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"Sembra mio figlio", il viaggio a ritroso di Costanza Quatriglio

Spettacolo

Denise Negri

Una scena dal film "Sembra mio figlio"

È in sala questa piccola e potente pellicola, già presentata al Festival di Locarno. Un punto di vista nuovo per parlare di immigrazione e per ricordarci che chi scappa dalle persecuzioni lascia una famiglia e un cuore con cui fare i conti

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Sono un po' in ritardo lo so. Non mi era sfuggita l’importanza di questo film, piccolo per budget e numero di sale ma non per storia; è solo successo che altre notizie abbiano preso il sopravvento. Ora ringrazio Daniela e Roberto, due amici che non si conoscono e che ignari l’uno dell’altro mi hanno ricordato di andare al cinema a vedere "Sembra mio figlio" di Costanza Quatriglio. Ne ero incuriosita, avevo volutamente letto poco sull’argomento (come spesso faccio) per non farmi "distrarre" prima del buio in sala. Certo non sono il ritmo e forse nemmeno la sceneggiatura il forte di questo film ma trovo che sia la potenza, incredibile, della storia. Una storia vera, dimenticata e ai più sconosciuta. Il popolo hazara, una delle etnie più perseguitate di sempre e il cui genocidio nel corso degli anni li ha ridotti a una piccolissima percentuale della popolazione afgana, è uno dei protagonisti di questo film che si sviluppa come un viaggio, quasi epico e classico, alla ricerca delle proprie radici, del proprio passato e fattivamente della propria madre.

La storia

In breve la storia: siamo a Trieste, Ismail che quando aveva 9 anni con il fratello è scappato a piedi dalle persecuzioni dei talebani, è ormai un uomo maturo e integrato in Italia. Un incontro inaspettato e una speranza mai sopita lo rimetteranno in contatto telefonico con la madre rimasta in patria. Per lui inizierà un viaggio, a ritroso. Siamo abituati, la cronaca ce lo insegna, ad arrivi sulle nostre sponde. Qui invece la regista palermitana ci racconta la cronaca di una partenza. Un ritorno in patria, seppur di quella terra non ci sia più quasi nessun ricordo, se non il legame emotivo verso la propria madre. È incredibilmente bravo, con il suo silenzio negli occhi, Basir Ahang, attivista, giornalista e poeta afgano naturalizzato italiano, che qui interpreta Ismail. La storia, dice Costanza, è vera e le è stata raccontata da un esule hazara. Un amico che ha condiviso con lei il suo passato e che ora vive qui con la madre.

Il viaggio di Ismail

Un film intriso di umanità, una piccola grande storia in un mare di dolore e persecuzione, guerra e sradicamento. Con un rigore quasi documentaristico il film ci porta dentro la vita di Ismail, quella che si è ricostruito in Italia e quella che trova in Afghanistan, passando per il Pakistan. Ci sono il senso dell’onore, il senso del dovere, il rispetto per la famiglia, per il fratello maggiore e per la sofferenza del suo popolo. Ismail però non può, non riesce ma soprattutto non vuole accettare le condizioni che gli vengono imposte da una cultura che lo ha visto nascere ma non crescere. Eppure prosegue, in questo viaggio che più si avvicina alla meta più diventa pericoloso. Prosegue spinto da un’unica grande molla: la dignità. Il film è al cinema, un peccato perderlo.