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Aborto, Emma Bonino: "La legge del '78 ha bisogno di un tagliando"

Emma Bonino è tra i quattromila firmatari della petizione promossa, tra gli altri, dall'Associazione Amica (Getty Images)
3' di lettura

L’ex ministro degli Esteri è la prima firmataria di una petizione con cui si chiede al ministro della Salute Beatrice Lorenzin che l'interruzione volontaria di gravidanza farmacologica possa essere fatta anche in regime ambulatoriale 

Nonostante quello attuale non appaia politicamente "il momento giusto" per intervenire, la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza "ha bisogno di un tagliando, poiché molto è cambiato anche dal punto di vista scientifico dal 1978", anno della sua promulgazione in Italia. Ne è convinta Emma Bonino, prima firmataria di una petizione presentata il 21 settembre alla Camera dei deputati per chiedere al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che l'ivg farmacologica possa essere fatta anche in regime ambulatoriale.

Quattromila firmatari

Secondo Emma Bonino, che è intervenuta alla conferenza di presentazione della petizione, è necessario, infatti, "combattere per lo meno i peggioramenti dell’attuale legge, causati dai pregiudizi". Primo tra tutti quello che nega l'interrouzione volontaria farmacologica in regime ambulatoriale: secondo i promotori, questo permetterebbe di "velocizzare una pratica che ha dei tempi molto rigidi e invece implica la necessità di esecuzione a breve". La petizione conta già 4mila firmatari ed è stata promossa, tra gli altri, dall'Associazione Amica, dall’Associazione Luca Coscioni e dall'Associazione italiana per l'educazione demografica (Aied), in occasione della giornata mondiale contro le morti per aborto clandestino. Una pratica questa ancora molto diffusa e che ogni anno causa, nei Paesi sviluppati, circa 30 decessi ogni 100mila aborti clandestini effettuati.

Introduzione dell’ivg farmacologica ambulatoriale

Durante la conferenza di presentazione della petizione, Mario Puiatti, ginecologo dell’Aied, ha spiegato come nel nostro Paese, con l'eccezione di tre regioni nelle quali è stato adottato il regime di day hospital (Emilia Romagna, Toscana e Lazio), le donne che vogliono ricorrere all’aborto farmacologico nelle prime sette settimane "devono essere ricoverate fino al completamento dell'aborto, che in genere richiede tre giorni". Una prassi che, come sostiene la ginecologa Anna Pompili dell'Associazione medici italiani contraccezione e aborto, "non ha alcuna giustificazione scientifica e rappresenta un costo inutile". Per questa ragione, ha aggiunto la dottoressa, "nel vietare un intervento in regime ambulatoriale, che garantisce un maggiore accesso alla pratica, vedo una chiara volontà di porre ostacoli alle donne e di stigmatizzare le loro decisioni".

Igv farmacologico in Europa

L'Italia, secondo i promotori della petizione, è l'unico Paese al mondo che impone il ricovero di tre giorni per l’aborto farmacologico, che può essere effettuato entro i primi 49 giorni attraverso l’assunzione di due farmaci (mifepristone e prostaglandina). Un’imposizione che ha delle ricadute nelle statistiche: "In Gran Bretagna - ha sottolineato Pompili - nel 2013 le ivg farmacologiche sono state il 49% del totale, in Francia il 57%, in Svizzera il 68%, in Finlandia il 93%, mentre in Italia si sono attestate sotto il 10% nel 2012/2013 e intorno al 15% attualmente". 

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