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Silvia Romano, un anno fa il rapimento in Kenya della cooperante italiana: le tappe

6' di lettura

Era il 20 novembre 2018 quando la ragazza milanese fu stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama da una banda di rapitori locali. Le ultime notizie riportano che la 24enne sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ad Al-Shabaab

È passato un anno da quando Silvia Romano è stata rapita. Era il 20 novembre del 2018 quando la cooperante milanese fu sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi, in Kenya. Le ultime notizie, che emergono dagli sviluppi dell'indagine della Procura di Roma e dei carabinieri del Ros, riportano che la 24enne sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ai jihadisti di Al-Shabaab.

Chi è Silvia Romano

Silvia Costanza Romano, 24 anni, si è laureata in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa Sociale al Ciels, il Centro di Intermediazione Linguistica Europea. Nell'estate 2018 ha deciso di partire da sola per l'Africa, per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio a Likoni, gestito dalla onlus “Orphan's Dream”. Silvia ha proseguito le sue attività con la piccola onlus marchigiana “Africa Milele" (che opera nel Paese africano su progetti di sostegno all’infanzia) a Chakama, prima di tornare in Italia. Ma poi ha deciso di continuare con il suo impegno in Africa, dove era tornata ai primi di novembre 2018. La ragazza ha insegnato anche ginnastica artistica in una storica palestra milanese e ha fatto l'istruttrice di acrobatica in un centro sportivo.

Il 20 novembre 2018 il rapimento

Il 20 novembre 2018 Silvia Romano viene rapita durante un attacco armato di un gruppo di otto persone appartenenti a una banda locale che fa irruzione nell'ufficio dell’organizzazione per cui lavora, con fucili e machete. La polizia kenyota rende noto che nell'attacco gli uomini armati hanno "sparato indiscriminatamente" ferendo cinque persone. Un testimone, un ragazzo che studia grazie alla onlus per cui lavora Silvia Romano, racconta che l’obiettivo degli uomini armati era proprio la ragazza e che l'hanno schiaffeggiata e legata con le mani dietro la schiena, prima di portarla via. Silvia è stata portata via senza cellulare e passaporto su una moto verso una zona boschiva nei pressi del fiume Tana.

I primi arresti

Nei giorni successivi al rapimento si è aperta la difficile fase delle indagini e dei tentativi di arrivare ai rapitori. I primi arresti arrivano un paio di giorni dopo il sequestro: si tratta di 14 persone che non avrebbero fatto parte del commando ma che “potrebbero avere avuto contatti con il gruppo di sequestratori se non proprio esserne complici”. Vengono poi effettuati altri arresti: a finire in manette sono la moglie e il suocero di uno dei tre sospetti rapitori, di cui intanto vengono diffusi nomi e foto. Per incoraggiare i testimoni, viene promessa una taglia di oltre 25mila euro. Nei primi giorni dal rapimento, le autorità kenyote continuano a far trapelare fiducia: “Abbiamo quasi raggiunto i rapitori”, affermano il 26 novembre. “C'è ottimismo sulla liberazione di Silvia Romano", ribadiscono il 28 novembre, sostenendo che i rapitori sarebbero ormai "accerchiati" nella boscaglia.

La conferma che a Natale era ancora in vita

Passano i giorni, ma la soluzione della vicenda, che sembrava vicina, non arriva. Il 26 dicembre notizie su Silvia Romano arrivano dalle forze dell’ordine kenyote. “È viva ed è ancora in Kenya”, assicura la polizia regionale escludendo che la ragazza sia stata portata nella vicina Somalia. Il comandante della polizia della costa Noah Mwivanda spiega di avere "informazioni cruciali" che lo confermano, ma che non si possono "rivelare". La conferma che la 24enne era sicuramente in vita a Natale arriva da un vertice avvenuto a Roma tra le autorità giudiziarie italiane e kenyote nel luglio del 2019: la ragazza è stata poi ceduta a un’altra banda di sequestratori. La conferma dell'esistenza in vita della giovane milanese fino al 25 dicembre 2018 viene dalle dichiarazioni fatte da due cittadini kenyoti arrestati il 26 dicembre in quanto ritenuti tra gli esecutori materiali del sequestro.

Trasferita in Somalia

Per mesi non trapela quasi nulla da parte degli inquirenti e del governo italiano. A fine settembre 2019, il Giornale, in un articolo che cita fonti dei servizi italiani, afferma che la giovane, dopo il rapimento, sarebbe stata costretta all'islamizzazione e a sposarsi in Somalia con un uomo legato all'organizzazione che la terrebbe in ostaggio. Una ricostruzione smentita dagli inquirenti. Sempre a fine settembre Agi, citando una fonte di intelligence, riferisce che "Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa”. Il 18 novembre viene confermata dagli inquirenti l’ipotesi che la 24enne sia in Somalia nelle mani di un gruppo islamico.

Il processo per i rapitori

Degli otto autori materiali del rapimento, cinque sono attualmente ricercati mentre due sono stati arrestati. Un terzo soggetto finito in manette, un cittadino somalo di 35 anni, trovato in possesso di una delle armi in quel villaggio, ha ammesso le sue responsabilità. Il processo per i tre rapitori, Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar, doveva tenersi a luglio ma è stato rinviato per due volte, la seconda perché Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l'uomo più pericoloso dei tre, non si è presentato all'ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo dichiarano “formalmente" latitante.

I dubbi e le incertezze

Restano ancora molti dubbi e incertezze. Non è ancora chiaro quando Silvia sia stata portata in Somalia: se subito dopo il rapimento oppure nei mesi successivi. I punti poco chiari sono molti. In primo luogo, se è vero che la giovane italiana è in Somalia, non si ha notizia di una rivendicazione in tal senso, e dopo un anno dal rapimento tutto ciò sembra essere inusuale. L'altro fattore: c'è stata una richiesta di riscatto? Se è vero che i committenti del rapimento sono gruppi jihadisti legati agli al Shabaab, rivendicazione e richiesta di riscatto per la liberazione della giovane italiana dovrebbero essere scontate.

Le richieste di trasparenza all’esecutivo

Alcuni politici e membri di associazioni hanno chiesto a più riprese al governo di fare chiarezza. Pippo Civati, leader di Possibile, in un tweet scrive: "Credo sia doveroso che a un anno di distanza ci sia una comunicazione ufficiale del nostro esecutivo sulla situazione di Silvia Romano. Troppe le voci ufficiose, troppe le mezze verità, troppi i pettegolezzi”. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell'Aise, i servizi di intelligence esterni. “Dodici mesi sono tanti - scrive Sergi -. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili". Sergi prosegue sottolineando di non "aver nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l'inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita".

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