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Scoperto il gene che rende l’uomo un vero ‘maratoneta’

1' di lettura

Uno studio dell’Università di San Diego ha mostrato cambiamenti nello scheletro degli uomini che li hanno resi più adatti a correre sulla lunga distanza

Anche se non a tutti piace allenarsi, l’abilità di correre su lunghe distanze è presente nei geni di ogni singolo essere umano. Uno studio condotto su dei topi ha individuato un segmento di Dna che potrebbe aver trasformato gli antenati dell’uomo in dei maratoneti dotati di una resistenza tale da evitare i predatori, conquistare vari territori e, infine, diventare la specie dominante sul pianeta.
“Si tratta di una prova piuttosto convincente”, commenta Daniel Lieberman, un biologo dell’evoluzione presso l’Università di Harvard. “È un passo in più verso la comprensione di cosa abbia reso gli umani la specie dominante della Terra”.
Lieberman e altri studiosi hanno identificato dei cambiamenti nello scheletro degli uomini che li hanno resi sempre più propensi a correre sulla lunga distanza, tra cui delle gambe di lunghezza maggiore. Alcuni ricercatori hanno inoltre suggerito che la perdita del pelo e l’espansione delle ghiandole sudoripare possano aver aiutato i corridori a soffrire meno il caldo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of the Royal Society B.

Un vantaggio evolutivo

Nonostante tutte queste scoperte, gli scienziati non sanno ancora molto dei cambiamenti cellulari che hanno reso l’uomo più resistente. È quel che sostiene Herman Pontzer, un antropologo dell’Università Duke di Durham, nella Carolina del Nord.
Circa 20 anni fa, Ajit Varki, medico e scienziato presso l’Università della California di San Diego, scoprì insieme con alcuni colleghi una delle prime differenze genetiche tra gli esseri umani e gli scimpanzé: un gene chiamato CMP-Neu5Ac Hydroxylase (CMAH), in grado di codificare l’acido sialico. Tuttavia, negli uomini CMAH ha perso la propria funzione nel corso del tempo e questo cambiamento potrebbe aver causato importanti mutamenti nell’organismo.

Gli effetti sui topi

Nel nuovo studio condotto sui topi, il team del dottor Varki ha provato a stabilire l’eventuale impatto di CMAH sui muscoli e sulla capacità di correre. Uno dei partecipanti all’esperimento ha posto due cavie, una normale e una con una versione inattiva di CMAH, su dei piccoli tapis roulant. Il team ha analizzato i muscoli delle zampe dei roditori prima e dopo varie corse su differenti distanze. Hanno così scoperto che i topi con una versione di CMAH simile a quella degli esseri umani corrono più veloci del 12% degli altri e coprono una distanza maggiore del 20%. Inoltre, i loro muscoli rimangono contratti più a lungo e utilizzano l’ossigeno in modo più efficiente.
Sembra dunque che la versione di CMAH che ha perso la propria funzione renda effettivamente l’organismo più adatto alla corsa su lunga distanza, anche se i ricercatori non sono ancora in grado di spiegare perché ciò avvenga. 

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