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'Le leggi della gravità', Gabriele Lavia: "Il teatro non morirà mai"

Spettacolo

Bruno Ployer

Protagonista e regista nel dramma psicologico di un poliziotto e una rea confessa, l'attore racconta il ritorno sul palco davanti a una platea senza limiti di capienza. Lo spettacolo parte in tournée nazionale dal Quirino di Roma

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Come un rito di passaggio, “Le leggi della gravità” si svolge di notte. All’indomani di quanto vediamo sul palcoscenico possiamo immaginare che le vite dei due personaggi saranno completamente differenti. Una è quella del vecchio commissario, che è al suo ultimo giorno di lavoro, l’altra è quella della donna, che dieci anni dopo l’archiviazione per suicidio della morte del suo uomo vuole confessare al poliziotto che è stata lei a uccidere. Il giorno dopo saranno uno in pensione e l’altra in prigione? Noi spettatori probabilmente ce lo domandiamo, così come riflettiamo sugli spunti che questo spettacolo in bilico tra grottesco e tragico offre: la violenza domestica, la salute mentale, il senso della giustizia, la crisi delle coscienze che innesca il confronto psicologico tra i due: l’uno riluttante a riaprire il caso, l’altra determinata a scontare una meritata pena.

Al Teatro Quirino di Roma è in scena, prima di una tournée nazionale, questo spettacolo interpretato e diretto da Gabriele Lavia. Con lui sul palcoscenico ci sono la coprotagonista Federica Di Martino ed Enrico Torzillo. L’ intervista parte dalla ripresa, dalle stagioni teatrali che stanno cominciando senza più imposizioni di limiti di capienza per le sale causa Covid (LO SPECIALE), ma con una certa fatica.

Gabriele Lavia, come è stato per lei tornare davanti a una platea senza obblighi di distanziamento?

GL: Mi ha fatto piacere, mi pare che il pubblico sia stato contento: rideva nelle parti più ironiche, partecipava nelle parti più drammatiche. Ho avvertito una partecipazione e una attenzione maggiori forse perché nessuno conosceva il testo.

 

Questa è la sua percezione del pubblico, ma guardando dentro se stesso qual è stata la sua impressione?

GL: Quando sei in scena non hai la preoccupazione di guardarti dentro, perché è il testo a guardarti dentro, se riesci ad aprirti con corpo, anima e psiche.

 

Insomma, maestro Lavia, fare teatro è tornato come sempre, dopo questa parentesi dolorosa?

GL: Sì, ora vediamo cosa succede. Seguo il telegiornale con una certa apprensione, visto che i casi di Covid  stanno aumentando. Sono aumentati a Trieste per l’assembramento senza mascherina, sono aumentati al rave-party perché  quest qui non potevano vivere senza… Non ci vuole un genio per capire come funziona questo meccanismo.

E il meccanismo del teatro come funzionerà? La ripresa sarà faticosa?

GL: Guardi, il teatro è un luogo ordinato, perché tutto ciò che viene rappresentato sul palcoscenico è un disordine, a cominciare dal più grande testo mai scritto, che è l’Edipo Re di Sofocle. Cos’è l’Amleto? Un disordine, così come Il Gabbiano di Checov e Spettri di Ibsen. Noi rappresentiamo in scena soltanto il peggio dell’uomo. I buoni in scena non funzionano. L’uomo si riflette e si riconosce in questo specchio nero, in questa sua parte buia. Il teatro è un luogo ordinato dove sul palcoscenico c’è la rappresentazione, ma i posti sono numerati e ognuno ha il suo.

 

Sarà questo secondo lei a spingere di nuovo il pubblico nei teatri?

GL: Succederà come sempre, perché il teatro non morirà mai. Morirà il cinema, perché è un’arte tecnica e ogni tecnica è superata da un’altra. L’arco non viene più usato in guerra.

 

Questo sarà sufficiente per vincere le paure?

GL: Ma no! Noi dobbiamo avere le paure, cos’è questa smania di coraggio? Meglio avere paura che camminare sul filo.

 

Lei insomma è fiducioso che il teatro continuerà?

GL: Non sono io il fiducioso, è che il teatro da un punto di visto filosofico non potrà mai morire, fintanto che l’ uomo avrà delle sciagure. Quando saranno tutti buoni e felici, come in un calendario americano degli anni ’50, il teatro non servirà più.

 

Veniamo allo spettacolo in scena, che ci dà molti spunti di riflessione. Secondo lei, che lo dirige e interpreta, qual è il centro di ‘Le leggi della gravità’?

GL: Questo spettacolo viene dal romanzo 'Les lois de la gravité' , di Jean Teulé, che io ho rimaneggiato, arricchito, camuffato. È un giallo, ma ho cercato di trasformare il personaggio del commissario in un uomo alla fine della sua vita, del suo lavoro. Quest’uomo è chiaramente un attore, tant’è che a un certo momento cadono le quinte della scenografia. Vogliamo sottolineare che stiamo recitando. C’è un vecchio attore che sta lì, ma ancora per poco, perché è alle soglie della pensione. C’è poi l’attrice, che vuole espiare. La vita di tutti gli attori è una sorta di espiazione per aver avuto la hybris (“insolenza” in Greco antico, ndr) di voler fare il teatro. Ho aggiunto poi il personaggio del giovane poliziotto, che non è capace di fare il suo mestiere perché è troppo timido, troppo per bene

 

Dunque lo spettacolo che lei ha messo in scena intorno a cosa ruota?

GL: All’uomo, alle sue incertezze, ai suoi dolori e sentimenti di colpevolezza. In fondo una persona normale è sempre in una condizione di disagio, perché è circondata dall’orrore, dal brutto. C’è qualcosa che non funziona nell’esistenza. In fondo noi viviamo sempre in quello stato terribile che Sartre chiama la “choix impossible”, la scelta impossibile. Ogni giorno siamo di fronte a scelte. Nello spettacolo il commissario ci mette tutto il suo impegno per far sfuggire la donna alla legge, ma la donna vuole entrare dentro la legge. Commette così un errore clamoroso, perché deve lasciare i figli, visto che è sola e non ha parenti.

Federica Di Martino, dal punto di vista dell'interprete chi è la protagonista femminile?

FDM: Secondo me è una vittima che ha compiuto un gesto di esasperazione uccidendo l’uomo che ama e che lei continua ad amare anche dopo la sua morte, malgrado fosse un violento e la maltrattasse. Non riesce a convivere con il senso di colpa per ciò che ha fatto.

 

Il regista Gabriele Lavia, che è anche suo marito, quanta carta bianca le lascia ?

FDM: Molta. Anche se usa una metodologia che non è la mia prediletta, ora l’ho compresa e ho sposato anche lei. Come regista è molto rigoroso, ha tutto lo spettacolo in testa e pone limiti agli attori, che però all’interno di quei limiti hanno grandissima libertà.

 

Nel suo caso è un problema bilanciare personale e professionale?

FDM: No, in questo io e Gabriele siamo molto simili: quando lavoriamo insieme ci dimentichiamo di essere familiari. Lo stimo enormemente, è il mio regista preferito ed è un grandissimo maestro. E poi lui è un gigante, io una attrice; non siamo assolutamente paragonabili. Forse il fatto di essere familiari ci consente qualche risata in più per i vizi che lui conosce di me e per i quali mi prende in giro.

 

Signora Di Martino, qual è stata la sua impressione personale sul ritorno a recitare per un teatro a capienza massima consentita?

FDM: È stata una grande emozione, una gioia, anche se la gente è ancora spaventata. Alla prima  recita è stato certamente commovente non vedere poltrone vuote per il distanziamento. Spero che il pubblico non abbia paura e mi auguro che si possa tornare a una normalità migliorata.