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Coronavirus, Idee per il dopo: Carl Benedikt Frey, Sabina Nawaz e Jeffrey Schnapp

Cronaca

Nella nona puntata del programma di approfondimento condotto dal direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, il tema è stato il lavoro  

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Prosegue su Sky TG24 “Idee per il dopo”, l’approfondimento che prova a comprendere come cambieranno nel profondo la nostra vita e la nostra società dopo la crisi del Covid-19. La nuova puntata è disponibile sul sito SkyTg24.it (IDEE PER IL DOPO, NONA PUNTATA) e On Demand (LA SCORSA PUNTATA - QUI TUTTI I VIDEO DELLE PUNTATE PRECEDENTI).

Immaginare il futuro

Curato e realizzato dal direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, “Idee per il dopo” è una tavola rotonda virtuale per riflettere e immaginare insieme che cosa accadrà al mondo dopo il Coronavirus. Ogni puntata vede la partecipazione di pensatori, filosofi, scienziati, sociologi, antropologi, architetti, economisti, imprenditori, collegati insieme da tutto il mondo in uno studio dalla scenografia spettacolare e immersiva. In ogni appuntamento il programma si concentra su singoli argomenti analizzati in profondità.

Gli ospiti

Il lavoro è il tema della nona puntata. Niente come la crisi del Covid-19 ha accelerato le trasformazioni del mondo del lavoro, lo smart working da fenomeno per pochi è diventato fenomeno di massa. Molti altri cambiamenti ci aspettano e ciò influirà sulle nostre vite, sui mutamenti della società, sulle famiglie e sugli spostamenti. In studio con Giuseppe De Bellis, ci sono: Carl Benedikt Frey, direttore del Future of Work alla Oxford University, Sabina Nawaz, Global CEO Coach e Jeffrey Schnapp, fondatore del MetaLAB dell’Harvard University.

approfondimento

Coronavirus, Idee per il dopo: Andrew Ross Sorkin, Moises Naim e Jill

Giuseppe De Bellis: Niente come la crisi Covid-19 ha accelerato le trasformazioni del mondo del lavoro. Lo smart working da fenomeno per pochi. È diventato fenomeno di massa e molti altri cambiamenti ci aspettano nel futuro. Ciò influirà sulla nostra vita, sulle nostre abitudini, sulle nostre famiglie. Questa sera sono con noi Jeffrey Schnapp, Carl Benedikt Frey, Sabina Nawaz. Schnap, partirei da lei, lavora all'Università di Harvard e ha fatto tantissime cose sui temi del lavoro, del lavoro del futuro negli ultimi anni, le chiedo: che cosa ci portiamo nell'era del post Covid, o della convivenza con il Covid, per quanto riguarda il lavoro.

 

Jeffrey Schnapp: Buonasera, le pandemie sono potentissimi catalizzatori di cambiamento, da quel punto di vista il Covid-19 ha accelerato molte macrotendenze che erano già presenti nel mondo del lavoro che adesso, però, sono emerse come fenomeni veramente importanti. Quello principale è chiaramente il telelavoro, il fatto che noi come società ci siamo mossi tutti verso queste forme di accesso virtuale e non solo alla nostra attività economica e a tanti altri aspetti della nostra cultura e società. Il telelavoro era già presente però il telelavoro avrà una presenza sempre più importante per il futuro dell'economia, naturalmente non invaderà tutti i campi, perché ci sono molti settori che non si prestano al telelavoro. Però in tanti altri settori, il telelavoro sarà una presenza importante.

 

Giuseppe De Bellis: Frey, lei dirige il Future of Work dell'Università di Oxford, ovviamente, i lavori del futuro sono uno dei grandi temi di cui si è parlato già prima dell'era del Covid, ovvero di quali saranno i lavoro delle prossime generazioni. Lei ha scritto che nel 2030 molti dei lavori che faranno i nostri figli non saranno fatti dagli essere umani ma dall'Intelligenza artificiale, questo fenomeno sarà ancora così dopo il Covid o cambia qualcosa?

 

Carl Benedikt Frey: Sì, penso che il Covid-19 abbia accelerato alcune tendenze che erano già presenti da tempo. Una di queste riguarda l'automazione e quello che sappiamo dagli studi fatti in passato è che essa si diffonde a macchia di leopardo. Questo succede spesso in periodi di ristrettezza economica in cui si cerca di tagliare i costi e la manodopera. Se pensiamo alla Grande Recessione, per esempio, si osserva che ha messo che ha messo da parte alcuni lavori che potevano essere fatti da tecnologie automatizzata e che sono scomparsi per sempre. La seconda cosa che è successa, è che durante un periodo di crisi economica i consumatori stanno più attenti alle spese, quindi cercano di trovare occasioni sempre più convenienti. Quando le persone vanno al Mc Donald's invece che in un bel ristorante, significa che stanno contribuendo ad aumentare il livello di automazione dell'economia, perché il cibo che viene prodotto da Mc Donald's è il frutto di una tecnologia automatizzata, quindi scegliendo questo tipo di prodotti stiamo aumentando il livello di automazione nell'economia. E terzo, dover fare ancora più affidamento sui robot a causa del distanziamento fisico e sociale, è diventato necessario per contenere la diffusione del virus, il risultato è che sono i robot negli ospedali a distribuire cibo e medicine e, di conseguenza, vediamo aziende come la Fed-ex investire in servizi di consegna automatizzata e il risultato finale è un'accelerazione nell'adozione delle tecnologie automatizzate nei magazzini che sono stati alcuni dei luoghi più affollati durante questa pandemia. In definitiva, l'automazione sta subendo un'accelerazione a causa del Covid-19, questo però non significa assolutamente che metà dei lavori manuali svanirà nel nulla nel giro di qualche decennio. Gli studi a cui faceva riferimento si limitano a fare delle previsioni a quali impieghi possano virare verso l'automazione. Ma ciò vuol dire che molti lavori dal basso livello di competenza, che sono esposti all'automazione, avranno più probabilità di sparire nei prossimi anni e le possibilità di impiego caleranno per molte persone. Penso che questo si qualcosa di cui bisogna preoccuparsi.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, lei ha lavorati con tantissimi CEO, quelli che dirigono le aziende più importanti del mondo. Oggi, nell'era in cui stiamo vivendo nella difficoltà anche di avere relazioni all'interno delle aziende faccia a faccia, quindi essendo molto concentrati sul lavoro a distanza, quali sono i messaggi che un leader di una azienda deve dare ai suoi dipendenti per far sì che lavorino al meglio.
 

Sabina Nawaz: Prima di tutto grazie per avermi, mi piacerebbe imparare la sua bella lingua, ma per ora parlo in inglese. Ovviamente è un periodo senza precedenti e una cosa di cui vorrei parlare, prima di dire quale messaggio devono mandare, è come devono farlo. La linea guida, al momento, è dare comunicazioni più concentrate ma più frequenti. Molti dei dirigenti con cui lavoro stanno fornendo almeno una comunicazione a settimana stabilendo un ritmo prevedibile. Circondati dall'imprevedibilità, qualunque cosa tu possa fare per creare una stabilità per gli impiegati, all'interno della quale poter lavorare, è decisamente benefica. Anche le aspettative che vengono create sono molto diverse, a esempio: come organizziamo le prestazioni nel mezzo di una pandemia mentre lavoriamo a distanza? È molto importante identificare le cause delle prestazioni scarse, perché potrebbero essere molto diverse da quello che traspare nel lavoro d'ufficio. Il problema è solo che la persona non comunica altrettanto bene? E si risolverebbe tornando ai vecchi metodi del passato? È un problema di prestazioni? O ci sono problemi legati alla famiglia che interferiscono con lo svolgimento del loro lavoro? Questo è il primo aspetto, un altro è prendersi cura dei propri dipendenti e a volte ci imponiamo una falsa dicotomia secondo la quale cura e sfida sono due cose separate e non si possono avere insieme. È importante in questo momento bilanciare queste due cose, esprimere solidarietà, fornire gli spazi adatti, ma allo stesso tempo spronare le persone ad affrontare la situazione, a innovare in modi mai fatti prima d'ora.
 

Giuseppe De Bellis: Schnapp, lei ha parlato prima di telelavoro come grande trend che si è affermato in maniera ancor più forte in questi mesi. Abbiamo assistito però anche a un ritorno dell'analogico, in qualche misura. Alcune professioni sono tornate a essere visibili, molto visibili, pure essendo analogiche. Secondo lei, in qualcuna delle aree del lavoro si può assistere a un ritorno al passato, o no?
 

Jeffrey Schnapp: Io modificherei la formula, non credo che si tratti di ritorno al passato ma di un presente che è stato trasformato e modificato dall'iper presenza dell'online, del virtuale. Per cui il nostro rapporto della località dove abitiamo, dove lavoriamo, lo spazio fisico che costituisce il nostro ambiente è diventato diverso, è stato modificato, proprio dall'ubiquità di questo strumentario in rete. In funzione di questo credo che tutti abbiamo modificato, durante il Covid, però è un fenomeno che si trascinerà oltre, il nostro modo di interagire anche con la realtà più locale che ci circonda a livello del quartiere e del luogo lavorativo. Per cui non c'è un'opposizione tra il virtuale e quel mondo della fisicità, invece credo che si tratti di nuove formule, di connubio tra quelle due realtà e questo vale per, per esempio, il futuro e il presente dell'artigianato. L'artigianato non è sparito nell'epoca digitale però è un altro artigianato, si presenta in un altro modo, usa un altro strumentario e si organizza diversamente, comunica diversamente. Io credo che questo sia un modello importante da prendere in considerazione, non si tratta di un aut-aut, ma invece di nuove formule ibride, che nascono soprattutto in queste circostanze.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, lei prima parlava dell'automazione e degli effetti che avrà su alcune professioni. Secondo lei, l'automazione va frenata in qualche modo o solo regolata, o addirittura non va regolata affatto?
 

Carl Benedikt Frey: Certo che no, l'automazione è una delle chiavi della crescita e della prosperità da oltre 200 anni, da prima della Rivoluzione Industriale che ha portato l'avvento delle macchine. Durante la Rivoluzione Industriale le persone lavoravano nelle fabbriche e nelle miniere di carbone, le condizioni di lavoro erano orribili e le persone percepivano magri stipendi. L'unica cosa che può alzare lo standard di vita a lungo termine è il ricambio tecnologico. Infatti, nel passaggio dalle miniere di carbone, dalle fabbriche dalla condizioni di lavoro pessime, si sono sviluppate di conseguenza possibilità migliori. Ma quello che bisogna tenere presenti è che alcune persone, costrette a perdere il lavoro, faranno fatica ad adattarsi e questa è una cosa che abbiamo visto specialmente durante i tempi morti dell'economia e che negli anni porta a tensione sociale, come le rivolte luddiste in Gran Bretagna, in cui gli operai hanno cercato di distruggere i macchinari, come quelli durante le guerre napoleoniche e l'annesso imbargo continentale in cui gli inglesi hanno sofferto una crisi a causa di un'interruzione del commercio. Una situazione simile per operai si è verificata negli anni Trenta, a causa della Grande Depressione che ha reso più grave perdere il lavoro, perché se si poteva essere sostituiti da una macchina, c'erano meno posti disponibili e questo ha portato il presidente Roosvelt a portare delle restrizioni nell'uso dei macchinari nel Nationl Recovery Act che io ritengo estremamente sbagliato. Allo stesso modo abbiamo visto un ritorno dell'automazione dopo la recessione dovuta alla guerra in Corea. L'abbiamo visto durante la Grande Recessione e credo che vedremo una preoccupazione crescente verso l'automazione in risposta al Covid-19. Penso che la cosa più importante ora sia pensare a lungo termine, capire che senza la tecnologia dell'automazione staremmo tutti molto peggio di come stiamo adesso, ma ci servono delle misure di salvaguardia sociale che aiutino le persone ad adattarsi ed è per questo che ritengo serva, a esempio, un contributo che fornisca un salario minimo, una sorta di cuscinetto per le persone che perdono il lavoro. E diventerà una misura necessaria alla fine di questa crisi e per questo sono convinto che dovremo investire molte più risorse nella riqualificazione, nella conversione e anche nella rilocazione, perché molte delle nuove professioni che vediamo emergere e che nasceranno dopo la crisi, saranno in località molto diverse rispetto ai lavori odierni. Alcuni di quei lavori potranno essere svolti da remoto ma questo non sarà possibile per tutti. C'è una ragione per cui assistiamo all'accelerazioni nell'urbanizzazione nonostante i miglioramenti nella digitalizzazione negli ultimi 20 anni. Dopo il Covid-19 più professioni saranno svolte da remoto, ma tante persone si troveranno a tornare a lavorare nei vecchi uffici e molte resteranno a vivere nelle città, come hanno fatto fino a questo momento.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, come si fa, in un momento in cui in tante aziende, tanta gente non va in ufficio quindi è fuori, a distanza, a creare lo spirito di squadra? Si può fare?
 

Sabina Nawaz: Sì, è possibile. Infatti, stiamo facendo delle scoperte sorprendenti sul lavoro di squadra. Primo: è stato un grande equalizzatore per i team mondiali perché ora, invece di avere il quartiere generale negli Stati Uniti, con persone in Asia o in Europa, o in America Latina, che si collegano a orari sicuramente non ottimali si può superare il problema scegliendo un orario che vada bene a tutte le parti coinvolte perché tutti sono in webcam, quindi nessuno sta perdendo le interazioni con le altre persone. Di conseguenz, allo stesso modo, stiamo osservando idee brillanti e maggiore partecipazione tra persone che si trovano in posti diversi. L'altro problema del lavoro di squadra, in cui voglio entrare più nello specifico, si verifica quando ascoltiamo qualcuno in video, quindi per definizione siamo costretti a parlare a turno, ci sono meno discussioni accese e tutti sono più coinvolti in quella riunione in particolare. Sono rimasta sorpresa durante la prima consulenza, con gli amministratori delegati dopo il Covid, che ho dovuto tenere online. Non sapevamo come sarebbe andata e uno dei commenti che ci hanno fatto alla fine è che è andata meglio di una sessione fuori sede. Sono rimasta senza parole. Quando ho provato ad approfondire la questione, ho scoperto che era dovuto al fatto di parlare a turno, perché dovevamo essere più consapevoli delle strutture, dei processi con cui si lavora di persona prima di iniziare.
 

Giuseppe De Bellis: Ha molta ragione, questo avviene anche in televisione, infatti, in questo programma essere tutti a distanza e tutti nei monitori, consente di ascoltare sempre chi sta parlando ed evitare di sovrapporsi. Schnapp le chiedo, lei è anche esperto di trasporti e siccome che le città stanno cambiando e cambieranno per effetto della convivenza con il virus, come questo influirà nel nostro rapporto con il lavoro, sia per chi lavora da casa e sia per quelli che continueranno ad andare negli uffici.
 

Jeffrey Schnapp: Non c'è dubbio che la pandemia ha modificato le nostre abitudini, soprattutto dal punto di vista della mobilità. Abbiamo visto, per esempio, il crollo dell'uso dei mezzi pubblici, l'esplosione del ciclismo, della micro mobilità e di tutta una serie di altri fenomeni che si allineano con delle tendenze già emergenti. La cosiddetta città dei 15 minuti di cui si parla, per esempio; i superblocks a Barcellona, cioè questa idea, in qualche modo, di disfare, smantellare la città automobilcentrica del '900 e sostituire una visione diversa dove c'è un rapporto magari più intimo fra i luoghi residenziali e i luoghi sociali, culturali e, perché no, del lavoro. Naturalmente ci sono delle incognite, immagino una rinascita dei mezzi pubblici però il grande punto interrogativo rimane il ruolo dell'automobile che è stato il padrone dell'urbanismo novecentesco e che sta raggiungendo il momento dell'eclissi. Cosa avviene dopo? A questo punto possiamo solo rispondere con dei fenomeni emergenti, però sono convinto che la pedonalità e il ciclismo saranno i nuovi protagonisti delle città e delle urbi del XXI secolo. Pian pianino si imporranno e il regno dell'automobile verrà sempre più ristretto, gestito e controllato durante la sua trasformazione verso l'elettrico.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, la digitalizzazione, secondo lei, aumenta il divario tra ricchi e poveri o lo riduce?
 

Carl Benedikt Frey: Dipende da quante persone hanno accesso alla nuova tecnologia e a quanta gente può adattarsi senza problemi al lavoro virtuale a distanza. Abbiamo scoperto, da uno studio recente, che circa l'80% dei lavori nel settore finanziario può essere svolto da remoto, invece nei settori del turismo e della ristorazione, pagati molto meno se messi a confronto, meno del 10% può essere svolto a distanza. Tenendo questo a mente, il Covid-19 non sarà un grande equalizzatore e, anzi, porterà al limite alcune delle disuguaglianze che stiamo vedendo emergere da qualche tempo nel mercato libero ma più persone avranno la capacità di passare a professioni che riguardano servizi di alto livello o per entrare in aziende tecnologiche, per accettare impieghi che usano la tecnologia e sono svolti a distanza, in cui la gente può offrire i suoi prodotti e servizi in un mercato molto più ampio. Questo aumenterà il benessere, incrementerà la crescita economica e andrà a ridurre le disparità. Quindi non è inevitabile che la crisi provochi disuguaglianza, educare la gente, creare nuovi impieghi in questi settori in cui le persone possano inserirsi, potrebbe essere un grande fattore equalizzante nei decenni a venire.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, prima parlavamo dei benefici potenziali dello smart working, provo a provocarla e a chiederle: esistono, però, negli uffici dei riti che sono molto connessi con le interazioni degli esseri umani e a volte portano a idee più brillanti per un business, secondo lei questo fattore umano sarà perduto completamente oppure ci impegneremo a farlo in maniera diversa.

Sabina Nawaz: Lo faremo diversamente, c'è sicuramente una perdita in ogni cambiamento. Come ha detto una volta Ronald Heifetz “No resistiamo al cambiamento ma alla perdita”. Abbiamo perso qualcosa passando allo smart working e perderemo qualcos'altro tornando indietro verso gli uffici, in una sorta di modello ibrido. La perdita di alcune cose fare più male di altre, la prima è la perdita di quelle interazioni che si hanno con i colleghi e non parlo del rituale in sé per sé ma della sua spontaneità. Molti mi dicono che spesso facevano capolino negli uffici dei proprio dirigenti per fare una domanda veloce, ora se sono cose di poco conto li imbarazza chiedere una videoconferenza e questo ostacola il loro lavoro. In uno degli articoli che ho scritto, parlo proprio di questo, di come i dirigenti possano creare un piano di reperibilità, quindi è possibile fare altrimenti. Molti degli amministratori con cui lavoro hanno un orario di ricevimento aperto a tutti i dipendenti, se un problema è risolvibile in 10 minuti chiudono la porta e gli altri attendono nella sala d'aspetto mentre una persona si occupa di quella questione. Questa è una delle perdite. Un altro aspetto è anche la connessione con sé stessi, con la casa e il lavoro che si confondono, soprattutto se dobbiamo prenderci cura di altre persone, non rimane spazio per noi stessi. Noi stiamo perdendo soltanto il tempo in ufficio, stiamo perdendo il tempo liminale, il tempo di transizione tra casa e lavoro e viceversa. Non abbiamo quello che mi piace chiamare spazio bianco per riflettere, per fare un passo indietro e permettere al subconscio di farsi avanti e fornirci le soluzioni. Come lo ricreiamo? Ci sono vari modi ed è su questo che lavoro con i miei clienti.
 

Giuseppe De Bellis: Schnapp, vedevo che stava annuendo e vorrei sapere la sua opinione su questo tema.
 

Jeffrey Schnapp: Prima di tutto condivido pienamente quello che è stato detto dai colleghi, però sulla questione dello smart working credo che ci sia, aldilà delle difficoltà a livello di gestione di questa nuova di situazione del lavoro, una difficoltà architettonica,la chiamerei. Di solito noi siamo smart workers in spazi non previsti, come luoghi di lavoro: si tratta del tavolo della cucina, dello studio a casa e credo che ci sia un processo di definizione che cosa sia un luogo di lavoro che ha questo carattere, dove quelle necessità di una frontiera tra spazio quotidiano personale, privato, di famiglia, e questo spazio che è uno spazio di rappresentanza, di lavoro, sociale, e quella barriera la dobbiamo interpretare da un punto di vista anche architettonico. Quello è un processo che è per il momento solo un'idea, perché non ho ancora visto uno studio concepito proprio come luogo di telelavoro, ed è un'ipotesi che mi interessa quanto qualcuno che lavora nel settore del design.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, molti distretti industriali tradizionali, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, probabilmente cambieranno pelle per effetto dei cambiamenti del mondo lavoro ma anche della crisi economica che è conseguenza della pandemia. Secondo lei, la geografia industriale quanto potrebbe influire sul futuro del lavoro e anche dell'economia.
 

Carl Benedikt Frey: La tecnologia trasforma la geografia economica del lavoro già da un po' di tempo, quello che vediamo è che, per esempio, le vecchie città manufatturiere in Occidente sono in declino, che siano quelle dell'Inghilterra del nord, quelle degli statunitensi o quelle di altre potenze occidentali, in tutte le vecchie città industriale scompaiono i posti di lavoro a causa dell'offshoring e dell'automazione. Viceversa, nelle città specializzate nella produzione di mezzi di sussistenza commerciabili come Neew York City o finanziari come la Silicon Valley, la M.I.T., si sono creati molti più posti di lavoro. Cosa succede quando arriva un nuovo lavoratore in un luogo come la Silicon Valley, questo individuo sostiene l'economia, spende il proprio denaro nei servizi locali, quando fa la spesa, prende un tax, va dal parrucchiere, e via discorrendo, e di conseguenza crea, di media, 5 nuovi posti di lavoro nell'economia dei servizi locali. Questa tendenza contribuisce al raggruppamento dell'attività economica che abbiamo visto prima del Covid-19. Ci si potrebbe chiedere perché la gente deve ammassarsi nelle città in cui il costo della vita è molto alto quando si può lavorare anche da remoto? E penso che molti si porranno esattamente questa domanda, dopo questa crisi, ed è possibile che vedremo alcune persone trasferirsi fuori città e lavorare da casa per risparmiarsi proprio quesi costi altissimi, indispensabili per abitare nei centri urbani in cui si svolge l'attività lavorativa. Ma credo che ci sia una ragione dietro a questo raggruppamento dei posti di lavoro nei centri industriali, e questo vale sempre e ovunque: dalla Firenze rinascimentale alla Birmingham vittoriana, dalla Detroit del XX secolo alla Silicon Valley dell'Apple odierna. La ragione è che si verificano molte innovazioni a causa delle interazioni spontanee continue nelle città. Non è un coincidenza che siano particolarmente raggruppate anche le industrie del sapere, quando si comunica tramite una piattaforma qualcuno deve prendere l'iniziativa di organizzare una videoconferenza o mandare una mail, o altro. Non si ha lo stesso livello di interazione spontanea che è indispensabile per l'innovazione, quindi prevedo che ci sarà qualche cambiamento nella geografia economica dei lavori, perché alcune persone di sposteranno dalle città per risparmiare sui costi della vita ma penso che l'industria del sapere resterà relativamente centralizzata. Non credo sia ancora il momento della morte delle città.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, prima lei stava facendo riferimento al rapporto tra lavoro e vita privata, quindi famiglia, quando si è in smart working, questa continua interazione tra la vita lavorativa e la vita privata. Che effetti può avere sulla produttività di un lavoratore?
 

Sabina Nawaz: Come per altre cose la risposta è che dipende, può andare benissimo o fallire. E secondo me, un modo per avere un esito positivo è riconoscere è che siamo esseri umani, stiamo assistendo a riunioni con bambini che entrano in ufficio o cani che fanno pasticci e bisogna lasciar perdere tutto per rimediare. Alcuni lavorano con i figli più piccoli in braccio. Ora, i miei per fortuna sono già autosufficienti perché sono adolescenti, ma immagini che avrebbe avuto un forte impatto sulla mia produttività se fossero stati più piccoli. Bisogna anche sincronizzarsi bene con il partner quando entrambi hanno una riunione per gestire tutto questo. Credo ci siano molti modi per migliorare la produttività, passiamo del tempo insieme, facciamo pause comuni, nella mia famiglia facciamo micro passeggiate. Uno dei miei figli ha la pausa dalle lezioni dalle 12 alle 12.45, io cerco di non prendere impegni durante quell'ora così possiamo pranzare insieme, fare una passeggiata e tornare al lavoro più freschi. Spesso confrontarci ci aiuta a farci venire in mente nuove idee quindi fare più pause di durata limitata, può migliorare la produttività. Ovviamente ci sono distrazioni e ostacoli che possono mettere alla prova tale produttività. Alle persone con cui lavoro, consiglio di sostituire i rituali lavorativi, ne parlavamo prima, con delle transizioni tra casa e lavoro. Proprio ieri stavo seguendo una cliente che si sente schiacciata. La sua giornata lavorativa comincia presto e finisce in tarda notte, tipico quando si gestisce un team internazionale. Le ho chiesto “Cosa fai appena sveglia”, mi ha detto “Preparo una tazza di the e poi controllo le mail”, “A che ora apri la posta elettronica la mattina”, “intorno alle 6.45”, le ho detto “Ora, hai addestrato i tuoi collaboratori ad aspettarsi una tua risposta alle 6.45 mentre prima non si aspettavano di vederti in ufficio prima delle 8. Quindi perché non controllare il telefono alle 8?”. È difficile perché pensiamo se fosse successo qualcosa, abbiamo un attaccamento, una dipendenza dalle email, quindi abbiamo escogitato un piano in cui suo marito le nasconde il telefono in modo che non lo trovi la mattina e glielo riconsegna alle 8 in punto, quando ha il telefono con sé perché magari sta andando a correre e vuole ascoltare la musica, spegne la connessione dati e il wifi la sera prima, in modo che non arrivino messaggi e in questo modo si salva da sé stessa. Dobbiamo imparare a distaccarci dalle cose che ci catturano e in questo periodo di preoccupazione vogliamo restare ancora più connessi per scoprire che cosa sta succedendo e anche questo riduce la nostra produttività, alcuni dicono “Lavoro di più ma porto a termine di meno”.
 

Giuseppe De Bellis: Molto interessante questo discorso e secondo me poi si intreccia anche con la dipendenza dalla tecnologia che viene incentivata anche dallo smart working. Vorrei chiedere a tutti e tre una riflessione: le generazioni del '900, della fine del '900, dei primi Anni 2000, hanno avuto come mito l'idea di lavorare in qualunque posto del mondo, per cui la mobilità dei lavoratori soprattutto quelli con il più alto grado di istruzione è stata altissima. Secondo voi, parto da Schnapp e poi faccio il giro, in futuro le nuove generazioni sentiranno ancora questo desiderio o questa esperienza li porta a pensare che il lavoro a casa, significa anche stare nel proprio paese, nella propria nazione, nella propria città?
 

Jeffrey Schnapp: Io sono convinto che quel desiderio, soprattutto tra i giovani lavoratori, ci sarà sempre, non lo vedo in calo. Però quello che vedo in calo è un certo modello di mobilità come scelta consumistica e credo che l'industria del turismo, del turismo di massa, potrebbe subire dei cambiamenti notevoli nell'epoca post pandemica.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, secondo lei?
 

Carl Benedikt Frey: Credo che le persone continueranno a esplorare e scoprire posti nuovi, ma penso anche che il turismo soffrirà un bel po' fino a che non avremo un vaccino. Non sappiamo ancora quando succederà, ma anche quando ce l'avremo è quasi sicuro che viaggiare sarà ancora più costoso e forse sarà accessibile a meno persone. Penso che in fin dei conti che la gente sia più consapevole dei cambiamenti climatici e la prossima generazione lo sarà ancora di più. Diminuiranno i viaggi di lavoro in aereo per fare presenza di un quarto d'ora nelle conferenze, ma comunque che le persone avranno ancora interesse a conoscere luoghi diversi e culture lontane nel resto del mondo, sicuramente viaggiare sarà più difficile e anche più costoso per un certo periodo.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, secondo lei?
 

Sabina Nawaz: Sono d'accordo con i miei colleghi, i dirigenti con cui lavoro si sentono sotto pressione quando non possono spostarsi per incontrare di persona soprattutto i clienti più importanti e non vedono l'ora di poterlo fare ma credo che dipenderà dallo stato sociale quante persone potranno spostarsi. I viaggi non saranno più disponibili a tutti e forse aumenteranno le disuguaglianze riguardo a chi ha o meno accesso agli spostamenti. Allo stesso tempo, se facciamo attenzione, possiamo appianare questa disuguaglianza tra chi può e chi non può, semplicemente organizzando più eventi virtuali, le conferenze dovrebbero essere aperte a migliaia di persone. In questi mesi ho visto l'opera a teatro da questa stessa sedia da cui vi sto parlando ora, un'altra volta ho partecipato a un evento a cui persone da ogni parte del mondo potevano intervenire per dire la propria sull'argomento all'ordine del giorno. Possiamo fare entrambe le cose, il divario si supera facendo attenzione a estendere l'accesso nel mondo virtuale.
 

Giuseppe De Bellis: Adesso chiedo a ciascuno di voi di ragionare sulle parole che sono i nostri totem in studio. Al centro c'è lavoro, poi c'è smart working, società, welfare, flessibilità, famiglia e carriera. Allora, dello smart working ne abbiamo già parlato, di famiglia anche. Chiedo a ciascuno di voi e scelgo io per ciascuno di raccontarmi, secondo voi, che ruolo hanno queste parole all'interno del mercato del lavoro del futuro. Parto da Schnapp e le chiedo la parola flessibilità.
 

Jeffrey Schnapp: A mio avviso, la parola flessibilità era già una delle grandi sfide dal punto di vista del lavoro emergente perché tutti i nostri modelli di formazione che abbiamo ereditato dall'Ottocento e poi sviluppato nel Novecento, rimangono poco adatti alla reale necessità, alle reali esigenze di flessibilità che condizionano i settori più innovativi del lavoro presente. Per cui la formazione durante tutta la carriera, cioè i modelli che richiedono processi continui, sostenuti di adattamento, secondo me saranno la nuova norma. Ci eravamo già, il Covid ha accelerato alcuni di questi fenomeni, e la flessibilità vuol dire mantenere quella conoscenza, quella expertise, quella conoscenza di base, conoscenza approfondita di un settore però corrisponde anche alla capacità di muoversi, di spostarsi, di adattarsi, è questo equilibrio che dobbiamo mettere al centro dei nostri modelli di formazione universitario.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, a lei chiedo di parlarmi del welfare.


Carl Benedikt Frey
: Penso che il welfare abbia risposto a questa crisi in modi diversi in ogni Paese. Negli Stati Uniti è stato dimostrato che il legame tra l'assicurazione sanitaria e la professione che si esercita non è un sistema adeguato durante la pandemia. In Svezia, per esempio, dove ci sono degli stabilizzatori automatici

significativi e varie reti di sicurezza, il sistema ha avuto una risposta piuttosto buona, ma se ci pensiamo, una volta usciti dalla crisi, i governi in generale rivestiranno un ruolo maggiore nelle nostre economie, e i sistemi di welfare potranno espandersi di conseguenza. È possibile che il riconoscimento del valore dell'operato della sanità pubblica faccia sì che gli stipendi di quelle professioni cresceranno e di conseguenza migliorerà la salute pubblica. Chiaramente il nostro sistema di welfare risponderà a tutto ciò e il ruolo del governo si espanderà notevolmente.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, a lei ovviamente, visto che fa la coach, le chiedo di parlarmi della carriera.
 

Sabina Nawaz: Le carriere verranno rimodellate come hanno già detto i miei colleghi. Secondo me, ci saranno delle difficoltà a questo proposito: come faccio a rendere visibile il mio lavoro quando io sono invisibile ai miei colleghi o in situazioni ibride in cui alcuni ci sono e altri no. Come funzionerà l'avanzamento di carriera? Credo che ci saranno molte più opportunità proprio perché si ha un maggiore accesso all'apprendimento online. Quando lavoro con i rettori universitari, ognuno di loro si concentra sulla digitalizzazione dell'istruzione, quindi penso che la parte dello studio funzioni benissimo. Ci sono più modi per rendere visibile il proprio lavoro e avere un avanzamento di carriera ma anche per lavorarci insieme a un team virtuale. Nessuno di noi ha meriti o demeriti individuali, è un impegno di gruppo e mi riporta alla bellissima domanda: “Sappiamo fare il lavoro di squadra? Come possiamo farlo in questo mondo virtuale e migliorarlo attraverso i successi nella nostra carriera?”.
 

Giuseppe De Bellis: L'ultima domanda e anche questo è un giro, come in tutte le puntate, chiedo che cosè' per voi, in una frase, il new normal. Comincio con Schnapp.
 

Jeffrey Schnapp: Il new normal per me è questa realtà ibrida dove abbiamo l'opportunità di invetare un nuovo modello di società in qualche modo. Questo paradosso dell'iper connettività, di una migrazione verso la virtualità, però con una intensificazione con un rapporto con il dove siamo, dove viviamo, dove lavoriamo.
 

Giuseppe De Bellis: Frey, che cos'è il new normal per lei?
 

Carl Benedikt Frey: Il new normal sarà molto diverso per le persone a seconda del luogo in cui si trovano. I bambini di oggi probabilmente si incontreranno all'università e altrove fra 10 anni e parlando di questo periodo e avranno avuto esperienze diverse, ci sarà chi ha vissuto nella periferia di Mumbai e chi è andato nelle scuole private di Manhattan, ma credo che in relazione al mondo del lavoro, prima che nell'economie, sì ci saranno dei modelli più ibridi in cui la gente lavorerà più da casa ma non mi aspetto che gli uffici svaniscano completamente e in tempi brevi. Penso che ci siano ancora molte interazioni interpersonali che la tecnologia non può rimpiazzare, penso che siamo animali sociali, ci piace stare con le altre persone e di conseguenza credo che in Occidente vedremo applicato questo modello ibrido soprattutto per quanto riguarda le prestazioni professionali. Altri lavori, che riguardano i servizi o la produzione, non possono essere svolti da remoto quindi per loro si tornerà all'old normal alla fine di questa pandemia.
 

Giuseppe De Bellis: Nawaz, il suo new normal cos'è?
 

Sabina Nawaz: Una parola: integrazione. Integrazione di altri esseri umani in relazione alla tecnologia,al lavoro, alla società, all'etica, ai lavori. Tutto questo sta venendo alla luce e quindi possiamo prenderlo in considerazione e trovare un modo per essere accorti e integrare tutti gli individui. Quando lavoriamo da casa, la nostra umanità riaffiora, come interagiamo, come la catturiamo e imbottigliamo per rendere il posto di lavoro più umano, più consapevole dell'intero essere umano? Come definire cos'è più importante? Che cos'è che dobbiamo fare davvero? E quali attività sono superflue ma le svolgiamo solo per sentirci soddisfatti. Vorrei aggiungere una frase in italiano per concludere. Grazie per l'intervista, è stata una bella chiacchierata.
 

Giuseppe De Bellis: Grazie per la chiacchierata fatta insieme. Ringrazio Jeffrey Schnapp, Carl Benedikt Frey e Sabina Nawaz. Buonasera e alla prossima puntata.