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Juncker e Draghi sdoganati, Matteo e Luigi litigati

3' di lettura

Come si cambia: il presidente della Commissione europea è ricercatissimo da Conte, il capo della Bce è di nuovo amico dell'Italia. E un po' di ruggine indebolisce l'alleanza di governo

Tre o quattro cose. Più o meno importanti, vedremo. Di certo interessanti. Le scrivo, non necessariamente in ordine di interesse o di importanza.

La prima è che, per la sicurezza dell’Italia e degli italiani, i consumatori abituali e compulsivi di vino e liquori, altrimenti detti alcolisti, non sono più un problema. Anzi, possono essere la soluzione. Come un tizio che autorevoli esponenti del nostro governo (e tra questi proprio chi si occupa della nostra sicurezza) hanno definito, solo qualche settimana fa, “ubriacone”. Jean Claude Junker, sdoganato, è da qualche ora l’uomo più desiderato da Giuseppe Conte. Vuole a tutti i costi spiegargli quanto è bella, appropriata ed efficace la manovra di bilancio italiana. Che non è affatto un pericolo per l’Europa, anzi. E che non vale la pena di scomodarsi con una procedura d’infrazione per qualche decimale in più. La strategia del governo, dunque, è proverbiale e antica: in vino veritas.

La seconda. Chi legge queste righe da un po’ sa che ho sempre parlato dell’alleanza Lega-Cinquestelle in questi termini: elettorati molto diversi, tipi umani eletti che si sopportano a fatica, ma grande feeling e simpatia tra i due leader, nonché vicepresidenti del consiglio, Di Maio e Salvini. Di qui, la mia convinzione (anche questa proverbiale e antica) che il potere non logora, anzi unisce. E che il governo non sia destinato a cadere, né prima né poco dopo le elezioni europee. Ecco, comincio a vacillare. Dalla Tav ai condoni passando dalla rimozione del presidente dell’Agenzia spaziale italiana e dalle riunioni a palazzo Chigi dove uno (Salvini) era in riunione e l’altro (Di Maio) chiuso nel suo ufficio, si assiste a un significativo peggioramento dei rapporti tra i due. Forse non c’entra una beneamata ceppa. Forse è quest’aria di merda che respiriamo, noi pennivendoli un po’ puttane.

La terza e la quarta. Mario Draghi ha detto due cose, una banale, un’altra parecchio meno. Quella banale è che i paesi ad alto debito devono diminuirlo, perché lo spread che li riguarda è autoprodotto. Ci riguarda. La cosa meno banale che ha detto il presidente della Bce, è che i valori dell’inflazione dell’eurozona non lo soddisfano. Continuano a essere troppo bassi rispetto al target statutario di Francoforte, il 2%. E che, quindi, tassi a zero e quantitative easing (cioè l’acquisto di titoli pubblici per aumentare la quantità di moneta in circolazione e aiutare i paesi ad alto debito sovrano) potrebbero rimanere strumenti della politica monetaria nell’area euro anche oltre dicembre. Ci riguarda, e molto, anche questo. A me, tra le tre/quattro, pare la cosa più importante. Infatti: dopo averlo tacciato di antitalianità (si dice così?), Luigi Di Maio oggi dà pienamente ragione al numero uno della Bce: il debito va certamente diminuito. Sdoganato pure Draghi. Bravo italiano, perché comprerà i nostri titoli di stato, anche nel 2019. Come Putin.

Ps. Il Pd rischia di celebrare le primarie un anno dopo il tonfo del 4 marzo. Hanno preso alla lettera chi diceva che l’importante non è la meta, ma il viaggio.

Consigli per l’ascolto: “One of those things”, Frank Sinatra

 

 

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