Lo speciale sulla Festa del Cinema di Roma
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Nina Roza, recensione: una bambina pittrice e i fantasmi di un padre alla Festa di Roma

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles, Orso d’Argento per la sceneggiatura alla Berlinale 2026, è stato presentato nella sezione Best Of della Festa del Cinema di Roma. Dal 29 ottobre al cinema con LSPG Popcorn, segue un esperto d’arte, interpretato da Galin Stoev, che torna in Bulgaria per autenticare i quadri di una bambina prodigio. Nel cast anche Chiara Caselli e le gemelle Stanina. Scelto dal Canada per la corsa all’Oscar 2027 per il miglior film internazionale, intreccia lutto, memoria e mercato dell’arte, trovando tra suggestioni, atmosfere e sentimenti il tempo necessario per ascoltare ciò che i personaggi hanno taciuto per anni

Quello che devi sapere

Nina Roza alla Festa del Cinema di Roma: arte e infanzia

«Il genio non è che l’infanzia ritrovata a volontà», scriveva Charles Baudelaire nel Pittore della vita moderna (1863). Ma cosa accade quando quell’infanzia è ancora lì, davanti a noi, con un pennello in mano e il cappuccio della felpa calato sugli occhi, in una stalla della campagna bulgara trasformata in atelier? E soprattutto: chi ha il diritto di stabilire quanto vale?

Attorno a queste domande, apparentemente da catalogo d’asta, si annoda Nina Roza, secondo lungometraggio di finzione della regista canadese Geneviève Dulude-De Celles. Presentato nella sezione Best Of della Festa del Cinema di Roma 2026, dopo il concorso alla 76ª Berlinale e l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura, il film arriva nelle sale italiane il 29 ottobre con LSPG Popcorn.

Scelto dal Canada per concorrere alla nomination all’Oscar 2027 per il miglior film internazionale, ha per protagonista Galin Stoev, affiancato dalle gemelle Sofia ed Ekaterina Stanina, da Michelle Tzontchev, Christian Bégin e Chiara Caselli.

La trama di Nina Roza: il ritorno in Bulgaria

Mihail ha lasciato la Bulgaria negli anni Novanta, dopo la morte della moglie, portando con sé la figlia Roza, allora bambina. A Montréal si è costruito un’altra esistenza, tutta lingua francese e arte contemporanea: è un consulente stimato, uno di quelli che collezionisti e galleristi interpellano per capire se un talento è oro zecchino o latta dipinta.

Quando il collezionista Christophe (Christian Bégin) gli chiede di verificare l’autenticità dei quadri di Nina, bambina bulgara di otto anni resa celebre da un video virale, Mihail tentenna. Accettare significa tornare, dopo ventotto anni. A spingerlo è proprio Roza, che ormai si fa chiamare Rose, rifugiatasi da lui con il figlio dopo una crisi di coppia e decisa a trasmettere al bambino quell’eredità bulgara che il padre ha sempre tenuto sotto chiave. Sicché Mihail parte. E scopre presto che l’attribuzione più difficile riguarda la propria vita

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Galin Stoev: pensare in francese, sognare in bulgaro

Regista teatrale di fama europea, autore di allestimenti per la Comédie-Française come L’illusion comique e Tartuffe, dal 2018 direttore del Théâtre de la Cité di Tolosa, Galin Stoev trova in Nina Roza il suo primo grande ruolo sul grande schermo. Il suo volto è una mappa geologica di rughe e silenzi, che trattiene quello che Mihail si ostina a non dire: la macchina da presa può sostarvi senza che un silenzio assomigli mai del tutto al precedente.

Mihail è un apolide dell’anima, un uomo che ha scelto di pensare in francese e che si irrita quando la figlia insegna il bulgaro al nipote o fa risuonare in casa le canzoni amate dalla madre scomparsa. In Bulgaria i paesani lo trattano da forestiero, gli rifanno il verso per l’accento, diffidano del suo sguardo da perito. Eppure proprio lì torna a sentire il richiamo di una terra che ha voluto dimenticare.

Viene in mente Elias Canetti, nato a Ruse, sulla riva bulgara del Danubio, che nella Lingua salvata raccontava un’infanzia attraversata da più idiomi come da altrettante patrie. Mihail, invece, la sua lingua madre l’ha sepolta. E le lingue sepolte, come i morti, prima o poi tornano a bussare.

Nina e Roza: le gemelle Stanina e Michelle Tzontchev

Il titolo accosta due nomi senza virgola, due infanzie che si specchiano l’una nell’altra: quella di Nina e quella che Mihail ricorda di sua figlia, ormai adulta. La piccola pittrice ha l’età che aveva Roza quando il padre la portò via dalla Bulgaria. Anche lei si trova davanti a un bivio: sua madre e la gallerista italiana Giulia immaginano per lei un futuro in Italia, lontano dal villaggio. Mihail si ritrova così a interrogare, attraverso una bambina sconosciuta, la scelta compiuta tanti anni prima.

La regista lascia affiorare questo gioco di corrispondenze per piccoli scarti, aiutata da una scelta di casting felicissima: Nina è interpretata da due gemelle, Sofia ed Ekaterina Stanina, nate e cresciute a Montréal da una famiglia di origine bulgara, che si alternano nelle scene secondo le rispettive inclinazioni. Il risultato è una creatura sfuggente e mutevole, un po’ folletto e un po’ oracolo.

Michelle Tzontchev, al suo esordio sul grande schermo, regala a Roza una malinconia trattenuta, quella di chi è cresciuta fra due mondi senza appartenere del tutto a nessuno. In fondo, anche lei è una tela di cui nessuno ha mai certificato l’autenticità.

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Chiara Caselli e il mercato dell’arte: il valore della cura

In latino curare significa avere cura, occuparsi di qualcuno. Il curatore, prima di essere un mestiere da vernissage, è uno che si prende cura. Nina Roza lavora su questa parentela di parole: Mihail parte per valutare dei dipinti e si ritrova a interrogarsi sulla responsabilità verso chi li ha creati.

Chiara Caselli, diretta in passato da Michelangelo Antonioni in Al di là delle nuvole e da Gus Van Sant in Belli e dannati, dà alla gallerista Giulia un’eleganza ambigua. Parla di aiuto, opportunità, futuro; sostiene che sia stata la madre di Nina a cercarla. Dietro i sorrisi si intravede però anche il rendimento dell’investimento.

La regista, figlia di un insegnante di arti visive, ha raccontato di aver passato l’infanzia nei musei a leggere le didascalie accanto alle opere, chiedendosi che cosa desse davvero valore a un quadro: l’oggetto o la storia che porta con sé? Nel film questa domanda prende corpo anche attraverso le opere presenti nelle gallerie di Montréal: Untitled Bronze Head di Rashid Johnson, Before the rainfall di Azadeh Elmizadeh, Art of Storytelling di Milo Matthieu, Maya di Kate Yagoshevski e un Untitled di Sayre Gomez.

Le tele di Nina sono state invece realizzate dall’artista montrealese Aujeault, con colori terrosi che sembrano impastati con la terra stessa del villaggio. Le opere delle gallerie hanno già un listino; quelle della bambina rischiano di averne uno troppo presto. Il problema diventa capire quanta libertà resti a un’artista di otto anni, quando ogni pennellata comincia ad avere un prezzo. E quando, nel finale, i dipinti della bambina vengono imballati, etichettati e spediti lontano, viene da chiedersi se il mercato riservi agli artisti la stessa premura che dedica alle casse da trasporto.

Lutto e sensi di colpa: i fantasmi di Nina Roza

Nina chiede a Mihail se, da grandi, gli incubi spariscono. Lui risponde di no. Nessuna consolazione, nessuna bugia pietosa: a una domanda così non lo prepara alcuna competenza artistica. Quel no lo costringe a fare i conti con la propria storia, con ciò che è riuscito a proteggere e con quanto ha preferito nascondere.

Nina Roza è anche un film sul lutto: quello per la moglie morta, mai elaborato e semplicemente traslocato oltreoceano; quello per un Paese abbandonato; quello, più sottile, per la persona che avremmo potuto diventare restando.

I fantasmi abitano le canzoni, le case dal tetto sfondato, gli sguardi di chi è rimasto e non perdona, come la sorella che accoglie Mihail con un rancore sedimentato in decenni di assenza. Il senso di colpa dell’emigrato, di chi è partito lasciando agli altri il peso del restare, attraversa il racconto come una corrente sotterranea.

Dulude-De Celles ha dichiarato di preferire ai grandi drammi quelli silenziosi, che ci plasmano lentamente e si ripercuotono sulla generazione successiva. Il dolore di Mihail si deposita, strato dopo strato, come il colore sulla tela. L’incontro con Nina gli offre il tempo e l’occasione per guardarlo.

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Falò, danze e rakia: la musica e la Bulgaria di Nina Roza

E poi c’è la Bulgaria. Il direttore della fotografia Alexandre Nour Desjardins la riprende con una luce ambrata, alternata alle brume del mattino sui campi brinati, quelli con l’albero solitario che campeggia sulla locandina. Tra danze attorno al falò e una serata innaffiata di rakia, l’acquavite di frutta che scioglie le lingue e talvolta i rancori, Mihail riscopre il senso di una comunità. Soprattutto grazie allo zio di Nina, Bogdan, interpretato con ruvida simpatia da Nikolay Mutafchiev, che del film è anche coproduttore.

La partitura originale di Joseph Marchand avvolge il racconto in un’atmosfera sognante, mentre le canzoni riaprono il dialogo con la memoria. Due brani portano la voce di Pasha Hristova: Povei Vetre e Edna Bulgarska Roza, «una rosa bulgara», che rimanda anche al nome di Roza e alla Valle delle Rose di Kazanlak.

Si ascoltano inoltre Ergen Deda, accreditato a Petar Lyondev, e il canto tradizionale bulgaro Zasvirili sa Dojne. Compare poi Et si tu n’existais pas, la canzone resa celebre da Joe Dassin: nei titoli di coda è indicata come versione francese di Oasis, con Toto Cutugno fra gli autori della musica. E se tu non esistessi: un titolo che trova una risonanza particolare in un film così abitato dalle assenze.

Da Fellini a Kore-eda: lo stile di Dulude-De Celles

Dopo il realismo quasi documentaristico di Une colonie, Orso di Cristallo alla Berlinale 2019 e miglior film ai Canadian Screen Awards, la regista quebecchese sceglie una via impressionista, affidata al dialogo fra immagini e suoni. Cita come riferimenti Federico Fellini, Alice Rohrwacher, Bernardo Bertolucci e Andrej Tarkovskij: l’indagine sull’autenticità dei quadri permette di attraversare il mondo interiore di Mihail, dove il passato continua a modificare il presente.

Guardandolo aggirarsi fra le stanze della memoria, viene da pensare a Still Walking di Hirokazu Kore-eda (2008), dove una famiglia giapponese si riunisce per l’anniversario della morte del figlio maggiore e il dolore si annida nei gesti quotidiani, nelle ricette di casa, in un vecchio disco. Anche lì, come in Nina Roza, i più piccoli osservano gli adulti e capiscono più di quanto questi vorrebbero.

La lentezza è uno dei pregi del film. Il montaggio di Damien Keyeux lascia agli incontri il tempo di sedimentare, ai paesaggi quello di smettere di essere uno sfondo e diventare parte della memoria di Mihail. Le soste sui volti consentono di avvertire la fatica di una risposta, il disagio di un riconoscimento. Dopo ventotto anni di assenza, un ritorno ha bisogno anche di questo: del tempo necessario per accorgersi di essere tornati.

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Il giudizio: perché vedere Nina Roza al cinema

Il percorso di Mihail commuove perché parte per riconoscere il talento di una sconosciuta e si trova a dover riconoscere anche la figlia che ha cresciuto. È qui che Nina Roza trova la sua misura più bella: nel passaggio dall’esperienza professionale alla responsabilità degli affetti, dal valore assegnato alle cose all’attenzione dovuta alle persone.

Nella dedica del Piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry annotava: «Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)». Mihail, grazie a Nina, se ne ricorda. E torniamo a Baudelaire: il genio, forse, non è che l’infanzia ritrovata. Anche quando quell’infanzia ha gli incubi. E gli incubi, si sa, non spariscono. Si impara a dipingerli.

Se fosse un cocktail

Se Nina Roza fosse un cocktail sarebbe un Rosa dei Balcani. Alla base, rakia di prugne, il distillato delle tavolate di villaggio, schietto come chi è rimasto. Poi sciroppo di rosa damascena, omaggio alla Valle di Kazanlak, a Roza e alla canzone di Pasha Hristova. Succo di limone fresco, per l’acidità del senso di colpa. Un albume, a smussare gli spigoli con la morbidezza dell’infanzia. Infine una grattugiata di noce moscata, color terra come i pigmenti di Nina.

Shakerato e servito in una coppetta ghiacciata, va sorseggiato piano, come si guarda il quadro di un bambino: senza pretendere di capirlo subito. Nazdrave.

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