Alberto Patrucco racconta Georges Brassens, l'eretico della canzone

Inserire immagine
Alberto Patrucco

Un lavoro controcorrente come la sua vita, sempre nei posti scomodi dell'ironia. Alberto Patrucco ci porta con umiltà nel mondo "macchiato" di Georges Brassens . Il suo album più recente è Segni (e) particolari  ed è un viaggio in italiano nella poetica di Brassens . Lo abbiamo incontrato e intervistato

(@BassoFabrizio)

Gli ultimi e la loro epica sono arrivati in Italia attraverso Piero Ciampi e Fabrizio De André. Ma a loro sono arrivati sulle note e parole di Georges Brassens. In Italia qualcuno ha provato, negli anni, a decodificare il suo mondo, fatto di frasi brevi, parole tronche, sottigliezze lessicali ma i risultati sono sempre stati modesti. Per profanarlo nell'essenza serviva un visionario ed è arrivato. Si chiama Alberto Patrucco ed è una persona di una onestà intellettuale adamantina. Il primo approccio alle tematiche brassensiane è stato con l'album Chi non la pensa come noi nel quale ha coinvolto altre persone. Poi come Fausto Coppi al Tour de France, sui primi tornanti del petrarchesco Monte Ventoso, spingeva sui pedali e staccava tutti, così Patrucco ha cambiato rapporto e ha allungato e (con Andrea Mirò) ha creato quel disco spartiacque che si intitola Segni (e) particolari. Che ha anche una versione teatrale. Lo abbiamo incontrato e intervistato.

Patrucco come ha incontrato Brassens?
E' stato casuale, frutto di circostanze, in occasione di una cena a casa di uno zio che vive nel Quebec.
Che è successo?
Mangiando si ascoltava sempre musica, soprattutto classica. E ogni tanto compariva Brassens, lui aveva un posto d'onore nei nostri convivi.
Colpo di fulmine?
Sono stato rapito senza capirlo. Ho capito che c'era molto sa capire.
Chi era Brassens?
Un personaggio inarrivabile e unico. Un innovatore del binomio musica e parole. negli anni Cinquanta ha rotto tutti gli schemi col passato.
Un antesignano, insomma.
Quella che lui ha fatto forse potevano farlo altri ma nessuno come lui. La sua rottura è stata totale. Ha tutte le corde dell'anima vive, compresa l'ironia.
Cosa lo rende così attuale?
Ha scritto cose non databili. Ha avuto il coraggio di cantare problematiche sessuali femminili con la sua epica. E' un uomo fuori dal tempo.
In una parola?
Un extra terrestre.
La sua consacrazione?
La vivacità e la forza dinamica del testo. E' così complesso, così profondo che molti hanno preso solo le sue parti musicali evitando le parole.
Perché secondo lei?
E' complicato per la semplicità. La mia prima lettura è emotiva, bisogna stare distanti dalla traduzione. I francesi chiudono con l'accento tronco sul finale. Io non ho mai pensato di tradurlo, se ti approcci a lui con disincanto ti tiri indietro.
Lei però ha dalla sua una gavetta importante, che la predispone alle sfide impossibili.
Una volta a Milano ti formavi al Derby, alla Bullona, al Jolly al Refettorio, lì germogliava il teatro canzone.
Quando ha compreso il valore della parola?
A metà degli anni Settanta scribacchiavo, già percepivo che ripetere era disarmante che bisognava individuare nuove strade. Io mi spingo sulla parola quando i più suonavano.
Tutto propedeutico per Brassens.
Dopo averlo affrontato mi sono dato sei mesi di pausa, io dico di jet lag. Poi inizio dai pezzi non tradotti, ci avevano messo mano su alcuni già Luigi Tenco e Fabrizio de Andrè. Gli ultimi e i disagiati di Faber nascono da Brassens, La Canzone di Marinella è la più francese delle canzoni.
Che regole si è dato?
Solo un diktat: non affrontare Brassens alla Brassens, quindi dare voce alla sua musica, aggiungere arrangiamenti senza toccare le melodie. E poi nessuna celebrazioni, ogni brano deve brillare di luce propria.
Soddisfatto?
Molto. Solo mi sarei aspettato un po' più di sensibilità. Credo di avere fatto un lavoro nel massimo rispetto (prodotto da Giovanni Favero ndr).
A teatro che succede?
Canzoni e racconti. Uno spettacolo che cammina bene sulle sue gambe.
Perché Brassens?
La sua qualità di pensiero non è solo affascinante o condivisibile, lui sposta la strategia di pensiero.
Chi è Patrucco il brassensiano?
Un maneggiatore di emozioni.