Il viaggio di Arlo, recensione: una meraviglia per gli occhi

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Il viaggio di Arlo © Disney/Pixar

Esce nelle sale il 24 novembre Il viaggio di Arlo, la nuova avventura della Pixar che racconta dell'amicizia tra un dinosauro pauroso e un piccolo primitivo. Una storia semplice ma avvincente, che delizia soprattutto la vista grazie alle spettacolari ambientazioni.

di Marco Agustoni

 

Si dice che sia Natale solo una volta l'anno. Eppure, questo 2015 ci delizia con ben due uscite cinematografiche della Pixar, tra l'altro a solo un paio di mesi di distanza. Dopo Inside Out, arriva infatti nelle sale mercoledì 25 novembre Il viaggio di Arlo, film d'animazione diretto da Peter Sohn, che nel 2013 ha rimpiazzato il collega Bob Peterson alla regia. Di seguito la recensione.

 

Laddove la vicenda narrata in Inside Out era rivolta a un pubblico di ragazzini, più che di bambini, la storia de Il viaggio di Arlo è molto semplice, quasi basilare a dire il vero, ma non per questo poco avvincente. In un mondo alternativo in cui il famoso asteroide ha solo sfiorato la Terra e i dinosauri non si sono estinti, questi esistono in contemporanea ai primi uomini delle caverne. Solo che i primi parlano e si dedicano all'agricoltura, mentre i secondi si limitano a grugnire e a vivere come... delle bestie.

 

Arlo, il piccolo apatosauro protagonista del film, vive assieme a mamma, papà e due fratelli in una ridente fattoria, ma ha un piccolo grande problema: è un vero fifone. Per cercare di fargli vincere le sue paure, il padre lo incarica di liberarsi di un fastidioso parassita che ruba le pannocchie, ovvero un ragazzino selvaggio che più avanti scopriremo chiamarsi Spot. Arlo però ha compassione e invece di ucciderlo lo libera: da qui, dopo una serie di tragiche vicissitudini e appassionanti avventure, si instaura un legame tra i due, che dovranno unire le forze per ritrovare la strada di casa.

 

Come detto, la narrazione de Il viaggio di Arlo scorre in maniera lineare, come un fiume, dall'inizio alla fine, regalando momenti di commozione e divertimento, senza però troppe sorprese. Ma va bene così, perché in questo modo non ci si distrae troppo dal vero punto di forza del film, che si rivela una vera e propria gioia per gli occhi.

 

La Pixar ci ha ovviamente già abituati a picchi tecnici altissimi, ma gli scenari preistorici de Il viaggio di Arlo sono di una verosimiglianza straordinaria, tanto che verrebbe voglia di perdercisi in carrellate infinite, tra canyon e boschi, fiumi in piena e praterie. E il character design lascia a tratti di stucco, con esseri ed esserini che sembrano usciti direttamente da un bestiario fantastico

 

Ciò che più stupisce, però, è il modo in cui il team al lavoro sul film sia riuscito a far convivere personaggi fumettosi come Arlo con ambientazioni realistiche, senza che i diversi stili cozzassero tra loro. Pur con una storia tradizionale, la Pixar è quindi riuscita ancora una volta a sperimentare e spingere l'asticella un po' più in là nell'ambito del cinema d'animazione. 

 

di Marco Agustoni

 

Si dice che sia Natale solo una volta l'anno. Eppure, questo 2015 ci delizia con ben due uscite cinematografiche della Pixar, tra l'altro a solo un paio di mesi di distanza. Dopo Inside Out, arriva infatti nelle sale mercoledì 25 novembre Il viaggio di Arlo, film d'animazione diretto da Peter Sohn, che nel 2013 ha rimpiazzato il collega Bob Peterson alla regia. Di seguito la recensione.

 

Laddove la vicenda narrata in Inside Out era rivolta a un pubblico di ragazzini, più che di bambini, la storia de Il viaggio di Arlo è molto semplice, quasi basilare a dire il vero, ma non per questo poco avvincente. In un mondo alternativo in cui il famoso asteroide ha solo sfiorato la Terra e i dinosauri non si sono estinti, questi esistono in contemporanea ai primi uomini delle caverne. Solo che i primi parlano e si dedicano all'agricoltura, mentre i secondi si limitano a grugnire e a vivere come... delle bestie.

 

Arlo, il piccolo apatosauro protagonista del film, vive assieme a mamma, papà e due fratelli in una ridente fattoria, ma ha un piccolo grande problema: è un vero fifone. Per cercare di fargli vincere le sue paure, il padre lo incarica di liberarsi di un fastidioso parassita che ruba le pannocchie, ovvero un ragazzino selvaggio che più avanti scopriremo chiamarsi Spot. Arlo però ha compassione e invece di ucciderlo lo libera: da qui, dopo una serie di tragiche vicissitudini e appassionanti avventure, si instaura un legame tra i due, che dovranno unire le forze per ritrovare la strada di casa.

 

Come detto, la narrazione de Il viaggio di Arlo scorre in maniera lineare, come un fiume, dall'inizio alla fine, regalando momenti di commozione e divertimento, senza però troppe sorprese. Ma va bene così, perché in questo modo non ci si distrae troppo dal vero punto di forza del film, che si rivela una vera e propria gioia per gli occhi.

 

La Pixar ci ha ovviamente già abituati a picchi tecnici altissimi, ma gli scenari preistorici de Il viaggio di Arlo sono di una verosimiglianza straordinaria, tanto che verrebbe voglia di perdercisi in carrellate infinite, tra canyon e boschi, fiumi in piena e praterie. E il character design lascia a tratti di stucco, con esseri ed esserini che sembrano usciti direttamente da un bestiario fantastico

 

Ciò che più stupisce, però, è il modo in cui il team al lavoro sul film sia riuscito a far convivere personaggi fumettosi come Arlo con ambientazioni realistiche, senza che i diversi stili cozzassero tra loro. Pur con una storia tradizionale, la Pixar è quindi riuscita ancora una volta a sperimentare e spingere l'asticella un po' più in là nell'ambito del cinema d'animazione.