Francesco De Gregori a Verona, una notte sempre per sempre

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Francesco De Gregori all'Arena di Verona

Francesco De Gregori regala una serata speciale all'Arena di Verona. Ospite Elisa e al suo fianco, oltre all'Orchestra, i Gnu Quartet . Il racconto della serata

(@BassoFabrizio
Inviato a Verona)


Entra il Principe e lo fa da Generale. E’ con “quasi amore” che Francesco De Gregori apre la sua serata con orchestra all’Arena di Verona. E il pubblico lo premia sulla fiducia perché la standing ovation scatta prima che lui ci porti dietro la collina. Dopodiché dalla montagna al lago con Il cuoco di Salò, una canzone che taglia i pensieri per la sua attualità: “In una giornata sbagliata si muore…e qui si fa l’Italia o si muore”. Inutile, a scuola vogliono toglierla, la materia, ma noi cosa saremmo senza La Storia? Facciamo in modo che non si fermi dentro a un portone ma esca fuori ad affrontare il populismo. De Gregori non parla di politica, non ama farlo, come si ritrae come una lumava nel guscio quando gli si chiede un selfie, ma le sue canzoni sono una bussola da seguire. Quel che non dice lo canta. L’intro di Pablo ha un qualcosa epico, sembra di sentire l’incipit della Malora di Beppe Fenoglio e poi quello spago sulla valigia odora di neorealismo. E’ bello vedere l’Arena cantare e abbracciarsi: non è un questione anagrafica urlare che Pablo è vivo perché è una resurrezione delle coscienze collettiva.

Ora spiega il disamore con una canzone in-difesa di noi stessi, solo le sue prime parole e le spende per introdurre Guarda che non sono io: è evocativa l’invocazione che non sono io che non mi somiglio. E se non sono neanche la mia fotografia…finita la canzone vado in analisi ma col sorriso perché so che incontrerò sempre qualcuno in fondo alla strada che mi chiama per nome. A proposito di nome ecco che scende in campo Nino che ha dodici anni e il cuore pieno di paura. La Leva calcistica del ’68 è un viaggio nella vita: e tiralo sto rigore anche se, personalmente, sono più per il portiere che non riesce a parare che per quello che lo lascia passare…mi riporta a una epica che ho incontrato in Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano. E nei nostri Giovanni Arpino e Giovanni Brera: che Eupalla mi perdoni se ho affiancato i loro nomi.

Il guanto, col ritmo tex-mex, si ispira alle litografie di Max Klinger ed è una metafora della vita che racconta di una mano sparita e della nostalgia. Il guanto rischia di annegare ma non lo farà…perché lo tengono a galla occhi che non fanno dormire e dunque il guanto risale la corrente fino alla casa dei sogni. Finale con De Gregori direttore d’orchestra mono-bacchetta (l’altra resta al titolare). Cala una quiete irreale, più forte dell’umidità, quando Sempre per Sempre abbraccia l’Arena. E c’è chi sarà sempre dalla stessa parte e chi invece ci è stato e non ci sarà più. Chitarra a tracolla ed ecco Buffalo Bill che continua a scegliere l’America: qui il lavoro dell’orchestra è un abito da ballo a palazzo. E il sobrio Principe osa un flautato: “Grazie amici”.

Arriva la (forse) sola canzone che Lucio Dalla ha sempre ammesso che avrebbe voluto scrivere lui, è Santa Lucia, una preghiera laica per chi vive all’incrocio dei venti. E alla fine chiede al pubblico di alzarsi e applaudire il compagno di Banana Republic. Il mondo qui a Verona gira senza fretta come in Alice, che non sa tante cose ma tante ce ne ha fatto capire nel tempo, negli anni, nei decenni. Ci sono tante cose che Alice non sa e forse è meglio. Nel ventre dell’Arena Francesco De Gregori custodisce una perla, si chiama Elisa e appare, scalza, per cantare Quelli che restano: la sua voce scalda la notte con i suoi occhi selvatici. E’ di nuovo silenzio quando appare La Donna cannone col suo enorme mistero….sul palco, dietro l’orchestra, oscillano delle luci e l’Arena si accende con miglia di cellulari (e c’è un po’ di nostalgia per la stagione degli accendini). Ritmica alta per Vai in africa Celestino e tutti i suoi pezzi da mettere insieme, un puzzle che racconta l’umanità, le sue sconfitte e le sue vittorie. Ognuno merita il suo destino? Io dico non sempre, ogni Africa del cuore è diversa. Tolstojanamente alludendo. Ora l’orchestra ci aiuta a camminare sui Pezzi di vetro: è bello sentirsi fachiri ma né acrobati né mangiatori di fuoco..e la morale è questa, nel mormorio dell’Adige: “Era acqua corrente tanto tempo fa ma ora si è fermata qua”.

Battiti di mani, accenni di ballo per accompagnare il viaggio di quel signore che riconosci da come è vestito, è L’abbigliamento del fuochista: nella melodia senti l’oceano che gorgoglia, sembra di vedere un capitano barbogio che pensa solo a seguire la rotta. Al fuochista dicono che la nave non può affondare. E lui ci crede. E’ un po’ come nella vita quando non capisci che credi di avere il vento che ti spinge e invece ti travolge. Quando poi torna il sereno e tu vedi le nuvole dietro provi simpatia per chi ora, inconsapevole, crede di andare in crociera e invece rischia l’iceberg che ha dilaniato il Titanic. Alla faccia della luna gigante. Orchestra in piedi, Arena in piedi, Il Principe augura la buona notte e dopo un attimo e riappare con Elisa per donare al pubblico una soave versione di I can’t help falling in love with you. Il viaggio col Principe termina con Buonanotte Fiorellino, aperta con un allungo wanneriano, e Rimmel. E uscendo dall’Arena qualche linea scura sotto gli occhi delle signore la ho vista. Simbolicamente anche negli uomini. Non era in programma, ma ora sarebbe bello andare tutti nella casa di Hilde. E tirare mattina.