Una giornata

per la terra

Un'intuizione feconda

È il 22 aprile 1970, milioni di cittadini americani si riversano per le strade, con una sola voce chiedono attenzione perché la Terra, la cui sopravvivenza è l’unica garanzia per un possibile di futuro, sta cedendo. È il primo Earth Day della storia. 

Più di un anno prima, il 28 gennaio 1969, un’esplosione in un giacimento petrolifero offshore aveva causato la fuoriuscita di circa 100.000 barili di petrolio davanti le coste della California, uccidendo migliaia di specie marine. 

Di fronte a uno dei più gravi disastri ambientali di sempre, Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, decide di attivarsi per creare una vera coscienza collettiva sulla questione ambientale.

Per farlo, coinvolge il giovane attivista Denis Hayes, con cui inizia a organizzare conferenze sul tema. Come data viene scelto il 22 aprile, un giorno feriale tra le vacanze di primavera e i “Final Exams” affinché potessero partecipare più persone possibile. 

È il primo passo verso la creazione di una rete di organizzatori, attivi nella promozione di eventi in tutto il Paese, e di un movimento che riconosce la Terra come un bene comune da tutelare insieme.   

L’idea di Nelson era che “tutte le persone, a prescindere dall'etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

L'intuizione di Nelson con il passare degli anni è diventata sempre più rilevante con i sempre più evidenti effetti del cambiamento climatico.

Nel 1970, quando si svolse la prima edizione dell'Earth Day, le conseguenze del riscaldamento globale non si erano ancora manifestate.

In quell'anno le anomalie di temperatura (scala di rosso per quelle superiori alla media, di blu per quelle inferiori) erano ancora relativamente contenute.

Dieci anni dopo, nel 1980, in varie zone del mondo si registravano temperature superiori alla media, anche se l'Europa e la costa orientale degli Stati Uniti apparivano ancora risparmiate.

All'inizio del decennio successivo, nel 1990, praticamente tutto il globo è ormai interessato dal riscaldamento.

Il trend trova conferma all'inizio del nuovo millennio: anche nel 2000, il rosso - che indica, come detto, l'aumento delle temperature - la fa da padrone in tutto il globo.

Il 2010 segna un ulteriore aumento di calore globale, con le anomalie (ovvero la deviazione rispetto alla media 1950-1980) che si fanno ancora più intense e pronunciate verso l'alto, soprattutto nell'emisfero nord della terra.

Ancora un decennio e le temperature più alte della norma sono ormai diventate... la norma: a livello globale il 2020 passa agli annali come l'anno più caldo mai registrato.

La minaccia

Percepire la minaccia della fine della vita sul Pianeta - che la maggiore conspevolezza sui rischi del riscaldamento globale ha sicuramente aumentato - può avere tre effetti principali: l’indifferenza, perché non si riesce a contemplare nell’orizzonte del possibile un pensiero così grande e la mente, per paura o per difesa, allontana quello scenario, catalogandolo come remoto; poi c’è la sempre più diffusa eco-ansia, non ancora riconosciuta in via ufficiale ma che ha le caratteristiche di un classico disturbo da ansia fino a raggiungere, in alcuni casi, sintomi simili alla sindrome da stress post-traumatico; infine, c’è la rabbia contro un sistema avvertito come obsoleto, nocivo e non più sostenibile . 

Parliamo, però, di una rabbia positiva, quella che spinge a scendere in strada a protestare, che fa porre domande su come cambiare le cose, che invoglia a cambiare vita, a trovare alternative. 

La volontà di contrastare la crisi ambientale implica necessariamente l’incontro perché proteggere la Terra vuol dire riconoscersi come esseri vulnerabili e, nella vulnerabilità che ci accomuna, siamo in grado di vedere e riconoscere l’altro. Un altro che come noi ha paura, che come noi sbaglia e che con noi può fare qualcosa per costruire un futuro migliore. 

Tre storie sostenibili

Le tre storie che seguono parlano di interrogativi, crisi, soluzioni e partecipazione. 

Due scienziate trasformano il latte in “plastica”

 Tutto è iniziato da domanda durante una lezione di chimica. “Uno studente è venuto da me e mi ha detto ‘abbiamo un importante problema con l’inquinamento da plastica, noi come scienziati cosa stiamo facendo per risolverlo?’ Ed effettivamente ancora non stavamo facendo niente, pur avendo tutti gli strumenti per farlo”, racconta Emanuela Gatto mentre entra nel laboratorio dove nel 2018 è nata la startup ‘SPlastica’.

 Gatto, CEO dell’azienda, e Raffaella Lettieri, responsabile di laboratorio, lavorano da tempo insieme nel dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’università Tor Vergata di Roma. Si guardano e sorridono complici, in piedi in mezzo al loro laboratorio bianco, quando raccontano della nascita di un progetto innovativo che mette insieme due problemi: l’inquinamento da plastica e lo spreco alimentare. “Ogni anno la nostra società produce 400 milioni di tonnellate di plastica e di queste ogni anno circa 300 milioni vengono scartate come rifiuti. Questi spesso vengono riversati nell’ambiente, circa 8 milioni di tonnellate di plastica vanno a finire nei nostri mari ogni anno”; dall’altra parte, spiega la CEO, c’è l’impressionante quantità di cibo sprecato perché non più edibile

 “Abbiamo deciso di utilizzare come materia prima per il nostro materiale il latte [scaduto] perché in Italia ne produciamo circa ogni anno 12 milioni di tonnellate però il 2-4% di questo viene sprecato perché il latte purtroppo ha un tempo di vita breve e una volta scaduto deve essere smaltito come un rifiuto”. 

Dopo anni di lavoro, il prodotto a cui sono arrivate, grazie alla cooperazione con tanti giovani ricercatori e ricercatrici, è ‘SPlastica’: “una bioplastica dura biodegradabile e compostabile. È biodegradabile sia nel suolo sia in ambiente marino. Significa che, se inavvertitamente dovesse finire in acqua di mare, il prodotto si decomporrebbe in sostanze più semplici senza rappresentare un problema per la fauna e la flora marine. Inoltre, è compostabile, potrebbe quindi essere una nuova materia in grado di far crescere nuove piante nutrendo il suolo!” spiega Raffaella Lettieri. 

 

Dal 2018 a oggi le due scienziate hanno dovuto cercare fondi, investitori, hanno partecipato a bandi per aggiudicarsi premi. “Spesso eravamo le uniche donne nella stanza e ci è stato anche detto che non saremmo dovute essere noi a presentare il progetto. Non perché non eravamo brave a farlo, ma perché eravamo donne. Ma non ci interessa, siamo determinate e andiamo avanti”. 

Emanuela Gatto e Raffaella Lettieri - SPlastica

Emanuela Gatto e Raffaella Lettieri - SPlastica

La plastica prodotta nel mondo, quando lo smaltimento non viene gestito, finisce in gran parte negli oceani trasportata dai fiumi.

Secondo un recente studio, i fiumi trasportano negli oceani circa 1 milione di tonnellate di plastica all'anno. Ma solo un terzo dei corsi d’acqua presi in considerazione dallo studio ha contribuito a questo tipo di inquinamento.

I dieci fiumi maggiormente coinvolti sono responsabili di circa il 18 per cento della plastica immessa negli oceani (ricerche precedenti stimavano una percentuale più ampia: tra il 56 e il 91 per cento).

Sette dei dieci fiumi che immettono più plastica nell'oceano sono nelle Filippine, due in India e uno In Malesia.

In totale 1.656 fiumi sono responsabili dell’80 per cento della plastica che termina in mare.

Le probabilità che un fiume immetta una maggiore quantità di plastica negli oceani dipendono da vari fattori. Il primo è he il fiume si trovi in un contesto i cui la gestione dei rifiuti è poco efficiente.

Ad influire sulla probabilità che u fiume immetta plastica nel mare è lanche a vicinanza alle città. Il terzo fattore è un alto tasso di precipitazioni lungo il bacino del fiume.

Una scrittrice e un orto da cui iniziare la resistenza ecologica 

 L’esperienza del lockdown e la rottura col passato: Barbara Bernardini nei lunghi mesi di isolamento si è chiusa in sé stessa. Lo racconta come un letargo rigenerante, un momento per rallentare il ritmo cardiaco, smettere di guardare il giardino dalla finestra e uscire all’aria aperta per mettere le mani nella terra. 

 Barbara inizia in quel periodo a organizzare un orto, “un pezzettino di terra, una cosa piccolissima che è diventata il mio rifugio”. Da lì per la scrittrice è iniziata un’attività che ha chiamato resistenza ecologica. “Significa sgomberare il futuro e il nostro tempo da quello che è un sistema produttivo e un modo di vivere che sta occupando le possibilità di vita sulla terra. L’orto è dove ho imparato a riprendermi il tempo, a riprendere un ritmo che è più lento, a ritornare un po’ alla radice delle cose, materialmente la radice delle cose, la radice di quello che mangiamo”.

 Combattere il cambiamento climatico passa anche attraverso piccoli gesti quotidiani come scegliere con maggiore cura ciò che mettiamo sulla nostra tavola. Scegliere prodotti del territorio vuol dire conoscerlo meglio, incoraggiare le realtà contadine che rispettano i cicli e i ritmi della terra. Evitare di acquistare sempre frutta e verdura al supermercato riduce le emissioni di Co2 che provengono da imballaggio, trasporto e vendita al dettaglio. Mangiare prodotti di stagione ci assicura prodotti più sani e sostenibili. 

Tutto ciò ha come comune denominatore il ristabilimento di un contatto, dei legami che avevamo perso a causa della pandemia. “Bisogna rientrare in comunità”, afferma Bernardini, solo aprendoci ai legami possiamo uscire dal nostro piccolo e personale orto per vedere quanto è prezioso il sostegno che possiamo dare a chi già si sta attivando per andare verso un sistema produttivo diverso, che contrasti la crisi ambientale.  

Un’associazione per salvare gli alberi della città 

Ogni tanto, nel finesettimana, in alcuni quartieri di Roma si può notare un gruppo di persone, più un piccolo cane nero e beige di nome Charlie, che si aggirano intorno agli alberi al lato delle strade con guanti, sacchi, palette e cesoie. Avvicinandosi si sente qualcuno che si rivolge agli altri con un sonoro “Daje rega, daje de cura”. 

 L’associazione di cui fanno parte è stata fondata nel 2021 da Lorenzo Cioce, scrittore e autore teatrale, e si chiama Daje de Alberi. Il loro motto? “Condivide et albera, invece di divide et impera! Perché il nostro messaggio è condivisione, fare comunità per salvare gli alberi di Roma. Siamo un’associazione no profit di tutela ambientale che si occupa di riforestazione urbana partecipata sul territorio e coinvolge diverse decine di volontari” racconta il fondatore. 

 Carla, Sergio, Serena, Patrizia, Giovanni sono i nomi di alcuni di coloro che si uniscono alle attività. Nel quotidiano sono impiegate delle poste, attori, operai, pensionate, scrittori, ma quando sono insieme per le strade della Capitale sono solo cittadini che salvano le piante e gli alberi a cui spesso passiamo davanti indifferenti, perché tanto sono di tutti, quindi di nessuno. “Gli alberi sono importantissimi per la qualità della vita in città: catturano gli inquinanti, combattono l’isola di calore urbano, aiutano a mitigare gli effetti del cambiamento climatico e producono ossigeno. E poi migliorano la qualità della vita, questo noi lo sperimentiamo sempre in Daje, nelle nostre attività di gruppo” dice Lorenzo, mentre qualche abitante si avvicina e ringrazia i volontari.

 Le attività che svolge l’associazione sono semplici ma fondamentali: si va dallo smuovere il terreno vicino alle radici degli alberi, al tagliare i rami secchi, fino al semplice innaffiare le piante durante l’estate. 

Come ricorda Carla, tra i primi ad aderire all’iniziativa, “Tutti possono prendersi cura del verde urbano. Dobbiamo essere noi, in quanto cittadini, a prenderci cura dell’ambiente in cui viviamo, che non è solo il proprio ambiente domestico. Dobbiamo uscire e capire che la terra appartiene a tutti e tutti ne siamo responsabili”. 

Barbara Bernardini nel suo orto

Barbara Bernardini nel suo orto

I volontari dell'associazione Daje de Alberi

I volontari dell'associazione Daje de Alberi

I dati
I dati sul riscaldamento climatico sono della Nasa. Le visualizzazioni sono state realizzate con il linguaggio di programmazione R adattando e modificando il codice sviluppato da Pat Schloss.

I dati sull'inquinamento della plastica sono presi da Lourens J. J. Meijer, "More than 1000 rivers account for 80% of global riverine plastic emissions into the ocean", ScienceAdvances. Le visualizzazioni sono state realizzate con il linguaggio di programmazione R.