In attesa della sfida che vale la coppa del mondo 2026 tra gli iberici e i sudamericani abbiamo messo a confronto il loro immaginario cinematografico. Dalle ossessioni noir al dramma intimo, fino alla satira, abbiamo selezionato sei round iconici in cui talento spagnolo e rigore rioplatense si marcano a uomo. regalando capolavori immortali. Chi vince? Il cinema, ovviamente
I Giganti
“Tutto su mia madre” di Pedro Almodóvar (1999) e “Il segreto dei suoi occhi” di Juan José Campanella (2009) partono entrambi da una perdita, ma la seguono in modo diverso. Il film spagnolo si apre e si moltiplica in relazioni, identità e personaggi, con un tono emotivo e teatrale; quello argentino torna indietro, inseguendo un caso che non si chiude. Un racconto che si espande e uno che scava, tra memoria privata e bisogno di dare un senso al passato
L’orrore e la memoria
“Il labirinto del fauno” di Guillermo del Toro (2006) e “Storie pazzesche” di Damián Szifrón (2014) raccontano l’assurdo partendo da due direzioni opposte. Nel film spagnolo la violenza della storia si riflette in un mondo fantastico, abitato da creature inquietanti; in quello argentino l’orrore esplode nel quotidiano, tra vendette e situazioni al limite del grottesco. Fantasia e realtà si allontanano, ma finiscono per incontrarsi nello stesso punto: quando la normalità si spezza.
Specchi dell'anima
“Mare dentro” di Alejandro Amenábar (2004) e “Il cittadino illustre” di Gastón Duprat e Mariano Cohn (2016) mettono al centro un uomo e il suo rapporto con la vita, ma seguono direzioni opposte. Nel film spagnolo tutto converge in uno spazio chiuso e in una scelta radicale, raccontata con intensità e introspezione; in quello argentino il ritorno in patria diventa un confronto pubblico, tra narrazione, identità e ironia. Intimità e esposizione, due modi diversi di mettere in discussione se stessi.
Potere e crimine
“La isla mínima” di Alberto Rodríguez (2014) e “Il clan” di Pablo Trapero (2015) raccontano il crimine da due prospettive opposte. Nel film spagnolo l’indagine si muove tra paludi e silenzi, inseguendo una verità che emerge poco alla volta; in quello argentino il male è già presente, nascosto dentro una famiglia che vive di sequestri e violenza. Un racconto che procede per scoperta e uno che espone subito il lato oscuro, tra tensione e inquietudine
L'inganno grottesco
“Il giorno della bestia” di Álex de la Iglesia (1995) e “Nove regine” di Fabián Bielinsky (2000) ruotano intorno all’inganno, ma lo costruiscono in modo opposto. Nel film spagnolo tutto è eccessivo, tra apocalisse, ironia e caos che spinge la realtà oltre il limite; in quello argentino l’inganno passa dai dettagli, in un gioco preciso di truffe e ribaltamenti. Da una parte il disordine che travolge, dall’altra il controllo che illude: due strade diverse per spiazzare lo spettatore.