Gianni Brera e il cinema: Il corpo della ragassa, storia di provincia a tanti Carati

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Renzo Montagnani e Lilli Carati ne Il corpo della Ragassa

Non erano ammesse le donne (tranne in due occasioni l'anno) nei giovedì al Riccione di via Taramelli a Milano ma di certo se ne parlava. Giovanni Brera che oggi avrebbe compiuto 100 anni ci ha fatto un libro che è diventato film sul Corpo della Ragassa

(@BassoFabrizio)

Oggi sarebbe stata una grande festa. A San Zenone al Lambro e in mille altri luoghi, in tutti quei posti dove GioanBreraFuCarlo è passato. E sono tanti. Se ne sta parlando molto in questi giorno dell'Arcimatto Giovanni Brera per la sua carta di identità diceva 8 settembre 1919. Ritengo il suo Coppi e il Diavolo uno dei libri sportivi più belli di sempre. Lo preferisco al suo discettare calcistico. Ma qui siamo a parlare di uno dei suoi romanzi (rari) che è diventato film. E per protagonista aveva la bellissima, e sfortunata, Lilli Carati. Al suo fianco quel guitto della commedia all'italiana che si chiamava Renzo Montagnani. La regia è di Pasquale Festa Campanile. Giovanni Brera scrisse il libro nel 1969, lui così attento ai giochi di numeri e parole avrà di certo colto l'affinità tra la desinenza dell'anno di pubblicazione e il brivido che le sue pagine muovono non proprio nel cuore.

Le storie della Bassa sono lo specchio del nostro paese. Il libro ruota intorno a Pavia, il film intorno a Cremona. Nella prima abbiamo la Bonarda succulenta e odorosa di bosco dei Fratelli Agnes di Rovescala (anche se suppongo che Giuan avrebbe optato per il Barbacarlo di Lino Maga ma non so se sarebbe altrettanto contento che un vino così popolano, da bere nei cocci, sia diventato snob e carissimo) dall'altra il seducente, vellutato Lambrusco Mantovano e quella mostrada cremonese che fa sapido il palato e che, nonostante l'abbinamento possa essere discutibile, io abbineri con i saltarei (gamberetti di fiume) fritti insieme a zucchine tagliate a fiammifero. Oppure con i cappelletti in brodo (torniamo per la forma a Venere...all'eterno femminino, all'ombelico della donna) di dirompente squisitezza del Barolino di Carpi. Ora Giuan direbbe che si può parlare di ragasse. La sua ha cinquant'anni, esattamente il doppio suo, se oggi fosse qui al tavolo con me, con Luigi, Gianni, Omar, Andrea, Franco, Antonio, Dario, Carlo...con quelli che ogni anno, ai primi di luglio, in Valtellina, gli mandiamo un pensiero.

La storia è questa. La conturbante Teresa Aguzzi, detta Tirisìn, ha per padre Pasquale, spalatore di sabbia sugli argini della grande madre Po, nella bassa provincia pavese degli anni Trenta, quando il fiume spumeggiava di pesci e limpidezza e l'Italia intera emargivana i ricordi della Grande Guerra e inconsciamente si preparava al ventennio. Lasciate le campagne per una incursione in città Tirisìn viene notata dal ricco professore Ulderico Quario e seduta stante assunta come cameriera nel suo palazzo. Coadiuvato dalla fedele governante Caterina, il dottore si fa pigmalione per rendere la campagnola Tirisìn raffinata e femminile. Un mecenate dell'anima? Certo che no. La vede come un giocattolo sessuale da sfoggiare al cospetto dei propri amici. L'ingenua Tirisìn si mostra restia al libertinaggio ma la gioia del padre, che grazie al nuovo stipendio, ha edificato un bagno all'interno della loro povera abitazione, e i convincenti consigli di un'esperta maitresse, la convincono a rendersi non solo partecipe ma addirittura ad assumere un ruolo da protagonista per trarre il massimo vantaggio dalla situazione. Storie della Bassa, storie del mondo.