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Migranti, sbarchi in Sicilia: fermato progettò attentato a carabinieri

Foto di Archivio (ANSA)
3' di lettura

Fadhel Moncer, ritenuto a capo dell'organizzazione, era già stato arrestato nel 2012 per un traffico di armi e droga tra Francia e Italia. Solo le manette gli avevano impedito di portare a termine il piano

Sono 14 i provvedimenti di fermo, eseguiti dalla guardia di finanza, nei confronti di italiani e tunisini appartenenti a un sodalizio criminale che avrebbe gestito il traffico di migranti tra la Tunisia e le coste siciliane con gommoni veloci. I componenti del clan, capeggiato da un tunisino, Fadhel Moncer, sono accusati a vario titolo di sfruttamento dell'immigrazione clandestina, contrabbando di tabacchi lavorati e fittizia intestazione di beni e attività economiche.

Inoltre, Fadhel Moncer aveva progettato un attentato dinamitardo a una caserma dei carabinieri ed era già stato arrestato nel 2012 per un traffico di armi e droga tra Francia e Italia. All'epoca aveva intenzione di far saltare in aria la caserma, solo le manette gli avevano impedito di portare a termine il piano.

Le indagini dei finanzieri

Alcuni indagati sono stati bloccati nel porto di Palermo, mentre erano in partenza per la Tunisia, con denaro contante per oltre 30mila euro. In contemporanea è in corso il sequestro di tre aziende, nella provincia di Trapani, riconducibili al capo dell'organizzazione (un ristorante, un cantiere nautico e una azienda agricola). In corso anche i sequestri di diversi immobili, automezzi, due pescherecci, denaro contante e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro.

Il business

L'organizzazione criminale che gestiva i viaggi di migranti tra la Tunisia e la Sicilia era composta da cittadini tunisini e italiani che operavano tra il Paese nordafricano e le province di Trapani, Agrigento e Palermo. La banda reclutava i profughi e raccoglieva grosse somme di denaro per la traversata: fino a 3.000 euro a persona. L'organizzazione rubava natanti e motori, già usati per i viaggi verso l'Italia e sequestrati dalla guardia di finanza, e acquistava tabacchi di contrabbando che poi portava in Sicilia e rivendeva grazie alla rete di distribuzione che aveva nei mercati rionali palermitani. La banda usava gommoni carenati, dotati di potenti motori fuoribordo, con i quali era in grado di coprire il tratto di mare che separa le due sponde del Mediterraneo in poche ore, trasportando, per ciascuna traversata, da 10 ai 15 persone.

L'appoggio degli italiani

Il business aveva portato enormi guadagni reinvestiti, tra l'altro, in una azienda agricola di Marsala, in un cantiere nautico di Mazara del Vallo e in un ristorante. Secondo gli inquirenti, l'organizzazione era in grado di cambiare rotte e modalità dei viaggi sfruttando la vicinanza dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine. L'organizzazione usava due pescherecci italiani, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana, e grazie alla complicità di italiani, in grado di eludere i controlli delle forze dell'ordine, riusciva a far allontanare dalla costa i profughi appena sbarcati.

Data ultima modifica 15 gennaio 2019 ore 10:33

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