LA VERITÀ E IL DUBBIO

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Le sue ultime parole, Koni Steffen, le ha dette a suo figlio Simon. “Vado a controllare i miei dati” Poi è sparito in un crepaccio e rimarrà là. Ce lo ha detto proprio Simon. Cosa ha cercato per 30 anni fino all’ultimo istante della sua vita Koni Steffen tra i ghiacci della Groenlandia?

I dati. Dati scientifici, dati climatici. Noi li diamo per scontati, dovuti. Invece costano sacrificio, fatica e, a volte, anche la vita.

Meglio evitare di liquidarli frettolosamente. Certo, vanno interpretati e sta a noi capire cosa farne. Certo, la scienza è di per sé fluida e si basa sul superamento di se stessa nel tempo.

Ma questi dati meritano rispetto. E non si può liquidarli definendoli oggetto di controversia, quando la controversia non c’è. Da decenni.

Il riscaldamento globale è in corso.

Inequivocabile è l’aggettivo utilizzato dall’IPCC nel 4° rapporto sul clima 13 anni fa, nel 2007.

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Il lavoro di migliaia di scienziati di tutto il mondo che, come Koni Steffen, hanno lavorato sodo per raccogliere dati è stato riassunto nell’animazione qui sotto, consultabile sul sito della Nasa, in cui si vede l’andamento delle temperature dal 1880 al 2019.

È evidente come il riscaldamento è globale, riguarda tutto il pianeta, ma è irregolare, non è uniforme. Le temperature medie sono aumentate di un grado in poco più di un secolo, ma sono aumentate di più due gradi in Italia e più di tre gradi nell’Artico.

Ciò che viene mostrato è chiaro: c'è una colorazione blu, celeste, che poi diventa tutta rossa. Quel rosso, che arriva ai giorni nostri, siamo noi, le generazioni più recenti. Ok, ci siamo scaldati, ma mettendolo in prospettiva con quello che sappiamo della Terra, si tratta di un’anomalia o ha senso l’obiezione che oscillazioni di questo tipo ci sono sempre state?

In fondo, si sente dire, un grado di aumento non è tanto, certi giorni la temperatura cambia di molti più gradi. 

(Credits: GettyImages)

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In realtà , questo concetto si riferisce al tempo meteorologico. Il clima del pianeta, calcolato sul tempo medio, è un concetto totalmente diverso; per il clima del pianeta, anche variazioni di un decimo di grado sono importanti. Quanto il surriscaldamento attuale è anomalo se confrontato con quanto successo nel passato lo vediamo da questo grafico.

Prima del 1880 non avevamo un numero sufficiente di termometri distribuiti sul pianeta per permettere la stima delle temperature globali, ma gli scienziati sono riusciti a ricostruire le temperature del passato con metodi indiretti. Ad esempio, misurano lo spessore dei tanti anelli nel tronco degli alberi secolari, negli anni più caldi lo spessore è maggiore; o misurano alcuni isotopi nei ghiacci della Groenlandia o dell’Antartide. Vengono prelevate lunghe carote di ghiaccio e poi analizzati nei laboratori. Se guardiamo l’andamento delle temperature negli ultimi duemila anni, il picco attuale è chiaro.

Il grafico viene chiamato Hockey Stick. La mazza da Hockey, perché assomiglia effettivamente a una mazza da Hockey. La parte più corta è la lama della mazza, e la macchia rossa siamo di nuovo noi, la nostra era.

Ecco a cosa è servito il sacrificio di scienziati come Koni, disegnare linee e curve grazie ai dati raccolti.

Linee e curve chiare da capire anche su un altro dato, un’altra volta inequivocabile: alcuni gas nella nostra atmosfera sono aumentati tantissimo negli ultimi 200 anni. La CO2, anidride carbonica o biossido di carbonio, è monitorato ormai in tanti posti nel mondo, ed è aumentato di quasi il 50% dall’inizio della rivoluzione industriale. Anche qui rimane la curiosità sul guardare le ere del nostro pianeta in prospettiva. Ma in realtà la CO2 ha raggiunto livelli che non ci sono mai stati negli scorsi 3 milioni di anni.
Lo dimostra un'altra linea, la cosiddetta curva di Keeling: un grafico inequivocabile. 

Credits: La Presse

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L’aumento della CO2 è dovuto al fatto che dall’inizio della rivoluzione industriale gli esseri umani hanno iniziato a bruciare grandi quantità di combustibili fossili, carbone, petrolio e gas, per produrre energia; l’energia elettrica, oppure energia per scaldare le case o per far muovere le autovetture o gli aerei.

Queste combustioni quindi producono CO2, che viene scaricato come un rifiuto nell’atmosfera, e lì si accumula.

Quindi la società perde tempo - quando tempo non ce ne sarebbe - a discutere se fa più caldo o no, se c’è più CO2 o no. Ma non è di questo che dobbiamo discutere. Soprattutto non dobbiamo discutere del fatto che in queste dinamiche è centrale il ruolo dell’uomo.

In realtà gli scienziati, dai numeri che abbiamo visto, hanno trovato conferma alle loro previsioni. Erano ipotesi già conosciute, pubblicate su articoli scientifici. L’aumento di gas come la CO2, ma anche metano e protossido di azoto aumenta l’effetto serra naturale, e quindi il pianeta si scalda.

Questa è una teoria di fisica dell’atmosfera nata più di un secolo fa, da scienziati come Fourier e Arrhenius, ma anche Callendar e tanti altri. I dati l’hanno confermata e ci hanno poi permesso di comprendere i dettagli, le sfaccettature del bilancio energetico terrestre .

Gli scienziati hanno fatto una verifica: hanno provato a trovare un’alternativa che spiegasse queste alterazioni. La variabilità della potenza del Sole, i raggi cosmici, i vulcani, che possono in alcune zone aumentare il vapore acqueo, ma hanno visto che sono fattori del tutto trascurabili rispetto alla forza della CO2 e di altri gas serra, come il metano. 

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Abbiamo cercato in tutti i modi di dare la colpa ad altre cause, pur di non prendercela.

Ad esempio molti hanno sostenuto che sarebbe la variazione della potenza del Sole a provocare il riscaldamento globale in corso. È una teoria ormai vecchia, che è stata smontata già 20 anni fa; in molti articoli scientifici è stato dimostrato che l’influenza della variabilità solare è irrisoria.

Ormai ogni volta che esce una nuova teoria che confuta la tesi dell’influenza solare, gli scienziati dicono “un altro chiodo sulla bara”: ossia la teoria è morta è sepolta, la stiamo solo seppellendo meglio. 

Ma se questi dati sono così inequivocabili, allora perché abbiamo dubbi? Perché continuiamo a leggere titoli di giornali e riviste che mettono in dubbio non solo che noi c’entriamo con i cambiamenti climatici, ma addirittura ne mettono in dubbio l’esistenza? C’è una interruzione di corrente da qualche parte. Intanto quanti scienziati sono d’accordo con quello che abbiamo detto? Esiste un dubbio?  

Quindi il 97% è un numero da tenere a mente. Chi parla è John Cook - docente e ricercatore del Center for Climate Change Communication della George Mason University, che con la sua organizzazione Skeptical Science studia gli articoli scientifici sottoposti a peer review (cioè messi alla prova di altri scienziati).
E forse, nella comunicazione rispetto al tema del cambiamento climatico, i media hanno qualcosa da farsi perdonare. Per esempio su come è stato rappresentato il dibattito sul surriscaldamento globale: come se fosse una sfida uno contro uno, come se la comunità scientifica fosse spaccata a metà sull’accettazione delle cause del cambiamento climatico. In realtà il rapporto è 97 a 3 a favore della teoria delle cause antropiche.
Nessuno ha rappresentato questo aspetto meglio di John Oliver, autore di un late show statunitense per HBO.

Anthony Leiserowitz dirige la scuola di comunicazione sui cambiamenti climatici a Yale (link), ed è una voce autorevolissima sugli aspetti psicologici legati ai cambiamenti climatici.

C’è un “falso equilibrio”. Un principio che, magari con la buona intenzione di rappresentare diverse vedute del problema, finisce per falsare le proporzioni di queste vedute. 

In realtà, è bene precisarlo, il 97% è un numero ormai obsoleto. Perché oggi si può parlare di un giudizio praticamente unanime della comunità scientifica sul fatto che siano le attività umane a causare il surriscaldamento globale. Fra gli esperti del settore di fatto siamo al 100% di consenso.  

Ma la consapevolezza diffusa è minore perché c’è chi ha interesse a generare dubbi. Il dubbio è uno dei motori del processo scientifico, ma inventare dei dubbi dove non ce ne sono, su questioni ormai chiarite, è una strategia che è stata utilizzata in tanti settori, per contrastare altre politiche ambientali. Questo l’ha spiegato bene Naomi Oreskes, esperta di storia del cambiamento climatico e docente all’Università di Harvard.

Si può dire che il negazionismo climatico è fortemente diminuito negli ultimi anni, anche perché la realtà della crisi climatica è ormai evidente; ma questo rifiuto di accettare l’evidenza scientifica sopravvive su molti siti internet e su alcuni giornali. Di fatto va notato che nessuno propone una tesi alternativa a quella in cui si riconosce la comunità degli scienziati del settore. 

È anche vero che parlare di cambiamenti climatici non è semplice. Abbiamo detto che i media sbagliano, a volte in buona fede, abbiamo detto che c’è chi ha interesse a seminare dubbi, ma a volte c’è anche un problema di esposizione. Il non saper modulare quello che si dice a seconda dell’interlocutore.   

Leiserowitz, che abbiamo già sentito qualche paragrafo più in alto, lo ha spiegato splendidamente in una ricerca passata alla storia svolta nel suo Paese, l’America. Anzi, le Americhe, perché ne ha trovate sei.  

“Six Americas” si intitola la ricerca: sei Americhe del riscaldamento globale.  Sono sei diverse tipologie di persone, di modi in cui si considera il problema del cambiamento climatico; si va da alarmed, l’allarmato, che poi è la percentuale più alta, al dismissive, che possiamo un po’ impropriamente tradurre con negazionista, o comunque quello che non ci crede. Per comunicare in modo efficace con un allarmato non serve parlare della teoria scientifica o di quanto sono gravi gli impatti. È molto più utile parlare delle soluzioni, di cosa si può fare. Anche con il negazionista non serve insistere sui dati e le basi scientifiche del problema, non le ascolterà. Conviene far notare che anche se il problema non esistesse le soluzioni possono avere dei vantaggi, ad esempio minore inquinamento dell’aria o più posti di lavoro; oppure che altri si stanno muovendo e siccome lo scenario sta cambiando loro saranno più competitivi e ci guadagneranno. 

Finora abbiamo detto che la temperatura globale è aumentata, che c’è più CO2, che è colpa nostra, e anche che , tuttavia, mettiamo ancora un po’ in dubbio tutte queste cose. In realtà il genere umano il problema lo ha affrontato. Ha incaricato la scienza di trovare una soluzione e indicare la via.

Un punto fermo l’abbiamo messo, come comunità internazionale, nel 2015, con l’Accordo di Parigi, che è già stato ratificato da 189 Paesi (l’Italia lo ha ratificato quasi all’unanimità).

È un accordo ambizioso, che prevede di limitare l’aumento della temperatura globale “ben sotto i 2°C” rispetto al periodo pre-industriale, e fare uno sforzo per fermarsi a 1,5°C. Un accordo che prevede impegni da parte di tutti gli Stati, impegni da aggiornare ogni 5 anni. Si è discusso a lungo come divedersi in modo equo lo sforzo per contenere il riscaldamento globale. Perché tutti devono fare la loro parte, ma c’è chi da più tempo ha emesso più CO2 nell’atmosfera e quindi deve agire prima e n modo più deciso. Per noi Europei di fatto fare i compiti previsti dall’Accordo di Parigi vuol dire arrivare ad emissioni nette di gas climalteranti pari a zero nel 2050.

Quindi sembra chiaro il contorno del problema. Rimane da capire cosa fare e come farlo. È su questo che è più corretto discutere. Ad oggi siamo poco sopra 1°C, come media globale: ma va ricordato anche che in Italia siamo sopra i 2°C e nell’Artico sopra i 3°C.  

Ci sono tre cose fondamentali da fare per limitare il riscaldamento globale:  

Occorre innanzitutto ridurre le emissioni di CO2: è necessario dimezzarle ogni decennio, per passare da 40 miliardi di tonnellate nel 2020 a 20 nel 2030, 10 nel 2040 e 5 nel 2050. Si tratta dunque di una riduzione del 90% in trent’anni. Di fatto, significa mettere in campo una grande e rapida transizione energetica, rottamare il sistema dei combustibili fossili e sostituirlo con un nuovo sistema basato sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili. 

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Occorre poi azzerare la deforestazione, che oggi vale circa 4 miliardi di tonnellate di CO2. 
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La Carbon Dioxide Removal, la rimozione della COdall’atmosfera. Se vogliamo essere ad emissioni nette zero - poichè non riusciremo, in realtà, ad evitare del tutto le emissioni - dovremo estrarre dall’aria nel 2050 almeno 5 miliardi di tonnellate di CO2, per chiudere il bilancio “in pareggio”. Insomma si tratta di fare delle emissioni negative, togliere CO2 dall’aria perché quella che c’è e ancora più ci sarà nei prossimi anni è troppa, non è compatibile con l’obiettivo che è stato sottoscritto. 

Ma è fattibile tutto questo? Sì, è fattibile, ma non è affatto facile. Richiede un grande sforzo politico, sociale, tecnologico, finanziario.  

Vedremo nel dettaglio le azioni di mitigazione del cambiamento climatico e di adattamento che possiamo mettere in campo, a partire dalla transizione energetica. Intanto vale la pena fermarsi a capire un attimo che il tempo e la convinzione sono due fattori importanti.  

Si può essere convintissimi delle motivazioni con cui facciamo le cose, ma avere approcci diversi. Esempio: nello stesso anno in cui a Parigi si raggiungeva l’accordo sul clima, la giornalista del New Yorker Elizabeth Kolbert vinceva il Pulitzer con un saggio diventato storico: La sesta Estinzione.  

Nella storia della vita sul nostro pianeta ci sono state almeno cinque estinzioni di massa: i “Big Five”, come vengono chiamati. Con l’Antropocene, l’era geologica dell’uomo, un termine coniato dal Nobel Paul Crutzen, il pianeta rischia la sesta estinzione di massa. 

Pur partendo da un’idea simile, di tutt’altra impronta sono le conclusioni di Robert Costanza.

Ecco a cosa è servito il sacrificio di Koni Steffen e di quelli come lui. È servito a darci un orizzonte. Siamo riusciti a prendere decisioni sulla base di quei dati. Ecco il peso di quei dati. 

Inoltre non dobbiamo solo mitigarci ma anche adattarci ad eventi estremi, sempre più frequenti sul nostro pianeta. Anche in Italia. Lo vedremo più avanti.