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Jumia, l'e-commerce made in Africa

3' di lettura

L'e-commerce in Africa ha un nome: Jumia. La prima piattaforma per la vendita online nel continente, ospita 40 mila venditori, conta 550 milioni di visitatori all'anno e ora punta a sbarcare a Wall Street. 

In Africa il mercato dell’e-commerce ha un nome: Jumia. Imbottigliati nel traffico del Cairo o in coda tra le auto a Nairobi, il logo col carrello arancio su furgoncini e portapacchi è una costante. Il primo sito di vendite on line del continente – soprannominato l’Amazon o l’Alibaba africano - ha sede a Lagos in Nigeria, e opera in 14 paesi.

Con percentuali di crescita a tre zeri - ha già fatturato più di 760 milioni di dollari - la piattaforma di vendite online ha vinto il tag di primo unicorno africano, soprannome riservato alle startup con valore superiore al miliardo di dollari. Alle linee di prodotti come abbigliamento, cosmetici e tecnologia, si affiancano servizi di take-away, prenotazioni di viaggio e annunci. Come trovare tutte insieme su un unico portale, Amazon, Ebay, Booking e Deliveroo. 

Secondo i dati forniti dalla società, nel 2018 Jumia ha processato più di 13 milioni di pacchi. Fondata nel 2012 da Sacha Poignonnec e Jeremy Hodara, conta oggi tra i suoi investitori multinazionali delle telecomunicazioni come Mtn, Orange, Millicom International, l’incubatore di startup Berlino Rocket Internet e la banca d’affari americana Goldman Sachs.

Ma non basta. Anche per questo da oggi la società nigeriana punta a diventare la prima azienda tecnologica dell'Africa quotata in borsa negli Stati Uniti. Martedì 12 marzo – secondo quanto riporta il quotidiano francese Le Monde -  ha depositato il dossier in vista dell'ingresso a Wall Street. Bisogna crescere, e in fretta.

Nel 2017 L’eCommerce in Africa ha generato 16,5 miliardi di dollari di fatturato nel 2017 e si prevede che raggiungerà 29 miliardi nel 2022. In una regione in cui Internet ha scarsa diffusione e gli istituti finanziari sono quasi assenti, Jumia ha dovuto inventarsi un proprio modello: Jumia Pay, riuscendo a convincere i consumatori a preferire il pagamento online a quello cash al momento della consegna, privilegiato in Africa.

In un continente dove solo un terzo della popolazione abita a meno di 2 chilometri da una strada asfaltata e il trasporto su ruota costa fino a otto volte più che in Brasile o Vietnam, Jumia promette una consegna da uno a due giorni nelle aree urbane, e sotto i sei in quelle periferiche. Per farlo ha dovuto mettere in piedi una rete logistica capillare: “Abbiamo un centro di distribuzione in tutte le grandi città, con uno stock di prodotti - spiega Poignonnec - mentre per la consegna integriamo la nostra flotta con fornitori locali”.

Ma le sfide da superare non sono finite: chi ha l’ambizione di modificare le abitudini di shopping a livello continentale deve fare i conti con 54 mercati diversi, 54 banche centrali, tassi di cambio e sistemi fiscali e legislativi diversi tra loro.

Quanto basta a scoraggiare. Eppure, il potenziale c'è. Soprattutto tenendo conto che in Africa l'uso dello smartphone è cresciuto del 70% solo tra il 2017 e il 2018, creando una base potenziale di 660 milioni di utenti Internet.

Gli investitori, per ora, ci credono. Ora, come per le altre startup, il difficile è non deludere le aspettative.

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