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“Perché il bambino cuoce nella polenta” è un romanzo poetico (e bellissimo)

Spettacolo

Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA  Aglaja Veternayi racconta la storia di una famiglia di circensi con la grazia tipica dei grandi autori e senza mai annoiare il lettore

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È inutile girarci attorno: quando si parla di romanzi c’è un discrimine che separa di netto, e in profondità, i romanzi buoni dai cattivi, e questo discrimine è la grazia. È un criterio impalpabile e ovviamente soggettivo, ma ridotto all’osso è l’unico che conta. Vale la pena dirlo subito quindi: “Perché il bambino cuoce nella polenta” della scrittrice romena Aglaja Veteranyi (Keller, traduzione di Emanuela Cavallaro,  pp. 200, euro 15,50) possiede innanzitutto questa qualità, la grazia appunto.

La storia di una famiglia decisamente sui generis

Racconta la storia di una bambina, figlia di circensi costretti continuamente a fare zig zag. Il padre è “un clown, un acrobata e un bandito” e ha una lingua che suona “come speck con peperoni e panna”; la madre  lavora nel circo da quando  è bambina e fa gli occhi dolci ai poliziotti; la zia parla coi morti e legge ogni giorno il futuro nei fondi di caffè. E poi, tutt’attorno, c’è una ricca folla di comparse e una sfilza di luoghi tutti diversi perché quella famiglia abita sempre in posti nuovi. A volte, così, “capita che la roulotte sia così piccola che quasi non riusciamo a passare l’uno accanto all’altro” e “allora il circo ci dà una roulotte grande col bagno”; altre volte “le camere d’albergo sono dei buchi pieni di umidità e di insetti”; in altri casi, però, “viviamo in alberghi di lusso con frigo in camera e TV”.

Una scrittura che non stanca mai il lettore

Jan Faktor, sul “Freitag”, ha presentato il romanzo come un libro pieno di frasi meravigliose che potrebbero essere citate una dopo l’altra. È vero, ma forse vale la pena aggiungere questo, e cioè che il lungo elenco di frasi poetiche e meravigliose non annoia mai il lettore perché Veteranyi imbastisce un romanzo dalle gambe lunghe e forti in grado di reggere la poeticità di certi passaggi senza stancare e senza rivelarsi mai con un gioco letterario narcisistico. Aglaja Veteranyi, nella sua vita, è stata davvero la figlia di circensi fuggiti dalla Romania. Non sappiamo quanto di reale ci sia in quello che che racconta. Ciò che conta però è che, al netto del tono trasognante e poetico di queste pagine, in questo libro si respira davvero una storia lieve in grado di raccontare una verità.