C’è tempo: l’intervista a Walter Veltroni, regista del film

Arriva in prima tv su Sky Cinema Uno, domenica 13 ottobre alle 21.15, la prima opera di finzione di Walter Veltroni. C'è tempo racconta l’incontro di anime diverse che si accolgono nella loro totale diversità. Interpretato da Stefano Fresi, un giovanissimo Giovanni Fuoco, Simona Molinari, Francesca Zezza e Jean-Pierre Léaud, leggenda del cinema europeo d’autore, il film è un invito al viaggio, da non perdere. 

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C’è tempo: la recensione del film di Walter Veltroni C’è tempo: la fotogallery

Tra una citazione cinefila e l’altra, C’è tempo è un road movie che si fa poesia con leggerezza e lascia un segno nel profondo. Come un arcobaleno riscalda gli animi, e a dispetto del tempo che stiamo vivendo, guarda al futuro con sfacciato ottimismo. Ma perché oggi è così difficile comunicare, perché è così difficile accettare l’altro nel rispetto delle reciproche diversità? Lo abbiamo chiesto al regista, continua a leggere e scopri cosa ci ha raccontato nell’intervista.

Dopo cinque documentari e due serie tv, come nasce l’idea di un film che racconta una storia inventata?
Il confine tra reale e immaginario è molto labile, anche nei documentari c’è una quota di intervento fantastico e anche in questo film c’è una quota di realtà, è che a un certo punto viene voglia di costruire una storia e non di assemblarla, viene voglia di passare dal puzzle all’affresco. Ho preferito raccontare l’incontro di anime diverse che conoscendosi, parlandosi e accogliendosi, cambiano, si accettano reciprocamente, attraverso una storia inventata piuttosto che attraverso un racconto del reale che rischiava di essere didascalico.
E l’ispirazione per il titolo?
Da un lato viene dal senso stesso del film che è anche un film sul tempo, il viaggio che fanno Stefano e Giovanni è stranissimo, di solito si viaggia per arrivare da qualche parte, loro viaggiano per non arrivare e man mano che il viaggio prosegue, rallentano. Hanno voglia di condividere le loro identità. Il titolo è anche una citazione a Ivano Fossati, per me C’è tempo è la canzone più bella della storia della musica italiana.
Tiziano Terzani scriveva che “Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con sé stessi.”: è d’accordo?
Sì, ed è un paradosso perché oggi abbiamo a disposizione degli strumenti che mai l’umanità ha avuto per guadagnare tempo. Le nostre nonne lavavano i panni e i piatti con le loro mani, se si doveva pagare una bolletta bisognava uscire di casa, era tutto più complicato e più faticoso, adesso di tempo ne abbiamo di più, ma lo sprechiamo: questo è uno dei grandi paradossi del presente bulimico e privo di profondità. Bisogna recuperare la bellezza del tempo, del suo uso e della sua parca utilizzazione nel senso che ci vuole tempo per i propri pensieri, le proprie emozioni, le proprie fantasie e invece passiamo ore davanti al cellulare per cose che ventiquattro ore dopo ci appaiono del tutto superflue.
Il personaggio di Giovanni incarna la sua passione per il cinema, ricorda il suo primo film in sala?
Sì, La guerra di Troia, ero in una sala parrocchiale che si chiamava Avila e avevo sei, sette anni; quando ho compiuto gli anni, Peppuccio Tornatore, al quale avevo raccontato questa cosa, fu così carino da farmi avere la locandina di quel film. Ricordo l’emozione persino prima che cominciasse il film, quando si spensero le luci e il chiasso delle persone si tramutò in silenzio. Ricordo l’emozione di cominciare un viaggio con persone più grandi di me, da quell’incanto non mi sono mai più liberato per tutta la vita.
L’incontro e lo scambio con chi è diverso è una ricchezza, perché oggi sembra così difficile accettare la diversità dell’altro?
Perché ci sono momenti della storia in cui si ha paura del futuro e si tende a chiudersi in se stessi, è già successo nella storia umana e di solito sono sempre stati propedeutici a tragedie, talvolta persino a guerre. Nel film ho voluto usare l’arcobaleno come simbolo che racchiude dentro di sé questo discorso, sono tanti colori distinti che componendosi creano la meraviglia. In fondo tutti noi siamo il prodotto di tante contaminazioni, nessuno di noi è puramente qualcosa. I nostri genitori vengono da diversi paesi del mondo e dell’Italia e da paesaggi diversi, ciascuno di noi è per fortuna plurale. E questa ricchezza, culturalmente e politicamente, bisognerebbe cercare di salvaguardarla, anche in tempi così difficili.
La luce e le sfumature calde dei paesaggi sembrano una risposta al buio del nostro presente. Il film vuole essere un messaggio di speranza?
E’ vero, volevo un’illuminazione calda e abbiamo lavorato molto su questa con il direttore della fotografia. La cosa più bella che mi ha detto chi ha visto il film è questa frase: “siamo usciti più sereni” e di questi tempi, è il miglior complimento che potessi ricevere. Penso che questa serenità dipenda anche dalla luminosità delle immagini, non solo dal contenuto.
Le numerose citazioni presenti nel suo film ci ricordano il valore inestimabile del cinema, cosa pensa dei nativi digitali che divorano serie tv sui loro tablet e che con ogni probabilità non conosceranno l’emozione di un film in sala?
Dico che va bene lo stesso, l’importante è che entrino in contatto con universi di immaginazione, fantasia, storie e immagini. Come diceva Bertolucci, le serie sono cinema dilatato. Oggi il cinema è fatto con pochi mezzi e poco tempo per raccontare una storia, le serie al contrario sono fatte con molti mezzi e molto tempo e questo per me le rende una forma di linguaggio cinematografico non di serie b. Dopodiché, mi auguro che i ragazzi abbiano comunque voglia di vivere altre esperienze e devo dire che i numeri di un certo cinema, pensiamo all’uscita di Joker di questi giorni, ce lo confermano. Joker non è The Avengers.
Serie tv preferite?
Ho trovato meravigliosa la terza serie di Stranger Things sia per la scrittura che per il modo in cui è girata, per gli effetti speciali e per la recitazione. Mi è molto piaciuta Chernobyl e attendo con grande ansia The New Pope. Ho molto apprezzato la prima serie di Paolo, ormai c’è un livello di serialità italiana di alto livello.
C’è ancora tempo per questa Italia di rimettersi in sesto?
Assolutamente sì e chiunque abbia un minimo di ruolo o di responsabilità pubblica se rispondesse di no sarebbe un irresponsabile, io lo credo ragionevolmente in fondo, se lei pensa a quale doveva essere lo stato d’animo degli italiani sotto i bombardamenti…Eppure pochi anni dopo l’Italia risorgeva e vent’anni dopo conosceva il momento del suo più grande sviluppo economico. E’ proprio nei momenti più bui che bisogna avere la forza di riprogettare il futuro e avere fiducia che si possa fare.