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Sessismo in politica, perché il sottosegretario Spadafora ha ragione solo a metà

I titoli di Sky Tg24 delle 13 del 10/07

5' di lettura

Il titolare alle Pari opportunità ha criticato Salvini per aver aperto “la scia dell'odio maschilista” contro Carola Rackete. Ma ha dimenticato che uscite di questo tipo, da anni, sono trasversali. E hanno riguardato anche il Movimento in cui lui stesso milita

Letta così, la domanda non può che suonare retorica. “Come facciamo a contrastare la violenza sulle donne, se gli insulti alle donne arrivano proprio dalla politica, anzi dai suoi esponenti più importanti?”. E in effetti la frase del sottosegretario alle Pari Opportunità del Movimento 5 stelle Vincenzo Spadafora non rischia di essere smentita. Se non fosse che ha un vizio d’origine: non è un’accorata autocritica, ma è pronunciata per biasimare un collega di governo (Matteo Salvini), colpevole con le sue frasi di “aver aperto la scia dell'odio maschilista” contro la capitana Carola Rackete.

Se c’è una cosa certa, però, è che l’insulto maschilista negli oltre settant’anni della nostra storia repubblicana è stato trasversale. Ha riguardato presidenti della Repubblica e padri costituenti, ha coinvolto democristiani e comunisti, è arrivato fino ai nostri giorni coi leghisti, ma ha anche interessato diversi esponenti del Movimento 5 stelle.

Gli insulti pentastellati

Se si resta ai soli fedelissimi di Grillo, il campionario è già piuttosto ampio. L'episodio più clamoroso risale al gennaio di cinque anni fa. Nella Commissione Giustizia della Camera si discute sui diritti dei detenuti e sul sovraffollamento carcerario. La tensione è alle stelle, gli onorevoli di Grillo tentano di occupare la commissione, volano offese da una parte e dall’altra, fino a quando – racconta la dem Michela Marzano – il deputato Massimo De Rosa, rivolgendosi alle colleghe dice: “Voi siete qui solo perché siete brave a fare p…..”. Nelle reazioni, rabbia e indignazione la fanno da padrone, De Rosa si scusa, smentisce parzialmente. Ma c’è anche chi preferisce l’arma dell’ironia. “Alle primarie – ribatte la parlamentare Giuditta Pini – ho preso 7.100 preferenze. Mi fa ancora male la mascella”.

Gli attacchi a Laura Boldrini

Il precedente è solo uno nell’infinita serie di attacchi e offese alle donne che arrivano anche da quelle latitudini politiche. Si potrebbero citare gli attacchi all’allora presidente della Camera Laura Boldrini (“oggetto di arredamento del potere”, il credit è di Beppe Grillo), oppure ricordare la citazione, sempre di Grillo, sul “punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk” per criticare, nel 2012, la partecipazione (allora vietatissima) da parte della consigliera comunale di Bologna Federica Salsi a un dibattito televisivo.

Le offese dei costituenti

I pentastellati, ovviamente, non sono soli. Le cronache degli ultimi anni sono piene di uscite leghiste sul tema. Indimenticabile il “la Lega ce l’ha durooo! Durooo! Anzi, ce l’ha duro nell’anima” urlato negli anni Novanta a più riprese da Umberto Bossi, prima di rivolgersi allarmato alle elettrici: “Non vorrei che adesso da noi si iscrivessero tutte le signore italiane”.

Ciò che forse si sa meno è che i parlamentari sono in ottima compagnia sin dagli esordi repubblicani. Basta dare un occhio alle cronache e ai resoconti parlamentari della Costituente per scoprire, per esempio, che nel gennaio del 1947, un deputato dell’Uomo qualunque, avvicinandosi a una delle 21 costituenti elette, la comunista Teresa Noce, sente l’esigenza di dirle: “Teré, sei bella come un fiore”. “Come un fiore di Rafflesia”, aggiungono altri, prima di spiegare che la “Rafflesia di Sumatra è un fiore strano scoperto nel 1876, pesa 7 kg, ha il diametro di un metro e mezzo e puzza di carne putrefatta”.

Nilde Iotti e le critiche nel Pci

Sono invece noti gli insulti a un’altra delle madri costituenti, Nilde Iotti, colpevole di aver una relazione con il segretario del Pci Pamiro Togliatti. Non conta il suo lavoro in Assemblea né il suo passato da partigiana. È “l’amante ”del capo, punto e basta. “Alla direzione del partito si evita persino di nominarla”, ricorderà anni dopo Teresa Noce, mentre l’ala di destra del partito si dice disponibile a riconoscere la legittimità della relazione purché lei si ritiri dalla vita politica.  Una diffidenza che sfocia in veri e propri paradossi: nel 1956 Iotti è inserita nella lista per il Comitato centrale del Pci, ma molti delegati scelgono di cancellare il suo nome dall’elenco su cui sono chiamati a esprimersi. Intanto l’ombra del segretario segue Iotti ovunque. “Glielo avrà scritto lui”, commentano diversi deputati ogni volta che Nilde pronuncia un discorso in Aula, e quando passa in Transatlantico i compagni cambiano strada ed evitano di salutarla. Solo “dopo la morte di Togliatti il partito mi rispettò”, racconterà diversi decenni dopo lei, ormai presidente della Camera, «e cominciò la fase più importante e rapida della mia carriera politica».

Le donne in magistratura e Berlusconi

Si potrebbe continuare a lungo, citando l’opposizione dei dc e dei liberali all’ingresso delle donne in magistratura (“Donne scabine. Andrà bene?”, si chiede il liberale Girolamo Bellavista, prima di aggiungere: “Sì, per tutti i giorni del mese meno quegli altri”), gli appelli all’“angelo del focolare”, fino alle uscite sessiste dei governi Berlusconi persino sui capi di stato e di governo di mezza Europa. Forse, non c’è da stupirsi. O forse sì, considerando che qui da noi – a differenza che altrove – le cose non sono poi così tanto cambiate. Continuando a coinvolgere quasi tutti i partiti, con buona pace delle tante (e inevase) intenzioni.

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