Jamil, intervista: “Sono odiato perché sono controcorrente”

Jamil
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Il rapper di Verona è uscito con il nuovo album Most Hated, in cui compare per un featuring J-Ax, e conferma la propria fama di musicista controverso e indipendente.

di Marco Agustoni


Jamil si sente il rapper più odiato in circolazione e lo afferma con orgoglio. Non a caso, il titolo del suo nuovo album, che contiene un featuring di prestigio con J-Ax, oltre che le collaborazioni con Vacca, Laioung e il rapper marocchino Lbenj, è Most Hated, tanto per mettere in chiaro le cose. Ne abbiamo parlato con lui in un’intervista esclusiva.


La realtà che traspare dai tuoi pezzi e dai tuoi video è multiculturale: un po’ il contrario di quanto vogliono molti oggi…
Nella mia etichetta, Baida Army, ci sono otto o nove ragazzi di tante nazionalità diverse - dall’Albania alla Siria, passando per la Guinea Bissau - che peraltro nomino in Di tutti i colori con J-Ax. Per me è la normalità, sono le persone che mi circondano tutti i giorni. Per noi è un punto di forza e fa parte del nostro stile.


Eppure Verona non ha fama di una città accogliente…
È vero, era così, ma le cose sono cambiate, oggi è normale girare per strada e vedere persone da ogni parte del mondo. Per i ragazzi è la norma. E credo che sia anche un po’ merito nostro.


A proposito del featuring con J-Ax, come è nata questa collaborazione?
In un’intervista mi avevano chiesto con chi mi sarebbe piaciuto collaborare e io ho deciso di spararla grossa facendo il suo nome, anche se sapevo che non sarebbe mai successo. E invece lui mi ha risposto subito su Instagram dicendo molto semplicemente: “Quando vuoi si fa”. È stato disponibilissimo e lo ha fatto solo perché gli faceva piacere, anche perché da questo featuring non è che ci guadagnasse qualcosa.


Anche il tuo background è misto: questo ha influenzato il tuo modo di fare musica?

Penso di sì. Mia mamma è persiana e quando ero alle medie un po’ il razzismo l’ho vissuto sulla mia pelle. Poi però le cose sono cambiate in fretta e anzi ora fa figo venire da un contesto multiculturale.

Il titolo Most Hated riecheggia il detto “tanti nemici, tanto onore”?
Anche, mi piace come idea. In ogni caso è venuto da sé, per via delle mie esperienze passate, delle tante faide che ho avuto con altri rapper, del fatto di essere sempre controcorrente e indipendente.


A proposito di indipendenza, come mai hai scelto di fare tutto da te?
Ho deciso di autoprodurre in ogni aspetto il disco proprio per essere indipendente al 100%, per non avere nessuno che mi dice cosa fare. Avevo anche varie proposte di etichette grandi, ma non volevo restrizioni.


Anche i video li giri e monti tu…
Sono fissato con l’autoproduzione, voglio curare la mia immagine e il mio stile in ogni particolare. Per i video mi aiuta il mio socio Francesco Cosenza, ma ho imparato tutto da autodidatta o dai miei amici. Già da piccolo mi giravo e montavo i video da solo, anche perché abbiamo realizzato presto che costava meno comprarsi una videocamera e girare tutti i video che volevamo, piuttosto che pagare ogni volta qualcun altro per girare.


In Most Hated si sente l’influenza della trap: pensi che con la trap si sia già arrivati alla saturazione?
Sì, almeno da un anno. Sono tutti gli stessi personaggi, la stessa musica, gli stessi vestiti. Per questo ho voluto fare un album che fosse al contempo fresco, ma anche personale. E che avesse dei contenuti, anche perché ora sento la responsabilità di rivolgermi ai ragazzi. Non tanto per fare loro la paternale, ma come se i miei fossero i consigli di un fratello maggiore.