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Roma vs. Bruxelles, chi vince e chi no

1' di lettura

Come esce il governo dalla trattativa? E la Commissione? Ecco il podio, dopo la grande partita del deficit

Ricordate quando, qualche settimana or sono, per scherzo, abbiamo confrontato le parole e i pensieri del ministro dell’economia? Beh i pensieri, per una volta, hanno avuto la meglio. Giovanni #ridebenechirideultimo Tria, quello vero, ha vinto. Tre mesi dopo, il rapporto deficit/pil della manovra 2019 si avvicina, fino quasi a sovrapporsi a quello che lui aveva proposto, aveva in mente, riteneva giusto. Tre mesi – e svariate previsioni di organismi internazionali – dopo, la crescita prevista per il prossimo anno scende a un ragionevole, e comunque difficile, +1%. Tre mesi dopo si tagliano le risorse a disposizione dei due simboli di questa manovra, quota 100 e reddito di cittadinanza, di qualche miliardo (4 o 5, non è ancora chiaro) e soltanto il fatto che i due provvedimenti siano tuttora privi di una legge che li regoli permette al governo di dire che non è cambiato nulla. Affermazione ineccepibile: ciò che non c’era prima non si può confrontare con ciò che ci sarà dopo. Però i circa dieci miliardi che ballano tra il prima e il dopo faranno una bella differenza, anche se ancora non si sa a danno di chi e di cosa.

Tra i vincitori, aggiungerei Giuseppe Conte. Il premier ha capito prima di altri – e lo ha fatto intendere – che il governo e il paese non avrebbero retto a una procedura d’infrazione. Mentre i suoi vice festeggiavano dal balcone o se ne fregavano dell’Europa, lui telefonava a Junker e ci andava a cena – guarda caso – con Tria. La resilienza deve essere una dote del premier. I buoni consigli, insieme a parole pesate e pesanti, invece sono stati prerogativa di Sergio Mattarella. Fosse stato in gara, il presidente, avrebbe vinto anche lui.

E la Commissione europea? La metterei tra chi ha perso. Per il metodo e per il metodo. Per il metodo, perché in queste settimane non si è mai capito bene se i rilievi alla manovra fossero tecnici o politici. Se la stessa commissione fosse un organismo tecnico o politico. Se si interessasse ai numeri o ai provvedimenti. Se mettesse in discussione i saldi della legge di bilancio o le idee di chi governa in Italia. In conferenza stampa, il vicepresidente Dombrovskis ha detto che la manovra non farà il bene degli italiani. Cosa ne sappia lui del bene degli italiani e se gli interessi, non saprei dire. Le parole suonano invece e di certo fuori luogo, in senso letterale: pronunciate nel luogo sbagliato, palazzo Barleymont. La stessa confusione tra politica e tecnica la vive Moscovici, non è la prima volta. Dice che la commissione non vive “altrove”. Che sa che ci sono i gilet gialli, che i sovranisti possono mangiarsi l’Europa, che in Italia c’è il governo del cambiamento. Vuol dire che le regole ci sono, ma chi può deve provare a salvarsi. Vuol dire che c’è la lettera dei trattati e poi, ormai da un po’ di anni e con l’Italia in particolare, c’è la loro applicazione materiale. Che l’accordo ci sarebbe raggiunto, lo sanno da tempo pure i lettori di questo blog. Insomma, abbiamo perso un bel po’ di tempo. E di denaro.

Ps. Si è dimesso Roberto Garofoli, il capo di gabinetto di Tria. Pare abbia detto di aver dovuto spesso evidenziare l’incompatibilità finanziaria o giuridica di alcune proposte politiche. Non sarà più Garofoli, ma qualcuno quel lavoro deve pur farlo.  

Consigli per l’ascolto: “The Winner Takes it All”, Abba

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