Sundance Film Festival 2019: la nostra top 10

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Si è da poco conclusa l’edizione 2019 del Sundance Film Festival , tenutosi dal 24 gennaio al 3 febbraio nello Utah , come sempre, per la precisione nelle sua location abituali di Park City, Salt Lake City e del Sundance Mountain Resort. Fondata dall’attore Robert Redford  nel 1985 , quest’anno la manifestazione ha visto selezionati 110 lungometraggi da 29 paesi, registrando l’esordio  di 47 registi, di cui 30 in Concorso. Ecco la speciale classifica stilata da Federico Buffa e Mauro Bevacqua sui 10 momenti del Festival

10. Ricorrrenze

Due su tutte, una celebrata da tutto il mondo, l’altra speciale per chi a Park City c’era già 20 anni fa. Con Apollo 11, CNN Films porta sullo schermo immagini in 70 millimetri inedite e sorprendenti, messe per la prima volta a disposizione dalla NASA: si parla, ovviamente, del primo storico allunaggio, pronosticato dalle parole di John Fitzgerald Kennedy ancora nel 1961 e poi portato a compimento otto anni dopo, di cui in questo 2019 ricorre il 50° anniversario. Si vuole celebrare — come ribadito dalle parole di Neil Armstrong — “la voglia di conoscenza e l’attrazione dell’uomo verso l’ignoto” e se la storia non può certo presentare nuovi risvolti, il premio incassato da Apollo 11 per l’editing è la testimonianza del gran lavoro fatto sulle immagini a disposizione. Di tutt’altro tipo, invece, il secondo anniversario festeggiato, di un festival che tradizionalmente ama celebrarsi: nel 1999 usciva nelle sale — trainato da una campagna marketing senza precedenti, per l’uso allora rivoluzionario della rete — un film a bassissimo budget, Blair witch project, quest’anno riproiettato nella sala storica per eccellenza di Park City, l’Egyptian Theatre, per gli amanti del vero spirito indipendente a cui il festival di Robert Redford continua a ispirarsi.

9. Un po’ d’Italia

Accolto trionfalmente sulle colonne del New York Times — che definisce The disappearance of my mother “il ritratto di una donna ribelle” (Benedetta Barzani) e un “documentario memorabile” — ha fatto molto parlare il lavoro firmato da Beniamino Barrese e prodotto da Filippo Macelloni. Barrese altri non è che uno dei quattro figli della prima top model italiana capace di affermarsi nel mondo, scelta giovanissima per la copertina di Vogue USA niente meno che da Diana Vreeland. Lei, Benedettta Barzani — presente a Park City — figlia di Luigi (prestigiosa firma del Corriere della Sera) e di Giannalisa Feltrinelli (vedova di Carlo) e madre di Giangiacomo, passa dal posare per Richard Avedon e Irving Penn e dal frequentare la New York di Andy Warhol e Salvator Dalì a una sempre maggior consapevolezza e conseguente disillusione del ruolo della donna nell’industria della moda, disillusione che la porta a volersi negare sempre più al mondo delle immagini fino a una quasi assoluta scomparsa. Per questo motivo The disappearance of my mother viene definito un “lavoro di distacco”, controverso e affascinante quanto la sua protagonista, personaggio tutt’altro che facile anche nel prestarsi al lavoro documentaristico del figlio. L’Italia al Sundance 2019 è poi rappresentata anche in altri due lavori. Il primo è il bel documentario firmato da Kim Longinotto Shooting the mafia, una co-produzione Irlanda-USA che racconta la figura di Letizia Battaglia, giornalista e artista che con la sua macchina fotografica — e la propria movimentata vita — è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di produzione polacca ma dal titolo italianissimo, Dolce fine giornata, è invece un film che vede nella produzione anche Kasia Smutniak, attrice legata a Domenico Procacci e anche lei presente personalmente nello Utah.

8. Musica, maestri

Sono un classico a Park City i lavori che raccontano e traggono ispirazione dai grandi nomi del mondo musicale. Non fa eccezione l’edizione 2019, che ha in Miles Davis: the birth of the cool il pezzo pregiato dell’offerta, un documentario favoloso che racconta la straordinaria duttilità del celebre jazzista dell’Illinois, capace di adattarsi al passare dei decenni e di puntualmente reinventarsi con stile sempre innovativo e quasi rivoluzionario, fedele al suo credo per cui “la creatività può essere figlia solo del cambiamento”. Anche David Crosby: remember my name, con Cameron Crowe nelle inedite vesti di produttore, vuole celebrare un altro grande nome della musica americana, mentre di tutt’altro tono è il controverso Leaving Neverland, che mettendo al centro della storia le accuse di pedofilia a Michael Jackson tocca un nervo ancora scoperto nella società USA, tanto da generare l’allerta della polizia di Park City in occasione della sua prima proiezione. Visibili poi nella speciale sezione Indie Episodic, anche le prime due puntate di Wu-Tang Clan: of mics and men che fin dal titolo — chiara allusione alla più famosa opera di John Steinbeck, quell’Uomini e topi il cui titolo originale è Of mice and men — vuole dare dignità letteraria alle rime del celebre collettivo hip-hop di Staten Island, raccontato dai diretti protagonisti fin dai loro improbabili inizi.

7. L’onda lunga del me too

Due titoli all’apparenza diversi e distanti — Lorena, evento speciale composto da 4 episodi di un’ora ciascuno, e Untouchable, presentato tra le Documentary Premieres — mantengono al centro del dibattito voluto da Robert Redford e compagni il tema femminile. Lorena è la storia di Lorena Bobbitt e dell’evirazione più famosa di sempre, riletta e analizzata a 25 anni di distanza, anche alla luce della nuova mobilitazione femminile che a Hollywood e dintorni è coincisa con la caduta in disgrazia di Harvey Weinstein, l’intoccabile produttore protagonista del secondo documentario. Un lavoro dovuto ma nel quale la necessità di cavalcare l’attualità del tema finisce per incidere sulla qualità del prodotto finale, da cui mancano tanto le testimonianze più importanti (quelle ad esempio delle attrici più in vista che hanno pubblicamente accusato Weinstein) quanto un grado di riflessione maggiormente articolato.

6. Donne superstar

Restando in tema femminile, se l’edizione 2018 del Sundance Film Festival aveva incoronato l’ultra ottantenne giudice della Corte Suprema USA Ruth Bader Ginsburg, accolta nello Utah come un’autentica rockstar, quest’anno ruolo analogo doveva spettare ad Alexandria Ocasio-Cortez — da un acronimo (RBG) a un altro (AOC) — protagonista principale di Knock down the house e attesa anche lei tra la neve di Park City. La risoluzione dello shutdown USA proprio nel giorno della sua pianificata apparizione al Sundance Film Festival le ha invece impedito la trasferta, ma l’impatto della sua sorprendente vittoria alle primarie per il Congresso è trasmesso in maniera vibrante dalle immagini del bel documentario firmato da Rachel Lears, che si è aggiudicato il premio del pubblico. Nella sezione World Cinema, invece, spicca la storia di Lea Tsemel, da quasi cinquant'anni “avvocato perdente” — la definizione è sua — delle cause di tanti imputati palestinesi chiamati a giudizio nei tribunali israeliani. Advocate racconta quindi il conflitto israelo-palestinese attraverso gli occhi ma soprattutto attraverso lo spirito indomabile di questo avvocato per i diritti umani che ha consacrato la propria vita a una causa non certo facile.

5. The new sensation

Ancora di una donna — per di più nera — il nome della trionfatrice di questo Sundance Film Festival 2019: è infatti Chinonye Chukwu a vincere il premio più prestigioso, quello assegnato dalla giuria al miglior film USA in competizione. Si chiama Clemency il suo straziante viaggio nel mondo di Bernadine Williams (la bravissima Alfre Woodard), da anni responsabile delle esecuzioni nel braccio della morte di un carcere USA. Chukwu non sbaglia niente, non spettacolarizza mai il dolore, colpisce duro con ogni parola e colpisce ancora più forte con ogni silenzio: sia la regia che la sceneggiatura portano la firma di questa ragazza nigeriana cresciuta in Alaska (dove aveva ambientato il suo film d’esordio, nel 2012) capace di confezionare un’opera potente e delicata al tempo stesso.

4. L’importanza dell’informazione

Nel mondo di Robert Redford il giornalismo deve continuare a essere “il cane da guardia del potere” e non certo “il nemico del popolo” invocato da Donald Trump. Si spiega così la selezione dei due bellissimi ritratti dedicati a Mike Wallace e Molly Ivins, i due nomi del giornalismo USA — uno in video, l’altro su carta, il primo famosissimo in tutto il mondo, il secondo quasi sconosciuto — protagonisti rispettivamente di Mike Wallace is here e Raise hell: the life and times of Molly Ivins. Se il primo lega il suo nome al successo di 60 minutes, il programma di informazione trasmesso da CBS che per mezzo secolo ha raccontato e spiegato l’America ai suoi cittadini (meravigliose le immagini dell’intervista che l’ayatollah Khomeini concede soltanto a Wallace nella quale sostanzialmente annuncia al mondo l’eliminazione del leader egiziano Sadat), la seconda è una donna texana per cui vale quello slogan — “larger than life” — spesso associato proprio al suo stato natale. Irriverente e coraggiosa, divertente e sempre coerente, con se stessa e con le sue idee, la Ivins è l’esempio perfetto di quella informazione forte che non si piega a nessun interesse e che nella realtà del Sundance è riflessa anche dalla qualità dei media partner che scelgono di legarsi al festival, dal New York Times al Wall Street Journal, da The Atlantic al Los Angeles Times, eccellenze di un mestiere mai come oggi sotto attacco.

3. Lo sguardo sul mondo

“Essere obiettivi è impossibile”, ammette Petra Costa, un passato da studente di antropologia e qui regista di The Edge of Democracy, che racconta il delicato passaggio del Brasile da Lula e Dilma Rousseff a Jair Bolsonaro. Il suo non è l’unico documentario dal tema molto forte, che rende impossibile restare distaccati e imparziali nella narrazione: non lo fa neppure Nanfu Wang, la cui recente maternità la spinge a tornare nella natìa Cina e riflettere insieme alla propria madre sulla politica del figlio unico in vigore dal 1979 fino al 2013 nel suo Paese. Il suo One child nation si porta a casa il premio forse più significativo di tutto il festival, quello assegnato dalla giuria al miglior documentario made in USA (il lavoro è frutto di una coproduzione Cina-USA). Critiche positive e grande impatto anche per Gaza, documentario di produzione irlandese che denuncia la vita al limite — e forse oltre — dell’impossibile di oltre un milione e mezzo di palestinesi in 360 chilometri quadrati, chiusi al resto del mondo dalle frontiere (blindate) di Isreale ed Egitto e da quella naturale delle acque del Mar Mediterraneo. Tre realtà diverse, tre simili sguardi di denuncia per allargare i confini del dibattito ben fuori dalla realtà statunitense, con temi duri che non fanno sconti: curioso e in parte paradossale allora che i riconoscimenti principali per la categoria World Cinema finiscano invece nelle mani di altri due documentari dai toni diversi, uno che ha per protagoniste api macedoni (Honeyland, premio della giuria) e l’altro balene austriache (Sea of Shadow, premio del pubblico) …

2. L’egemonia dei documentari

Sempre più — da diversi anni a questa parte — il Sundance Film Festival fa della propria sezione documentaristica (tanto domestica che dedicata alle premieres) il proprio fiore all’occhiello. Della cinquina di documentari in lizza per l’Oscar il prossimo 24 febbraio, solo Free solo non proviene da Park City, così come hanno debuttato al Sundance gli ultimi due lavori — Iracus e O.J. Made in America — capaci di aggiudicarsi la iconica statuetta. Negli ultimi 5 anni, degli 80 documentarti shortlisted per il premio Oscar, ben 26 avevano visto la propria prima al Sundance (contro i soli 7 prodotti dal secondo festival più prolifico, quello di Toronto). Molti titoli di quest’anno sono già stati sopra citati, ma altri ancora meritano la segnalazione. The great hack, ad esempio, sul delicato tema della cessione e del trattamento dei dati personali al centro degli equilibri (o squilibri) economici e quindi politici del nostro tempo; Words from a bear, poetico omaggio al lavoro e al pensiero di N. Scott Momaday, primo nativo americano ad aggiudicarsi il premio Pulitzer; oppure ancora American Factory, che racconta l’alleanza-che-diventa-scontro tra cinesi da una parte e americani dall’altra all’interno di un ex fabbrica della General Motors forzata a chiudere i battenti, in un Ohio colpito dalla recessione e alla ricerca di diverse strategie per uscirne.

1. Il dominio della politica

Il consueto check up sullo stato di salute del Paese è offerto quest’anno da alcuni titoli che mettono al centro della narrazione temi e personaggi della politica USA. Su tutti, direttamente o indirettamente, domina Donald Trump: è sua la citazione — Where’s my Roy Cohn — che dà il titolo al bellissimo documentario sullo spregiudicato avvocato — moderno Machiavelli — che risulta centrale tanto nell’ascesa al potere dell’attuale presidente così come nella difesa del Senatore Joseph McCarthy negli anni del più acceso anticomunismo. Cohn — come McCarthy omosessuale mai dichiarato (finirà per morire di AIDS nel 1986) — è l’avvocato senza scrupoli (e senza morale, suggerisce il regista Matt Tyrnauer) che non esita a difendere le grandi famiglie mafiosi newyorchesi e che ha un ruolo centrale anche nella costruzione — con l’impiego di manodopera illegale proveniente dalla Polonia — delle Trump Towers, tra i primi ambiziosissimi progetti del giovane imprenditore newyorchese oggi alla Casa Bianca. Il giorno della prima di Where’s my Roy Cohn coincide beffardamente con quello dell’arresto di Roger Stone, altro consulente e stratega molto in vista dell’amministrazione Trump al pari dell’esiliato Steve Bannon, protagonista assoluto di The Brink. Brillante intellettuale di Princeton, è sua l’idea di un movimento sovranista transnazionale che vuole affermare il proprio dominio sul Vecchio Continente — dominio delineato in una 4 giorni veneziana a inizio settembre punto focale anche del film nella quale Bannon riceve nella sua suite sul Canal Grande i vari leader europei con cui sceglie di dialogare, Giorgia Meloni inclusa. Si torna indietro di qualche anno — al 2016, e al McCain-Feinstein Report contro l’utilizzo della tortura come tecnica di interrogazione — nel bellissimo The Report, che esalta una volta di più la bravura di Adam Driver, qui impegnato a battersi quasi in solitaria contro le orrende tecniche — dal waterboarding alla deprivazione del sonno — adottate dal governo USA sull’onda lunga dell’11 settembre 2001. Il giorno in cui la più grande e potente democrazia occidentale ha deciso di accettare un trade off tra libertà e sicurezza le cui conseguenze hanno influenzato e continuano a influenzare tanto la propria politica interna che quella estera.