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Le modelle disabili sfidano i tabù

Spettacolo

Maria Teresa Squillaci

Rebekah Marine, la "modella bionica" con Leslie Irby in passerella nel 2015 - Getty Images

Dalla top model “bionica”, alla Miss in passerella con la protesi alla gamba: la moda non è più il luogo dove si cerca l'assoluta (presunta) perfezione. I  brand se ne stanno accorgendo e lanciano linee pensate per le persone con disabilità

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È di moda rompere barriere e tabù. Come ha fatto Chiara Bordi, che era così sicura di sé e affascinante in passerella da aver superato le selezioni per la finale regionale di Miss Italia anche con la protesi alla gamba che è costretta a portare dopo un incidente stradale. La moda non è più il luogo dove si cerca l'assoluta (presunta) perfezione, è questo il concetto alla base dell’ “l’inclusive fashion”.

Ce lo ha insegnato per prima Danielle Sheypuk che alla Fashion Week di New York 2014ha sfilato per Carrie Hammer in carrozzella, biondissima e con la gonna stampata come un foglio di giornale. Quasi una citazione alla Carrie Bradshaw di Sex and the city. Per lei, disse, era "il risultato di una lunga battaglia personale". Da quel momento in poi si è capito che le passerelle, da Tokyo a Parigi, da Londra a Milano, potevano essere un luogo da cui lanciare un messaggio forte di inclusione. E ora, proprio grazie all’esempio di donne bellissime nella loro diversità, gli stilisti stanno iniziando a lanciare linee di abbigliamento pensate per i disabili.

Madeline Stuart, australiana, a 18 anni nel 2015 è stata la prima a sfilare in pedana con la sindrome di down; Rebekha Marine, conosciuta come la “modella bionica” ha rivoluzionato il concetto stesso di bellezza della moda: nata senza l'avambraccio destro, ha imparato a considerare il suo arto bionico non come un corpo estraneo ma come un accessorio di stile. È salita sulle passerelle di mezzo mondo e ora è stata scelta come nuovo volto della Tommy Hilfiger Adaptive Collection​. C’è poi Leslie Irby, da reginetta di bellezza a modella nonostante sia in sedia a rotelle.

Nel nostro Paese stanno nascendo anche agenzie internazionali di modelli "inclusive" che sfilano, viaggiano e posano per servizi fotografici. Una rivoluzione culturale, ma non solo. Negli Stati Uniti si calcola che ci siano 53 milioni di americani con disabilità mentre in Italia 1 persona su 6 ha una qualche forma di disabilità. Un mercato fino a poco tempo fa letteralmente ignorato, e che ora interessa le griffe.

Tommy Hilfiger è stato il primo grande stilista a firmare una linea di abbigliamento per bimbi con problemi di disabilità e poi ad annunciare, un anno fa, il debutto di Tommy Adaptive capsule collection: oltre 70 capi per uomo e donna super glamour, ma con speciali dettagli strategici (dal velcro alle zip) che li rendono facili da indossare. E ancora, ecco marchi come ABL Denim specializzati in jeans per clienti in carrozzina. O Chaimelotte che si definisce "wheelchair couture" mentre la canadese Alleles ha lanciato l'accessorio trendy per "vestire" le protesi. Tra i primi a raccogliere il messaggio, lo stilista Renato Balestra, con i suoi abiti da sera preziosissimi.