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Elezioni Taiwan, Tsai verso la rielezione per allontanare l'ingerenza cinese

5' di lettura

L’Isola andrà al voto sabato 11 gennaio per eleggere il presidente ma anche i 113 seggi parlamentari. Secondo i sondaggi, la leader del Partito democratico progressista (Dpp) dovrebbe ottenere un secondo mandato

Sabato 11 gennaio a Taiwan si tengono le elezioni per eleggere presidente, vicepresidente e i 113 seggi parlamentari. Alla luce delle proteste di Hong Kong e delle continue ingerenze da parte della Cina questa tornata elettorale si preannuncia particolarmente importante non solo per la politica interna dell'isola ma anche per l'equilibrio geopolitico dell'intera area. La favorita per la vittoria finale è la presidente uscente Tsai Ing-wen, che negli ultimi quattro anni ha promosso una politica di autonomia e pro-democrazia, rifiutandosi di sposare il principio della "Unica Cina". Proprio questo antagonismo nei confronti di Pechino sembra aver premiato la candidata del Partito democratico progressista (Dpp) che, nonostante indici di gradimento piuttosto bassi durante la sua presidenza, negli ultimi mesi è stata in grado di riconquistare la fiducia di buona parte dell'elettorato e, secondo i sondaggi, si prepara ad una comoda rielezione.

La minaccia cinese

Taiwan è uno Stato de facto che ufficialmente prende il nome di Repubblica di Cina. Quest'ultima nasce nel 1949 a seguito della guerra civile che portò l'esercito nazionalista di Chiang Kai-shek, sconfitto da Mao Zedong, ad insediarsi proprio sull'isola. Nella sua costituzione Taiwan rivendica la sovranità sulla Cina continentale e sulla Mongolia Esterna. Prospettiva che nel corso dei decenni ha dovuto progressivamente abbandonare, dovendosi piuttosto preoccupare di evitare l'annessione al regime comunista di Pechino. La Cina, infatti, considera lo Stato una provincia ribelle e ha attuato una politica di boicottaggio nei confronti di Taiwan affinché non venga riconosciuta dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente. Lo scorso gennaio Xi Jinping ha pronunciato un discorso molto duro nei confronti della Repubblica di Cina arrivando a minacciare una riunificazione attraverso la forza nel caso in cui i taiwanesi arrivassero a una secessione formale. La speranza di Pechino è che a Taipei accettino il principio di "un paese, due sistemi", ossia il sistema di semi-autonomia (regione amministrativa speciale) con il quale la Cina ha annesso nel 1997 Hong Kong.

Il processo di democratizzazione di Taiwan

A partire dagli anni Novanta, dopo lunghi anni di dittatura, Taiwan ha intrapreso una seria transizione democratica che ha reso l'isola tra le più avanzate per quanto riguarda i diritti politici e civili. Basti pensare che al momento, la Repubblica di Cina è l'unico Paese dell’estremo Oriente a riconoscere i diritti delle coppie Lgbt ed è dotata di organi elettivi che la pongono in forte contrasto con il regime comunista della vicina Cina. A tal proposito, diversi sondaggi, rivelano che circa l'80% della popolazione è contraria alla riunificazione con Pechino.

Previsioni capovolte

Forte di questa voglia di indipendenza la presidente uscente Tsai Ing-wen è riuscita a capovolgere i sondaggi che fino a pochi mesi fa la davano in forte difficoltà. La leader del Dpp ha subito infatti una grave sconfitta alle elezioni locali del 2018, che sembravano averne pregiudicato una possibile rielezione. In suo soccorso, però, sono sopraggiunti due fattori 'esterni', che hanno spinto gran parte dell'elettorato, almeno secondo i sondaggi, a riconsiderarne l'operato. Il primo elemento ad aver pesato, secondo diversi analisti, è stata l'ingerenza sempre più pressante di Pechino che ha toccato il suo apice con il discorso del gennaio 2019 di Xi Jinping. Il secondo, invece, è rappresentato dalle proteste a Hong Kong, scoppiate definitivamente nel giugno scorso. Nello specifico, le manifestazioni di piazza nell'ex colonia britannica hanno dimostrato ai taiwanesi che un'opposizione a Pechino è possibile. Questi due avvenimenti, per gli analisti, sono stati sfruttati al meglio da Tsai che, in campagna elettorale, è riuscita a dipingere i suoi avversari come vassali di Xi Jinping, pronti a rinunciare all'indipendenza dell'isola autonoma.

Gli altri candidati

Gli altri due contendenti alla presidenza sono Han Kuo-yu, del Partito Nazionalista Cinese Kuomintang (Kmt) e James Soong, del People First Party. Il primo è il sindaco di Kaohsiung (città che ha strappato al Dpp dopo due decenni), che sembra non essere riuscito a trasformare i consensi ottenuti alle amministrative del 2018 in voti per le prossime elezioni. Dopo aver vinto le primarie del proprio partito, Han ha difeso l'indipendenza dell'isola ma ha promesso che, a differenza del presidente in carica, coltiverà relazioni migliori con la Cina soprattutto sotto l'aspetto commerciale per non alimentare il rischio di una crisi economica. Il secondo antagonista di Tsai è invece un politico navigato che corre per la presidenza per la quarta volta ed è sostenuto da un partito nato da una costola del Kmt.

Tsai in forte vantaggio

Gli ultimi sondaggi danno Tsai Ing-wen in vantaggio di quasi 30 punti percentuali su Han. La leader del Dpp dovrebbe infatti sfondare il tetto del 50% mentre Han oscillerebbe intorno al 20. Per quanto riguarda invece l'elezione dei seggi parlamentari la forbice sembra essere molta più ridotta, ragione per la quale il Dpp dovrà cercare di confermare la propria maggioranza per poter garantire la governabilità del Paese a Tsai.

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