Amici a quattro bulloni: adotta un robot

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Massimo Sirelli nel suo laboratorio d'assemblaggio circondato dalle sue creature robotiche. Foto di Davide Bonaiti www.davidebonaiti.com

È la prima Casa Adozioni di Robot da compagnia al mondo, un progetto di solidarietà robotica inaugurato dall’artista Massimo Sirelli che, assemblando pezzi industriali e rifiuti consumistici, dà vita a creature dal cuore metallico che batte forte per le loro nuove famiglie d’adozione. Una storia in parte simile a quella del protagonista di Big Hero 6, in prima visione su Sky Cinema lunedì 21 settembre alle ore 21.10

di Camilla Sernagiotto

Il termine “robot” deriva dalla parola ceca “robota” che significa lavoro pesante, a propria volta derivata dall'antico slavo ecclesiastico “rabota”, ossia servitù.
E in effetti il Robot nasce nell’immaginario comune come schiavo dell’uomo, suo sostituto il cui scopo precipuo è quello di sollevare il padrone da quelle mansioni che lui può compiere meccanicamente.
Quest’immagine è lontana anni luce da quella che ha Massimo Sirelli dei robot.
Giovane artista poliedrico molto attivo nel panorama della street art, il suo nome è quello che si cela dietro al progetto AdottaunRobot.com, alias la prima Casa Adozioni di Robot da compagnia al mondo.
È Massimo stesso il Geppetto 2.0 che ogni giorno assembla con amore quelli che definisce i suoi “piccolini”, ossia i Pinocchi robotici orfani del progresso industriale e del consumismo sfrenato.

Da una scatola di tonno all’olio d’oliva nasce Tonino, da quella vintage di malto Kneipp spunta la testolina (un manometro, anch’esso recuperato tra i rifiuti industriali) di Sasà O’ Saraceno così come un barattolo di zafferano Leprotto diventa materia malleabile con cui plasmare Amilcare.
Per lo scultore di queste creature la materia non è solo ferraglia, anzi: Sirelli con questo innovativo progetto ha varato una forma di creatività consapevole che mette in primo piano l'aspetto emozionale della materia.
I suoi figliocci meccanici non possono essere acquistati da chiunque ma andranno solo al genitore adottivo considerato migliore dopo un’attenta analisi. È necessario inviare una prenotazione di adozione, spiegando il perché si vuole adottare il Robottino scelto.
Alla base non c’è dunque solo un fattore economico, ma anche e soprattutto un fattore di cuore. Un po’ come gli allevatori canini (quelli seri e rispettabili, s’intende) che vogliono conoscere le potenziali famiglie interessate ad adottare uno dei loro cuccioli.

Di Massimo Sirelli sono lampanti molti aspetti, dalla spiccata vena artistica alla solarità di un sorriso sempre gioioso fino ad arrivare a una creatività fuori dagli schemi, tuttavia il quid che lo differenzia da tutti i suoi colleghi e che tanto ci affascina è questo: il suo innato istinto paterno.
L’affetto che nutre nei confronti dei suoi Robottini lo accomuna al giovane inventore protagonista di Big Hero 6, in onda su Sky Cinema lunedì 21 settembre alle ore 21.10.
Proprio in occasione della prima visione dell’attesissimo film d’animazione, abbiamo incontrato Massimo Sirelli per chiedergli di parlarci della sua grande famiglia.

Da cosa nasce il tuo amore per i robot?
I Robot da sempre fanno parte del mio immaginario. Da bambino li vedevo nei cartoni animati e li trovavo sotto l’albero di Natale. Il Robot per me è sempre stato un amico fedele. Ovviamente sono anche un appassionato del bello e delle rarità del passato con una spiccata attrazione per le storie delle persone….  ho messo tutto insieme e sono nati i miei "Piccolini”.

Parlaci del tuo progetto “Adotta un Robot”. Un progetto di adozioni davvero speciali, come cita il claim.
Quando ho creato la prima serie dei miei Robot ero consapevole dell’operato artistico che stavo realizzando, ma allo stesso tempo non riuscivo a pensare di trattare queste opere come tali. Il legame instaurato con gli oggetti con cui li avevo realizzati era così intimo che sarebbe stato una violenza venderli a chiunque, mi sarei sentito davvero un venditore di organi.
Questi Robot raccontano la storia della mia vita e delle persone che incontro e l’idea di affidarli e venderli solo a chi dimostra davvero di amarli e conservarli con cura mi sembrava la cosa più giusta e rispettosa per questi “pezzi di vita”.

Il design del riuso ti sta a cuore tanto quanto il cuoricino metallico dei tuoi figli robotici. La tua vena artistica ecocompatibile è ammirevole. Raccontaci come sei arrivato a una presa di coscienza ultragreen.
Tutto quello che faccio credo sia frutto di un percorso di maturazione. Vengo da un posto dove per abitudine si gettano le cose dai finestrini delle auto, oppure si abbandonano i rifiuti a cumuli nelle strade secondarie… tutto ciò credo mi abbia fortemente influenzato, perché io sin da bambino non capivo perché le persone facessero così. Quindi ho solo cercato di dare un messaggio forte di consapevolezza green.

Ti ricordi qual è stato il primo robot al quale hai dato i natali?
Si!!! Era un piccolo Robottino fatto solo di viti e bulloni di ottone… si chiamava RobotGino, dedicato al mio migliore amico che si chiama Claudio… ma io lo chiamo Gino!

Sei una specie di Geppetto 2.0 che plasma Pinocchi robotici. Ma a differenza di Geppetto, tu poi riesci a separartene. Ci racconti un momento particolarmente emozionante in cui hai dato in adozione una tua creatura?
Ogni adozione è un’emozione diversa e sempre forte. Certo che quando i genitori adottivi vengono di persona a ritirare il loro “piccoletto” e vedo le loro facce felici ed emozionate che tengono in mano il Robot come fosse vivo… vi assicuro che è un’emozione incredibile!

Quale robot dell’immaginario cinematografico ami di più?
Sarò breve e coinciso: L'UOMO DI LATTA de IL MAGO DI OZ (1939). E non discutiamo ulteriormente :D È il riassunto dei miei Robot: metallo e cuore.

Hai visto il film Big Hero 6? Cosa ti accomuna al giovane protagonista che costruisce robot? In cosa, invece, differite maggiormente?
Mi vergogno a dirlo… ma non l’ho visto! Quindi credo che sarò seduto sul divano attendendo la vostra proiezione.

Il termine “robot” deriva dalla parola ceca “robota” che significa lavoro pesante, a propria volta derivata dall'antico slavo ecclesiastico “rabota”, ossia servitù. Un brutto significato se si pensa che invece i tuoi robot sono considerati “amici a quattro bulloni”, da compagnia. Se potessi ribattezzarli con un nuovo termine, quale sceglieresti?
Sì… è vero… in effetti i miei Robottini non fanno nessun lavoro, però fanno una cosa speciale: fanno sognare. Ti assicuro che guardarli di persona ti fa pensare che siano vivi, e ti confesso un segreto… loro sono vivi per davvero. Solo che giocano a far le statuine ed essendo molto competitivi nessuno vuole perdere. Credo che prima o poi qualcuno si stancherà e gli verrà da ridere così saranno costretti a muoversi e parlare.