetto: Andrea Corsini
Sceneggiatura: Andrea Corsini con Massimo Vavassori
Cast: Carolyn Bracken (Irene), Caroline Goodall (Dama), Paola Lavini (Rosa), Elisabetta Caccamo (Giulia), Fabrizio Odetto (Pietro), Marco Gambino (Alfredo)
Fotografia: Fabrizio La Palombara
Montaggio: Matteo Mossi
Scenografia: Carlotta Desmann
Costumi: Silvia Nebiolo
Musiche: Pino Donaggio
Supervisione VFX: Gaia Bussolati
Produzione: EDI Effetti Digitali Italiani, in associazione con FilmAffair e OMDT, in collaborazione con Adler Entertainment
Distribuzione: Adler Entertainment
Paese, anno: Italia, 2026
Durata: 105 minuti
Uscita in sala: 5 novembre 2026
Premi: Cheval Noir per la miglior fotografia e per la miglior colonna sonora al Fantasia International Film Festival 2026