Tunisia-Italia, sulla rotta dei migranti: senza scarpe, solo ricordi

La migrazione è un viaggio senza bagaglio. Di certo lo è il passaggio in barca dalla Tunisia all’Italia. Raccontare i migranti attraverso i loro oggetti significa descrivere un vuoto, un’assenza, è un racconto di oggetti lasciati indietro, abbandonati in spiaggia, o di oggetti che servono alla traversata e che saranno lasciati alle spalle quanto prima. Nulla che valga la pena conservare per il futuro. Perché il migrante, tipicamente, non porta niente con se, a parte i propri ricordi. Ma soprattutto, quando arriva al bordo del mare per attraversare il Mediterraneo, è stato già depredato più volte di tutto quello che aveva dai trafficanti di diversi paesi che si approfittano della sua debolezza. Si sale sulla barca solo con i vestiti che si hanno indosso, e neanche tutti. Le scarpe rimangono a terra. 

Senza scarpe

Senza scarpe non si viaggia. A meno che non si debba attraversare il mare. Le spiagge della Tunisia a nord e a sud di Sfax, quelle da cui partono quasi tutti i migranti, sono infatti costellate di scarpe abbandonate prima di salire a bordo dei barchini. Al momento di salpare, in fretta e furia, i trafficanti gli fanno togliere le scarpe. Ma quelle scarpe che troviamo spaiate o a coppie, rovinate o intatte, e di ogni genere dalle ciabatte alle sneakers, dagli scarponi da trekking alle ballerine, sono servite, eccome, per arrivare fino a qui. I migranti subsahariani in particolare camminano per centinaia e centinaia di chilometri prima di vedere il mare. Devono attraversare il deserto del Sahara, passare i confini di diversi paesi, spostandosi quasi sempre a piedi, fino a giungere a Sfax, dove lavorano qualche mese per mettere da parte i soldi da dare ai trafficanti, generalmente tra i 1.000 e i 1.500 euro. Poi, spesso a piedi, arrivano fino alle spiagge della partenza. Qui lasciano le loro scarpe e salgono sui barchini. Se arriveranno in Italia, evitando la guardia costiera e soprattutto il naufragio e la morte, dovranno procurarsi altre scarpe da indossare. In Europa avranno scarpe nuove, perché partono scalzi. 

Nere come la paura

Nere come la paura. L’oggetto più struggente che troviamo al collo dei migranti pronti a partire sono i loro salvagente. Chi riesce a procurarsela parte infatti con una camera d’aria sgonfia appesa al collo, o alla vita. La gonfierà in caso di naufragio. La maggior parte dei giovani africani che tentano la traversata non sa nuotare, anche quelli che vengono da paesi della costa come la Guinea o la Costa d’Avorio, figuriamoci i sudanesi o i burkinabé che il mare non lo hanno proprio mai visto. E anche se è evidente a quanto poco possa servire questo salvagente improvvisato in mare aperto, solo l’idea di poter avere una ciambella in plastica cui aggrapparsi sembra tranquillizzarli. Queste camere d’aria rappresentano meglio di ogni altra cosa la paura che deve superare chi sale su un barchino stracolmo per attraversare il Mediterraneo. 

Un telefono per sperare

Questo invece è l’oggetto fondamentale per riuscire ad arrivare in Italia. A meno che non siano stati derubati anche del loro telefono, tutti i migranti cercano di portare il telefono con sé. E’ infatti fondamentale per il buon esito del viaggio. I trafficanti infatti non viaggiano con i migranti. Si fanno pagare nei giorni precedenti, li portano sulle spiagge all’ultimo minuto, li scaricano lì insieme alla barca con cui devono partire e li lasciano da soli. La direzione devono trovarla loro. E senza telefono è impossibile orientarsi, e sapere come raggiungere Lampedusa. Tra l’altro il telefono è anche l’unico vero strumento di salvataggio in caso le cose si mettano male. Questo se qualcuno a bordo ha pensato prima a segnarsi un numero di emergenza, italiano o tunisino, da chiamare se la barca rischia di affondare o si ferma in mezzo al mare. 

La fame in una scatoletta

L’unica cosa abbondante nelle case sulla spiaggia usate come appoggio dai migranti nelle ultime ore prima della partenza sono le bottiglie di plastica per l’acqua. In Tunisia, come in Libia, le temperature sono alte, e l’acqua gratuita, oltre che fondamentale per non morire disidratati. Ma se l’acqua è tanta il cibo che lasciano fa capire quanto poveri siano questi uomini e queste donne. Tra i loro resti da mangiare troviamo solo qualche bottiglietta di yogurt liquido e una miriade di scatolette di aringhe, di ogni gusto e sapore. In Tunisia è infatti questo il cibo più a buon mercato che si possa trovare da prendere e portare con se. Prima di affrontare il Mediterraneo dunque bevono acqua e yogurt e mangiano aringhe in scatola, e purtroppo per le migliaia di migranti che muoiono annegati questa è anche l’ultima cena.  

Solo ciò che indossi

Solo quelli che hanno indosso. I migranti partono letteralmente senza niente, solo i pochi abiti che riescono a mettersi per fare la traversata. Le spiagge su cui salgono in barca sono disseminate di calzini, pantaloni, ma anche giacche, magliette e camicie che i migranti hanno abbandonato prima di salire a bordo di barchini in metallo così precari da non poter sopportare alcun peso aggiuntivo, se non quello delle persone a bordo, che sono sempre molte più della capienza reale della barca. Le loro vestigia restano a terra, avvolte dalla sabbia. 

Spazzolino e dentifricio

A dispetto di quel che si possa pensare di un migrante disperato che tenta una traversata che rischia di essere mortale, sulla spiaggia si trovano tanti spazzolini da denti e flaconi di dentifricio. Senza acqua potabile se non quella da bere, sotto il sole cocente dell’estate tunisina gli africani subsahariani che vengono qui per imbarcarsi si lavano evidentemente i denti prima di partire.

Una barca, un motore

Con questi oggetti i migranti tentano la traversata. Entrambi li vedono per la prima volta arrivati sulla riva del mare pronti a partire. Le barche su cui devono salire sono costruite a pochi soldi nei cortili delle case dei trafficanti dell’entroterra, saldate a mano malamente, il metallo ha uno spessore minimo e la barca bascula solo a spostarla con la mano. Su queste barche devono salire anche in 30 o 40 persone, e quasi sempre tra loro ci sono almeno 4 o 5 bambini. La barca arriva al limite di galleggiamento. Poi i trafficanti consegnano loro un motore, spesso da pochi cavalli, 30 o 40, e scappano via per non essere fermati dalla polizia. Non abbiamo mai incontrato un africano che abbia tentato di partire che si sia detto contento della barca e del motore, tutti si sentono ingannati dai trafficanti. Con questi strumenti di morte i migranti devono affrontare il braccio di mare che separa Sfax da Lampedusa. Sperando di farcela.

Se va bene prima di essere soccorsi in acque internazionali o italiane ci vogliono anche 24/36 ore. Se va male nessuno lo saprà mai, se non i pescatori che spesso ritrovano i loro cadaveri in mare.