C’è tempo: l’intervista a Walter Veltroni e Stefano Fresi

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Esce il 7 marzo in tutta Italia, con Vision Distribution, C’è tempo , il primo lavoro di fiction di Walter Veltroni , con protagonista Stefano Fresi . Li abbiamo incontrati. Ecco cosa ci hanno raccontato.

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Incontro Walter Veltroni e Stefano Fresi al termine di una giornata intera di promozione del loro ultimo film, C’è Tempo, in sala grazie a Vision Distribution da giovedì 7 marzo. Sono stanchi e si vede, ma non per questo restii a rispondere alle mie domande su questa pellicola che vede per la prima volta Veltroni cimentarsi con un’opera di “finzione” abbandonando, almeno per adesso, il documentario a lui tanto caro.

Veltroni - C’è tempo è il suo primo film “di finzione”. È stato, per Lei, più complicato rispetto ai suoi precedenti lavori?
Debbo dire, in tutta onestà, che è stato più facile rispetto ai miei precedenti lavori. Un documentario ha nelle sue specifiche un suo vaglio che è di per sé molto più complicato di un film di fiction. Affrontandolo mi sono sentito più libero e creativo.

Fresi - Mi racconta il suo personaggio? E soprattutto come è riuscito a costruirlo?
Stefano, il personaggio che interpreto, è un persona anomala: dice di voler star da solo ma odia la solitudine; il suo lavoro è precario (fa il cacciatore di arcobaleni), non ama i bambini ma si imbatte in Giovanni, un 13enne costretto ad essere più grande a dispetto della sua età. Insomma è un uomo che vive nel suo meraviglioso caos. Tutto il mio contrario. Io non sono stato abbandonato da mio padre come Stefano. Ho un meraviglioso rapporto con i miei genitori. Adoro la mia famiglia. Per costruirlo ho dovuto lavorare molto e sono stato supportato meravigliosamente dal mio amico e regista Walter.

Veltroni - Nel film ci sono riferimenti precisi, personali, al valore di certi film: I 400 colpi di Truffaut, Novecento di Bertolucci, Ettore Scola e Marcello Mastroianni, Jean-Pierre Léaud… Una sorta di fil rouge che sembra volerci dire che il cinema deve necessariamente essere un elemento imprescindibile nella nostra vita. Come spiegherebbe ai più giovani perché è importante andare al cinema e vedere i film nelle sale?
Ho sempre pensato che ci sono luoghi necessari per la nostra vita. Una di queste è la sala cinematografica, pensata in senso strettamente fisico. Un luogo dove pensare, discutere anche animosamente e infine anche emozionarsi. Ci sono film che è quasi impossibile vedere a casa, anche su uno schermo da 50 pollici. Penso, per esempio, al bellissimo Roma di Cuaron o a 2001, Odissea nello spazio di Kubrick. Ecco, tra i tanti intenti di questo mio film c'è quello di voler comunicare che il cinema può convivere con la tv. Sono luoghi diversi ma sempre indispensabili per la crescita dell'individuo.

Fresi -  Nel film Giovanni si chiede se c’è un momento preciso in cui si capisce di non essere più bambini… per Lei qual è stato quel momento?
In realtà non è mai avvenuto. Io sono rimasto un eterno bambino giocoso. Dall'altra parte faccio un mestiere in cui la componente fanciullesca è un elemento fondamentale.

Veltroni - Come vede il cinema tra 10 anni?
Molti lo danno come spacciato ma io sono certo che il cinema, inteso, ripeto, come luogo fisico, conviverà tranquillamente con gli altri strumenti di comunicazione come, per esempio la tv. L’uno non esclude l’altro, anzi, ci sarà un’opera di completamento.

Fresi - Come è stato incontrare, Jean-Pierre Léaud, l’attore bambino dei “400 colpi” di François Truffaut e poi diventato l’emblema della nouvelle vague francese?
Grazie a Walter ho potuto realizzare un sogno della mia vita. Quello di recitare con un mostro sacro del cinema. Di lui mi hanno colpito la gentilezza e la disponibilità. Un grande attore e anche una grande persona.

Veltroni - Come è nata l’idea di questo film?
L'idea era quella di far incontrare due persone totalmente diverse e di farle viaggiare in una macchina, che poi è la vera macchina di Stefano Fresi. I due sono costretti a convivere e iniziano un viaggio, ma è un viaggio a rallentare, e man mano che si scoprono decidono di fare delle pause. Piano piano il viaggio rallenta. Il tema del film è per l’appunto l'incontro, lo scambio, l'incontro con ciò che è diverso da sé. L'arcobaleno è simbolico: è l'incontro di tanti colori diversi che si compongono. Volevo fare una commedia tradizionale nel vero senso della parola e ho pensato ai grandi come Scola, Age e Scarpelli e tutti gli altri che erano coltissimi ma si rivolgevano a un pubblico più ampio possibile. Volevamo avere un linguaggio popolare di commedia.

Veltroni  - Cosa le  piace e cosa non le piace dell’Italia di oggi?
L’Italia è un Paese straordinario con gente normale che si alza ogni mattina, va a lavorare, cura la famiglia, e trova anche il tempo per essere solidale con chi è stato meno fortunato. Invece, in questi ultimi tempi c’è qualcuno che vuol far pensare che le persone sono soltanto intente a insultare e disprezzare l’altro, soprattutto se straniero. Questo non mi piace dell’Italia di oggi, ovvero la narrazione che siamo diventati degli odiatori incalliti e seriali. Volevo che il mio film trasmettesse un senso di fiducia. La cosa più bella che mi ha detto chi lo ha visto è che si esce con un senso di luce, ecco questa per me è la cosa più importante. Un po’ di luce in questo tempo per tanti aspetti così buio.