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Caso Tiziana Cantone, video ancora online: aperta inchiesta negli Usa

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4' di lettura

Le immagini la cui diffusione contro la sua volontà indussero la giovane a togliersi la vita erano presenti su server americani. Nove indirizzi Ip hanno diffuso i video, in 96 li hanno visti senza denunciare dopo aver appreso della morte della ragazza

Alcuni video hard di Tiziana Cantone, la 31enne che il 13 settembre 2016 si è suicidata impiccandosi con un foulard nella sua abitazione di Mugnano proprio a causa della diffusione di quelle immagini contro la sua volontà, sono ancora online. Nove indirizzi Ip, collegati a sette differenti account registrati su siti pornografici, hanno pubblicato quei filmati di Tiziana, mentre in novantasei hanno visto quei video senza sporgere denuncia dopo aver appreso della morte della ragazza. È quanto emerge dalle indagini del team statunitense di investigazioni private Emme, in collaborazione con Luciano Faraone, dello studio legale Annamaria Bernardini de Pace di Roma. La scoperta è avvenuta nell’ambito di una indagine contro la pirateria multimediale, per la quale è stata aperta una causa federale proprio negli Usa (l’inchiesta, dunque, non è stata aperta dalla corte federale, come inizialmente riportato in questo articolo; infatti le corti giudicano le istanze, non le aprono). Tra i video prova della pirateria ci sono appunto anche quelli relativi a Tiziana Cantone: se prima potevano essere scaricati – e qualcuno aveva anche postato commenti offensivi nei confronti di Tiziana Cantone e della madre – ora, spiega a SkyTg24 .it l’avvocato Luciano Faraone, sono stati bloccati sui server americani.

Il commento della madre

Nonostante la legge sul revenge porn approvata dal Parlamento italiano, che prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5mila a 15mila euro per chi diffonde online contenuti sessualmente espliciti destinati a rimanere privati, Maria Teresa Giglio, madre di Tiziana Cantone, ha spiegato al quotidiano Il Mattino che sarebbe necessaria un’altra normativa, "da affiancare all'altra ottenuta grazie alla battaglia portata avanti per le altre vittime nel nome di mia figlia, una prima conquista che però non può bastare. Serve un intervento più deciso – ha sottolineato -, che si può ottenere, estendendo il modello di Emme, che finalmente ha consentito di bloccare almeno sei copie del filmato". Il video è ancora visibile su internet, caricato su diversi server, russi e non americani.

Il commento della madre

A ottenere questi risultati è stato un team di investigatori statunitensi di Emme, in collaborazione con Luciano Faraone, dello studio legale Annamaria Bernardini de Pace di Roma.
Nonostante la legge sul revenge porn approvata dal Parlamento italiano, che prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5mila a 15mila euro per chi diffonde online contenuti sessualmente espliciti destinati a rimanere privati, secondo Maria Teresa Giglio, madre di Tiziana Cantone, è necessaria un’altra normativa, "da affiancare all'altra ottenuta grazie alla battaglia portata avanti per le altre vittime nel nome di mia figlia, una prima conquista che però non può bastare. Serve un intervento più deciso - sottolinea -, che si può ottenere, estendendo il modello di Emme, che finalmente ha consentito di bloccare almeno sei copie del filmato". Il video è ancora visibile su internet, caricato su diversi server, russi e non americani.

La causa in corso negli Usa 

"I video della ragazza - spiegano alcuni membri di Emme al Mattino - sono rimasti per anni su altri siti, come Pornhub, nonostante le denunce della mamma, ma sono stati bloccati in meno di tre giorni, a giugno scorso, con la nostra azione. Grazie alla procedura prevista negli Stati Uniti, è stato possibile individuare gli indirizzi Ip dei responsabili e a portarli davanti alla Corte federale. La causa è in corso", concludono.

La vicenda

Tiziana Cantone fu trovata morta con un foulard al collo nella sua casa di Mugnano. Prima di togliersi la vita, la ragazza, dopo la diffusione dei video hard, aveva chiesto al giudice il diritto all'oblio e il cambio del nome, ma non li aveva ottenuti. In seguito era arrivata anche la sentenza che la condannava alle spese processuali per una causa civile intentata contro i colossi del web Facebook, Google e Youtube che avevano rilanciato i suoi video in diversi link, molti dei quali non sarebbero stati prontamente rimossi. Il 13 dicembre 2017 il gip di Napoli Nord ha archiviato l'inchiesta aperta contro ignoti per istigazione al suicidio: non ci sarebbero prove che la ragazza sia stata indotta a togliersi la vita dopo la diffusione sul web di suoi video hard.

Data ultima modifica 15 settembre 2019 ore 22:30

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